Puolo ... un paese si ricerca

tra storia e ricordi

collage di Claudio Esposito - Associazione per la Tutela di Puolo


PUOLO NELLA STORIA E NELL’AMBIENTE

Puolo con i suoi 150 abitanti, di cui una trentina residenti nella parte appartenente al Comune di Sorrento, costituisce la più piccola delle frazioni lubrensi. Il nome certamente è una distorsione del latino Pollius, nome del patrizio romano (Pollius Felix) proprietario della villa celebrata da Publio Papinio Stazio nei due carmi: Villa Sorrentina Polii Felis e Hercules Surrintinus Polli Felicis. Prima della costruzione della villa il luogo doveva essere disabitato, infatti Stazio nel Carme Hercules Surrintinus Polli Felici, descrive il posto prima che Pollio Felice riedificasse il Tempio in onore di Ercole e parla di “... una spiaggia desolata che serviva solo da riparo ai marinai di passaggio ...”.

La villa rispecchiava sicuramente l’animo sensibile del suo fondatore che nella sua giovinezza aveva occupato cariche pubbliche, era seguace delle dottrine di Epicuro ed era dedito all’arte oratoria, alla poesia ed alle belle arti. In età avanzata si ritirò insieme alla figlia Polla a Sorrento nella villa che aveva fatto edificare. L’edificio abbracciava l’intera baia (dal Capo di Sorrento al Capo di Massa) circondato da splendidi giardini e vigneti, era un vero e proprio scrigno di tesori e di opere d’arte, magnificamente adornato con bellissimi marmi policromi provenienti dall’intero Mediterraneo. Sicuramente Stazio non esagera nel decantare la villa dei suo amico e mecenate, tant’è vero che molti secoli dopo il francese Jean-Jacques Bouchard, che visitò Sorrento nel 1632, nel suo Journal descrive così la zona: “Subito dopo vi è un altro golfo o marina chiamato Polo, che il Capaccio (autore delle Neapolitanae Historie -1607- n.d.r.) presume sia la corruzione di Pollio, la cui memoria si è conservata fino ad oggi grazie a magnifiche costruzioni che eresse, non su questa marina -come pensa Oreste- ma un poco più oltre, precisamente al confine tra il territorio di Massa e quello di Sorrento, che è una località elevata e ha quasi forma di un Capo sul mare, (la Calcarella? il piccolo promontorio distrutto dalla cava? n.d.r.) da dove si può osservare quella bella veduta che descrisse Stazio nel Surrentinum Pollionis e dove vi sono resti di una molto venerabile antichità, dove si possono ancora vedere portici, piscine, bagni stanze-. In breve, tali rovine sono ancora così magnifiche che sembrano piuttosto quelle di un’intera città, anziché di un semplice dimora”.

Dopo l’approfondita descrizione che della zona fece il poeta latino non si trovano molte notizie nella bibliografia conosciuta e, spulciando nella Storia di Massa Lubrense del Filangieri, Puolo viene nominata allorquando si parla dell’invasione dei turchi del 1558 “ ... tutta la città di Massa dalla predetta marina sino a quella di Polo era circondata da triremi ...” anche se poi non si riportano danni o rapimenti nell’elenco redatto a seguito dell’invasione dei saraceni.

Il Filangieri riporta inoltre tutte le notizie relative alla cosiddetta Causa di Puolo. Nel 1570 cominciò la lite tra massesi e sorrentini, i quali pretendevano che la marina di Puolo spettasse tutta a Sorrento, col relativo Jus piscandi (diritti che si percepivano dai pescatori che pescavano nel territorio). La lite fu decisa a favore di Massa dalla Gran Corte della Vicaria, con sentenza del 28 novembre 1571. Ma non fu tutto finito, infatti nel 1613 i sorrentini accamparono nuovi diritti sulla marina; Massa ancora una volta si appellò alla giustizia vicereale e finì per aver ragione da una sentenza del Consiglio Collaterale, del 2 maggio 1628, restando così la marina di Puolo divisa dal confine naturale del rivo che sfocia in direzione della Petrapoli (‘o scuoglio ‘e miez’ - lo scoglio di mezzo).

Sicuramente nei secoli il villaggio è stato sempre abitato, in quanto è certa la presenza sul territorio di tre chiese. La chiesa dell’Addolorata sorta intorno al 1500 e riedificata nel settecento allorquando la chiesa di Sant’Erasmo, che sorgeva nel territorio lubrense affianco al rivo dove adesso è stato costruito il palazzo che ospita il Ristorante da Raffaele, rovinò e fu finita di demolire al tempo dei francesi. La tradizione vuole che fosse antichissima e vi era la credenza che vi fosse esistita la colonna ove Sant’Erasmo avrebbe sofferto il martirio e che la sabbia antistante al luogo ove sorgeva la chiesa fosse miracolosa. La terza chiesa di cui il Filangieri ci dà notizia è la cappella di S. Eustacchio che stava propriamente sul Capo di Massa (all’altezza dell’insenatura detta ‘o Maciello). Di quest’edificio che era già diruto nel 1654 ora è possibile scorgere solo un piccolo brandello di mura nel lato occidentale dell’insenatura.

Nel 1797, in seguito all’epidemia di peste nella vicina Napoli, l’Università lubrense istituì a Puolo un presidio di guardie civiche per evitare che gente estranea entrasse nel territorio. Secondo il folclore locale, le famiglie degli Esposito e dei Di Leva (che si stabilirono a Puolo tra la fine dei 1700 e l’inizio del 1800) pare provenissero proprio dal Borgo dei Pescatori di Napoli e che si fossero allontanati dalle loro dimore originarie proprio per sfuggire al contagio di un’epidemia di peste o di colera.

Nulla purtroppo, ho trovato a riguardo dell’edificio detto la loggia. La tradizione popolare vuole che questo stabile, che costituisce la maggior parte del nucleo originario del paese, fosse un pastificio e che la grande terrazza che lo sovrasta servisse ad essiccarvi la pasta prodotta. Certo l’architettura dell’edificio, abbastanza singolare se non unica nel paesaggio sorrentino, presenta enormi stanzoni con le volte ad arco (ora per la maggior parte suddivisi da tramezzi e soppalchi), cisterne e pozzi interni, contorte scale interne che dai monazzeni posti a livello della spiaggia, attraversando il piano intermedio, conducono al terrazzo sovrastante e la presenza di un locale detto il mulino, dove fino a pochi anni orsono era presente ancora una macina, supporta quello che recita la diceria popolare.

Passando alla storia più recente e riflettendo sull’evoluzione che il paesaggio ha avuto da quando lo descrisse Stazio ad i giorni nostri possiamo affermare che Puolo, nonostante lo scempio effettuato dalla cava, è uscita abbastanza indenne dal sacco edilizio che ha subito la penisola sorrentina negli ultimi trent’anni. Fondamentale è stato sicuramente il comportamento di Achille Lauro che ha conservato praticamente intatto il territorio, acquistato agli albori del ‘900, che fa da cornice alla maggior parte della baia. Provvidenziale per l’ambiente fu anche l’atteggiamento delle Marchese di Serracapriola che, agli inizi del 1960, si opposero ed impedirono lo scellerato progetto per la realizzazione di una strada che doveva partire da Marina Grande e costeggiando il mare raggiungere Massa Lubrense.

LA CAVA (‘A Muntagna)

Alla fine del 1800 la costa, che praticamente era rimasta intatta dall’epoca in cui Pollio Felice vi aveva costruito la sua splendida villa sorrentina, fu deturpata a suon di dinamite ad est sul promontorio della Calcarella ed ad ovest nella cava Merlino. Con la lenta e continua attività estrattiva caddero a colpi di polvere da sparo milioni di metri cubi di roccia calcarea e con essa i preziosi ruderi della villa romana tanto decantata da Publio Papinio Stazio.

Bisogna pur dire che l’attività estrattiva iniziata con i Fernez ed i Fogliotta che si erano limitati, per quanto si ricorda, all’estrazione della pietra calcarea utilizzata per la produzione della calce effettuata in loco nella Calcara (il grande edificio in tufo all’ingresso della cava); in seguito, con l’acquisizione del territorio da parte dei Merlino, divenne una vera e propria industria a carattere stagionale offrendo opportunità di lavoro, in un territorio dove esiste va solo la pesca, l’agricoltura ed una sparuta marineria, a centinaia di persone che provenivano dall’intera penisola sorrentina. Accanto ai locali, molti immigrati, soprattutto sardi, trovarono lavoro nella cava (i Zuddas, i Murredda, il Migliorini - noto per essere uno dei più bravi caricatori).

La cava divenne, come si è detto, una vera e propria industria con proprie maestranze, specializzate e non (ingegneri minerari, amministratori contabili, capi operai, gruisti, minatori, carpentieri, cavapietre, manovali ed apprendisti), ed una struttura autosufficiente con uffici amministrativi ed una propria officina specializzata (la forgia) dove carpentieri esperti costruivano o riparavano i carrelli per il trasporto delle pietre e dove i fabbri forgiavano i vari attrezzi occorrenti per l’attività estrattiva.

Man mano che il promontorio veniva rosicchiato, sulla spianata che si creava, veniva posto un reticolo di binari, necessari per lo scorrimento dei carrelli sui quali potenti gru a vapore caricavano gli enormi massi. I binari conducevano sia alle banchine d’imbarco dei pontoni, sia all’attracco delle bettoline (battelli destinati al trasporto di pietrisco), sia al frantoio dove i detriti venivano trasformati in brecciolino per essere poi caricato sui paranzielli (velieri muniti di motore).

I PONTONI

L’attività della Cava era strettamente legata all’attività principale della ditta Merlino che era quella di costruire opere marittime (porti e dighe frangiflutti). Per il trasporto dei massi si utilizzavano i pontoni, grosse chiatte su cui erano poste file parallele di binari necessari per l’imbarco dei massi posti sui carrelli. I pontoni denominati Campania, Asti, Savoia (a denotare l’influenza piemontese nella ditta Merlino) venivano trainati dal rimorchiatore Pietro Micca acquistato, agli inizi del secolo, dalla ditta Merlino in Inghilterra e tutt’oggi ancora operante come mezzo da diporto (unica nave a vapore italiana ancora in circolazione). Il Savoia affondò nel porto di Puolo a metà degli anni sessanta mentre il Campania e l’Asti furono messi in disarmo e sostituiti con zatteroni a motore allorquando, qualche anno prima della chiusura dell’attività, furono messi in disparte i carrelli e le gru a vapore e furono utilizzati moderni bulldozer e camion da cava.

Gli equipaggi dei pontoni avevano delle caratteristiche particolari, infatti gli imbarcati svolgevano varie mansioni ed erano un po’ marinai, un po’ operai, un po’ gruisti e ferrovieri a seconda delle operazioni che il mezzo svolgeva.

Dagli inizi del ‘900 fino a metà degli anni settanta, nel periodo che andava da aprile ad ottobre, la vita degli abitanti del borgo era scandita dai ritmi legati all’attività della cava: il rumore prodotto dal frantoio, il fischio del capo operaio per l’inizio e la fine dei turni di lavoro, i tre squilli di tromba che avvisavano operai e popolazione l’imminente esplosione di una mina, il rumore del grosso compressore - posto nei locali all’ingresso della cava - che pompava aria ai martelli pneumatici che operavano lungo il costone roccioso, il martellare degli operai nella forgia, il fischio del Pietro Micca che chiedeva a qualche cutter ancorato nella baia di spostarsi al fine di effettuare la complicata manovra per l’attracco dei pontoni e la voce possente del capo-pontone che all’attracco chiedeva “‘O pont’ è lest’? Ammaina!” (il ponte è libero? ... ammaina!) e solo allora il ponte levatoio che era alla testata del molo veniva calato ed iniziavano le operazioni d’imbarco dei carrelli carichi di macigni.

LA GALLERIA

Periodicamente, ogni 4-5 anni, avveniva il grande evento: veniva fatta esplodere la galleria. Praticamente dopo una lunga operazione di scavo per la costruzione di una galleria cieca, che veniva effettuata generalmente a metà del costone roccioso, il tunnel scavato veniva imbottito con tonnellate di tritolo e fatto esplodere. Prima dell’esplosione i periti della ditta Merlino passavano per ogni casa prendendo nota anche delle più piccole lesioni negli stabili al fine di evitare rivalse non fondate a seguito di eventuali danni creati dall’esplosione. I Comuni di Massa e Sorrento emettevano le relative ordinanze di sgombero delle abitazioni dell’intero paese e l’interruzione al traffico marittimo nella zona. L’esplosione veniva annunciata dai tre soliti squilli di tromba a distanza di un’ora l’uno dall’altro. La potente esplosione faceva scuotere la terra ed era avvertita fino a Meta, la collina veniva dilaniata e milioni di metri cubi di roccia calcarea rovinavano.

All’inizio delle attività per staccare i massi dal costone si utilizzavano piccole cariche di tritolo che venivano alloggiate in fori ricavati a colpi di scalpello e mediante l’utilizzo di acido muriatico che corrodeva il calcare. La prima volta che fu utilizzato il metodo della galleria, forse per imperizia dei minatori, i risultati furono deludenti. I vecchi ricordano che la galleria fece cannone ed i pochi massi che furono strappati alla montagna vennero scagliati, come da un potente cannone, in mare fino all’altezza dei promontori che delimitano la baia.

Con la fine delle attività il territorio della cava fu venduto ed i nuovi proprietari cercarono di effettuare una grossa operazione di speculazione edilizia, operazione bloccata sul nascere dall’azione intrapresa dall’Associazione Amici di Puolo che nel 1979, con una petizione popolare sottoscritta da migliaia di cittadini, riuscì a coinvolgere tutti i partiti presenti in parlamento ed bloccare la colata di cemento che avrebbe definitivamente rovinato la baia.

LA PESCA

La pesca è stata per secoli l’attività principale degli abitanti dei borgo. Ciclicamente, a seconda delle stagioni e del pesce che periodicamente si presentava nel Golfo, i pescatori attrezzavano le imbarcazioni con le reti e gli arnesi più appropriati. Così la primavera e l’estate solitamente erano legate alla pesca delle alici. I lunghi gozzi venivano equipaggiati con le lampare (grandi reti da circuizione) e all’imbrunire prendevano il largo le barchette con a poppa i globi (grandi lampade alimentate a petrolio); procedendo a bassa velocità attiravano il pesce e lo convogliavano nel luogo più appropriato per essere cinto e catturato dalla grande rete. Al mattino le grandi reti, che fino agli anni ‘60 erano di cotone, venivano stese ad asciugare sull’arenile ed i pescatori si disponevano in torno ad esse per effettuare le riparazioni (cunciare) i danni che inevitabilmente (vista la delicatezza del materiale) subivano ogni notte; i bambini ripulivano i gozzi dalle alghe e da piccoli pesci e stendevano il pagliolo ad asciugare intorno alle barche. Verso le undici dei mattino le reti stese venivano panniate (maneggiate per far cadere sabbia e sassolini) per essere poi raccolte ed imbarcate sui gozzi ripuliti ed in ordine. Nel pomeriggio (‘a controra) la spiaggia si presentava deserta, i pescatori riposavano per affrontare una nuova notte di pesca.

Settembre, se era propizio, era legato alla pesca del castardello. Le barche venivano attrezzate con la ravestina (particolare rete da circuizione leggera di piombo) ed alla partenza per la battuta di pesca si recavano nella spiaggia del Portiglione per caricare le pietre da lanciare al fine di costringere il pesce ad entrare nella rete. D’inverno le ciurme si attrezzavano per la pesca con la sciabica (sciavichiello) che, a seconda dell’opportunità, veniva tirata a terra o sul gozzo; sull’arenile venivano predisposti dei piccoli pergolati (spasari) utilizzati per asciugare le reti. Nelle giornate brutte il tempo era impiegato per sarcire (tessere la rete, a quest’arte spesso si dedicavano le donne che svolgevano anche il compito di pescivendole) ed armare le reti (i mestieri).

Le ciurme (chiorme) erano organizzate, per la maggior parte, in modo che i loro componenti erano strettamente imparentati tra di loro e solitamente il capo pesca era il più vecchio della famiglia. Negli anni sessanta esistevano ancora le ciurme di: Vanniello, Catapano, Accummauno, Rafel’ ‘a Muschia, e quella degli Alleati. Di queste ciurme, a volte, facevano parte anche dei contadini, che s’imbarcavano d’estate allorquando scarseggiava il lavoro in campagna.

A fianco a questi tipi di pesca veniva effettuata la pesca con le reti di fondo, con la lenza e qualcuno praticava la pesca al polpo mediante l’utilizzo delle lancelluzze (anforette di terracotta collegate tra loro da una sagola e depositate sul fondo; i polpi vi entravano con l’intento di costruirvi una tana).

Gli anni settanta portarono il nylon ed i galleggianti in materiale plastico. Il lavoro dei pescatori fu agevolato sia per la leggerezza del materiale, sia perché, a differenza del cotone, non aveva bisogno di una repentina asciugatura; i gozzi vennero attrezzati con motori diesel, molti pescatori s’imbarcarono come marinai su navi mercantili ed un po’ di poesia andò in soffitta con il boom economico.


Questo collage di notizie e di ricordi vuole essere solo uno stimolo per una ricerca più approfondita.

(adattamento del testo di Claudio Esposito - Associazione per la Tutela di Puolo)