il tesoro dei Mille in fondo al mare di Punta Campanella

Il 4 marzo 1861 era lunedì. Su Palermo splendeva il sole. Nel porto, lungo il molo Arsenale, erano ormeggiati 11 battelli, di cui 4 a vapore. La stazza delle imbarcazioni era di circa 450 tonnellate, la meta era la stessa: Napoli. Sarebbero partite ognuna a distanza di tre ore.

Il nome del primo vascello era "Ercole". Nave a vapore e a vela, con grandi ruote laterali come quelle che attraversano il Mississippi, l'"Ercole" era di costruzione inglese, con una lunga storia di trasporti civili e militari nel Tirreno. Il secondo battello era il "Pompei". A bordo c'era Ippolito Nievo che aveva gestito le finanze della spedizione dei Mille nel 1860.

L'"Ercole" salpò alle 12,55 con mare calmo, ma alle 5 del mattino del giorno dopo si trovò in piena tempesta. Alle 10 il mare era di nuovo calmo. La "Pompei" entrò nel porto di Napoli, ma l'"Ercole", partito da Palermo tre ore prima, non era ormeggiato. Il vascello scomparve senza lasciare nessuna traccia.

Cento anni dopo, quando le poste italiane emettono un francobollo commemorativo di Ippolito Nievo, il nipote del vice intendente di Garibaldi per la Spedizione dei Mille, Stanislao Nievo giornalista e fotografo, decide di riprendere le ricerche.

Dieci uomini di mare, oltre a tre amici più intimi, hanno aiutato Stanislao Nievo il quale contatta finanche Gerard Croiset un uomo di 60 anni che ha una curiosa capacità di veggenza, di premonizione e di indagini su gente scomparsa. Croiset, senza dati precisi, ma solo con l'ausilio di carte nautiche e di un racconto approssimativo disse che l'"Ercole" si era spaccato per scoppio delle caldaie. I punti dell'affondamento della nave che giaceva sul fondo insabbiata per metà erano compresi in un'area con profondità di 40, 90 e 270 metri circa.

Alcuni mesi dopo Stanislao Nievo uscì dal porto di Napoli con un peschereccio munito di ecosonda. Era con lui il sommozzatore Renato Sincero, che pescava coralli e si spingeva con gli autorespiratori fino a 110 metri. L'ecosonda segnò un piano molto vicino a quello di Croiset, ma i risultati delle immersioni furono scarsi. Tre mesi dopo, il giornalista tornò a Napoli con Croiset. Il paragnostico e Stanislao Nievo giunsero a Capri. Cominciarono le ricerche in mare tra Punta Campanella e Capri e dopo meno di un'ora, Croiset disse: "L'Ercole è qui".

Quindici giorni dopo arrivarono dall'Olanda un nastro inciso e cinque disegni, i quali inquadravano il fondale su cui Croiset era passato. Il nastro diceva: "Il vascello a circa 200 metri dalla roccia che ho segnato la prima volta".

Stanislao Nievo decise allora di rivolgersi al professore Augusto Piccard, che era aiutato dal figlio Jacques, il quale nel 1953 scese nel fondo proprio al largo di Punta Campanella con il batiscafo "Trieste", si immerse ancora con un prototipo sperimentale del sommergibile PC8. A circa 240 metri di profondità videro il relitto di un vascello, tentarono di imbarcarne un pezzo, ma l'intera imbarcazione si dissolse come polvere. Un mese dopo ritentò con un altro sommergibile, un batiscafo rifatto che scese a 682 metri.

In una terza immersione con uno scafo sub americano raggiunse i 1000 metri; al largo di Capri, si imbatterono in un relitto che aveva la forma di una ruota di vascello, ma nel riportarlo alla luce, quasi avesse avuto bisogno di una regolare decompressione, si sbriciolò e tornò sul fondo. Tornati sul fondo, trovarono una cassa metallica sfondata, simile a quelle della Spedizione dei Mille, ma tutto si disfece nella presa delle pinze di acciaio del sommergibile. Stanislao Nievo fece un ultimo disperato ritorno alla parapsicologia, ma alla fine dovette arrendersi. E oggi, a 114 anni di distanza, nonostante il lavoro massacrante del giornalista nipote di Ippolito Nievo, il mistero dell'"Ercole" non stato ancora chiarito.

(Mino Jouakin, "Napoli VIP", marzo 1986)