‘o strummolo

'O strummolo in sé e per sé era una specie di piccola trottola di legno che girava su una punta di acciaio e veniva fatta roteare con l'aiuto di una funicella. La sua forma era quella classica di quasi tutte le trottole, quindi una specie di cono con il vertice in basso, sormontato da una calotta più o meno semisferica. Da questa parte superiore sporgeva spesso una piccola protuberanza simile a quelle che si vedevano sui carusielli (salvadanai di terracotta) e forse proprio per questo chiamata carusella. Alcuni turnieri (tornitori), lavorando di solito su vecchi torni a pedale, realizzavano anche degli strummoli con due o tre caruselle, ma in commercio si trovavano pure quelli semplicissimi con la parte superiore liscia.

Solitamente erano usati legni semiduri di provenienza locale e quindi economici; il più usato era il limone, ma si lavorava anche l'olivo e 'o cierco (la quercia). Terminata la tornitura si praticava un piccolo foro nella parte inferiore e lì si infiggeva e poi si troncava un chiodo d'acciaio, lasciandone fuori un centimetro o poco più, e infine lo si appuntiva con la mola.

La superficie laterale dello strummolo poteva essere liscia o avere una serie di scalini per facilitare il posizionamento della funicella. Per arrotolare (arruta') quest'ultima, si manteneva una sua estremità nella parte alta della trottola e poi la si faceva scendere verticalmente. Giunti alla base si cominciava a far salire 'a funicella elicoidalmente lungo 'o strummolo stando ben attenti ad arruta' in modo che la legatura fosse ben stretta e mantenesse bene l'estremità che rimaneva al di sotto delle volute. Alla fine doveva rimanere libero un pezzo di funicella sufficiente a tenerla saldamente in mano in modo da poter effettuare un buon lancio.

A proposito della importanza della lunghezza della funicella vale la pena di ricordare un modo di dire molto significativo: s'aunesciono 'o strummolo a tiritippete e 'a funicella corta (si uniscono lo strummolo a tiritippete e lo spago corto). Uno strummolo veniva definito a tiritippete quando non era ben bilanciato e quindi girava poco e in modo irregolare e traballante; quindi l'espressione si usava riferendosi a cose o persone con più di un difetto grave.

Per ottenere buoni risultati entravano in ballo numerosi fattori dei quali i principali erano: uno strummolo ben equilibrato e con la punta perfettamente in asse, una funicella abbastanza lunga, una arrotatura stretta, e un buon colpo di polso. Il movimento classico per un buon lancio prevedeva un veloce spostamento in avanti del braccio concluso con un repentino e secco colpo di polso all'indietro, in modo da imprimere la massima velocità rotatoria possibile allo strummolo.

I più bravi tiravano a coppamano (sopramano), cioè dall'alto in basso, mentre i giocatori più scarsi lanciavano a sottamano, cioè con un tiro più radente. 'O strummolo, specialmente quando era lanciato dall'alto verso il basso, rimbalzava varie volte a terra saltellando sulla sua punta d'acciaio e poi, se fosse stato ben arrutato, poteva rimanere ben diritto a girare anche per minuti interi.

Al di là del divertimento che ci si poteva procurare lanciando il proprio strummolo, esistevano anche varie maniere di battersi in sfide dirette o fra più ragazzi e quella più famosa e praticata era 'a forca (la forca). Per questo gioco era necessario disegnare a terra una croce e poi, a due o tre metri di distanza dal centro di questa, si tracciava una linea lunga un paio di metri, detta appunto 'a forca.

Per stabilire chi dovesse tirare per primo, si lanciava 'o strummolo verso il centro della croce e chi fosse riuscito ad avvicinarvisi di più avrebbe avuto il diritto al primo lancio. Il perdente piazzava il suo strummolo, fermo, al centro della croce mentre l'altro arrutava (avvolgeva 'a funicella) e poi lanciava la sua trottola contro quella dell'avversario tentando di colpirla e di spingerla verso 'a forca. Se non vi fosse riuscito, ma il suo strummolo stava ancora in piedi, girando, aveva diritto a farselo salire sul palmo della mano facendolo passare sulla membrana compresa fra l'indice e il medio; quindi, mentre girava ancora, lo poteva poi lanciare ancora una volta verso quello dell'avversario, sempre nell'intento di mandarlo alla forca. Il primo tiro era detto 'a pizzata e si tentava di colpire con la punta, mentre il secondo era 'a capata e si colpiva con la parte laterale del legno. Ogni volta che si riusciva a colpire 'o strummolo dell'avversario si aveva diritto ad arruta' di nuovo e quindi ad un altro tiro. Nel caso che si fossero sbagliati entrambi i tiri, o che, dopo il tentativo fallito di pizzata, 'o strummolo si fosse fermato, o semplicemente fosse caduto, le parti si invertivano: chi aveva lanciato metteva il suo strummolo nel punto raggiunto da quello dell'avversario e questi cominciava la sua serie di lanci.

Il gioco terminava quando un giocatore riusciva a spingere 'o strummolo nemico oltre la linea della forca. A questo punto era giunto per il perdente il momento di pagare la posta in gioco e questa non era costituita da niente di materiale, ma era una punizione a volte peggiore. Infatti avrebbe dovuto subire un certo numero (stabilito all'inizio) di pizzate, colpi inferti dal vincitore con la punta del proprio strummolo. La procedura esatta per l'esecuzione delle pizzate era questa: la trottola perdente veniva bloccata a terra in una piccola buca, detta 'o maciello, e poi il vincitore, afferrato saldamente il proprio strummolo, la colpiva con la punta d'acciaio. In questa situazione un colpo, inferto a mestiere, poteva anche spaccare uno strummolo; altre volte si riusciva solamente a scardarlo (scheggiarlo).

Se a seguito della pizzata, sia durante il gioco che alla fine, la punta d'acciaio fosse rimasta infissa nello strummolo avversario, chi aveva inferto il colpo aveva il diritto di sollevarli entrambi, prendendo in mano il proprio, e poi di farli ricadere a terra da una certa altezza, ovviamente con il perdente da sotto. Questa operazione veniva ripetuta fin quando i due strummoli non si fossero staccati o quando il perdente non si fosse definitivamente spaccato; il tutto valeva comunque una sola pizzata.

C'era anche un altro gioco che si poteva fare in due ed era molto più semplice e molto meno pericoloso per il proprio strummolo. Si disegnava a terra un cerchio di una trentina di centimetri di diametro e poi si lanciavano contemporaneamente gli strummoli con l'obiettivo di farli rimanere a girare in piedi il più a lungo possibile. Non era concesso di uscire dal cerchio, ma chi vedeva il suo strummolo avviarsi verso la linea aveva la facoltà di riportarlo verso il centro cingendolo e tirandolo dolcemente con la propria funicella. Questa operazione, fatta con una certa maestria, faceva rallentare solo di poco la velocità di rotazione dello strummolo, ma salvava il concorrente da una sconfitta certa e quanto meno la rinviava di varie decine di secondi.

Sempre utilizzando lo stesso cerchio si poteva anche gareggiare in più persone. Ci si metteva dietro una linea tracciata a un paio di metri di distanza e di lì, dopo aver arrutato con molta cura, ognuno al suo turno lanciava il proprio strummolo tentando di mandarlo a girare nel cerchio. Chi falliva il tiro doveva subire dagli avversari una punizione consistente in un certo numero di pizzate.  Sullo stesso tipo di campo, in modo simile, si giocava a spaccastrummolo, cioè si tirava a turno tentando di colpire con la propria punta d'acciaio la trottola nemica mentre questa girava. Se si fosse mandato il proprio strummolo fuori del cerchio, lo si doveva porre poi fermo al centro dello stesso e quindi si consentiva un tiro più facile all'avversario.

Ovviamente, anche se si era bravi, capitava prima o poi di dover subire delle pizzate dagli avversari e quindi 'o strummolo si andava sempre più deteriorando. Inoltre c'è da sottolineare che uno strummolo scardato (scheggiato) non era più bilanciato e quindi girava male e diventava sempre più facile perdere. Per evitare di rovinare, a volte irrimediabilmente, uno strummolo nuovo ci si poteva mettere d'accordo, prima dell'inizio della disputa per poter subire 'e pizzate su un'altra trottola più vecchia e malandata, detta strummolo 'e riserva.

tratto dal libro di Giovanni Visetti - disegni di Raffaele Mellino

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