MATERIALI COSTRUTTIVI
TUFO
Di origine vulcanica è adatto alle costruzioni perché facilmente lavorarabile. Vi sono vari tipi di tufo: giallo, grigio e nero (sorrentino) o pipernino. Il tufo giallo è più compatto ed omogeneo, ma non è un materiale estratto nella nostra zona. Il tufo locale invece veniva ricavato a mano staccando dai costoni grossi blocchi usando cunei e picconi. I blocchi venivano poi squadrati nella misura desiderata. Il cuneo veniva inserito nelle fessure della cava, poi con un martello si colpiva più volte, finché non cadeva un blocco. Preso il pezzo di tufo, con degli utensili tipo asce si cominciava a far prendere la forma al blocco. Una persona esperta nella lavorazione riusciva a produrre anche 40 pietre (conci) ben squadrate al giorno che di norma misuravano circa cm. 20x20x20. La squadratura non era precisa perché eseguita a mano con apposite asce a taglio largo. Circa 40 anni fa l'estrazione del tufo è cessata. Oggi non si estrae più artigianalmente, ma industrialmente. Il tufo oggi prodotto viene tagliato con apposite apparecchiature in blocchi di 24 cm. di lunghezza, 12 di larghezza e 40 di profondità.
A Massa è ancora possibile trovare grossi banchi di tufo in località Monticchio, Titigliano e Schiazzano. In tali zone vi è solo il tufo nero. I banchi di tufo non sono facilmente visibili in superfice perché coperti da strati di terreno. Nel rivo di Pontescuro, nella località denominata "Cementaro", ci sono ancora delle enormi cavità create dall'estrazione del tufo (cessata verso la metà del ‘900). Per trovare il tufo compatto e più resistente, detto Pipernino, bisogna scavare in profondità, ove si trovano strati di questo materiale, la cui estrazione avveniva con martello a toppa.
PIETRA
CALCAREA
Questo materiale è quello più comune nella nostra zona, costituendo l’ossatura dei Monti Lattari e, di conseguenza, di tutta la Penisola Sorrentina e Capri. Essendo il più antico, è stato ricoperto, col passare delle epoche, da strati di altro materiale di origine arenaria o vulcanica. La pietra calcarea è anch'essa usata per lavori di edilizia, pur se oggi è utilizzata soprattutto per rivestimenti esterni o per drenaggi.
In
passato ha avuto largo impiego proprio per la sua ampia diffusione ed è stata
utilizzata soprattutto per la realizzazione dei muri di sostegno dei
terrazzamenti agricoli, unitamente alla pietra di Massa. Tali muri, detti mangiarini, venivano eseguiti da operai specializzati.
Nella
costruzione delle case era utilizzata in fondazione o per i piani inferiori
dell'edificio per il suo maggior peso rispetto al tufo, che era utilizzato per i
piani o le strutture superiori, come le volte. In tal modo, si dava una maggiore
stabilità all’intera fabbrica.
Le
pietre calcaree prendevano la denominazione a seconda delle dimensioni. Dalle
pietre in blocchi usate a faccia vista si passava a quelle per il riempimento
dei vuoti interni alla muratura con i mazzacani, mazzacanielli,
poi alle savurelle ed infine i pulecini, che era la misura più
piccola ed utilizzata per i massi di copertura prima di iniziare un nuovo
livello.
Oggi
la pietra calcarea è estratta soprattutto per la produzione della
calce e
del cemento. per
cottura ad altissima temperatura in altiforni.
L’impiego
più frequente è soprattutto per rivestimenti esterni di strutture in cemento
armato e non più con funzione portante ma estetiche. I lavoratori della pietra,
che oggi sono chiamati scalpellini, in passato venivano anche detti pipernai.
A
Massa vi sono numerose cave di calcare soprattutto lungo la costa. Tali cave
furono aperte, a partire dai primi del secolo, per la produzione di cemento (Italsider)
o per estrarre blocchi ciclopici per la realizzazione di scogliere frangiflutto
(marine). Famosa è la scogliera in via Caracciolo a Napoli, realizzata con le
pietre della Cava Vitale a Marcigliano. Lungo la costa, oltre alla cava di
Vitale, furono aperte le cave di Puolo (Merlino), Villazzano, Gesiglione e Jeranto
con grave danno all’ambiente.
La
roccia calcarea veniva rotta con gli esplosivi, praticando un grosso foro
all'interno della parete rocciosa di circa 10 m, con andamento ad "L",
in fondo al quale veniva depositato l'esplosivo. L'esplosione avveniva così in
profondità, provocando enormi distacchi di materiale. Per l'estrazione del
calcare numerosi minatori sardi vennero ad abitare nelle nostre zone, tra questi
gli Agus, Marcia, Murredda, Piscedda, Fois, Scalas, Urru, Zuddas, ecc.
PIETRA
DI MASSA
La
nostra pietra arenaria è chiamata pietra di Massa perchè questo tipo di
materiale si trova nel nostro territorio in quantità maggiore rispetto ad ogni
altro luogo. La pietra di Massa non è dura e compatta come quella calcarea e
nemmeno tenera come di tufo vulcanico.
Nel monte San Nicola risiede la cava più importante di questo materiale che, essendo più malleabile, veniva utilizzato per creare contenitori, gradini, portali, ornie e stipiti di porte e finestre, canali di gronda, vaschette, ecc. L’altra cava importante era alla Chiaia, a Marina della Lobra.
L’impiego
più frequente che si faceva di questa pietra era per pavimentazioni stradali
(essendo porosa e poco sdrucciolevole) e per la fabbricazione delle mole
per affilare i coltelli. L'ultimo artigiano che ha fabbricato questi oggetti si
chiamava Filomeno, della Marina Lobra.
La
pietra arenaria era utilizzata anche da grandi scultori o artigiani della pietra
per la realizzazione di opere di buon livello artistico. Tra i maggiori artisti
che hanno utilizzato questa pietra vi è Annibale Caccavello, scultore massese,
uno dei più famosi artisti del rinascimento. Tra le opere maggiori realizzate
con tale pietra, presenti in Massa, vi è la coppia di arcate e la base del
pulpito nella ex Cattedrale.
Anche Riccardo Filangieri nella Storia di Massa Lubrense ha sottolineato l’importanza di questo materiale nella economia di Massa Lubrense e del vasto impiego che se ne faceva sia nel campo dell’edilizia sia in quello artistico.
Un’altra
attività che aveva dato vita ad un attivo commercio, e che nel Settecento
ancora sopravviveva era la lavorazione della cosiddetta pietra di Massa.
Per la sua apparente rassomiglianza al piperno e per la sua duttilità allo
scalpello, essa era assai ricercata per rivestimenti di edifici, portali,
sedili ed altre opere. La presenza di tagliamonte o cavapietre
fa pensare che nel Settecento, pur decaduto quel commercio, non furono mai
abbandonate le cave; e quella di scalpellini e pipernieri sta ad indicare che la
lavorazione aveva ancora luogo. Al dire del Filangieri essa era scaduta di tono
e si occupava soltanto della preparazione di mole
adoperate per affilare le armi e per uso dei mulini.Le prime furono adottate
dalla Real fabbrica d'armi di Torre Annunziata nel XVIII secolo; di esse si
faceva uno smercio importante. Fin dal secolo Xlll si hanno notizie di queste
cave, che son dette di Sorrento nell'epoca della incorporazione. La
chiesa del Carmine Maggiore aveva il frontespizio di pietre lavorate, di Caserta
e di Massa. Tutto il campanile di S. Lorenzo Maggiore, costruito nel 1487, fu
rivestito di questa pietra.
Con
istrumento del 18 agosto 1490, Francesco da Settignano ed altri maestri
promisero fare quattro finestre di pietra
buscia, sei porte di pietra
azzurra, un camino ed altre tre finestre interne, nel palazzo Como, ora Museo
Filangieri; e si stabilì doversi portar le pietre dalla montagna alla marina di
Massa a spese del Como, ed a spese dei maestri fin sopra luogo.
E
così furono lavorate sei mostre di porte nel monastero di S. Maria della
Consolazione in Posillipo, simili a quelle della ch. di S. Giuseppe all'
Incoronata; furono fatti i sedili nella sala del S. R. C. in Castel Capuano, nel
1537; e furon fatti, un arco, una mostra di porta ed altri lavori, nella
cappella Loffredo in S. Gaudioso di Napoli, nel 1559, da maestri Angelo e
Antonio Cappelli fiorentini, e Giacomo Anello Vicedomini di Massa.
E
durante la fabbrica della nuova chiesa del Monastero della Sapienza, verso la
metà del sec. XVII, furono pagati ducati 387 al massese Orazio Pacifico, per
l'estrazione di questa pietra, che per lo più dicevasi erroneamente piperno.
E ugualmente di pietra di Massa si fece il monumento a Paolo Palmieri in S.
Lorenzo Maggiore, come si leggeva nell'epigrafe. E così tante altre opere, che
ancora oggi possono vedersi, furon fatte nella capitale.
Anche
questo commercio decadde negli ultimi secoli, ma non furono del tutto
abbandonate le cave, e questa pietra dopo l'onore degli scarpelli dei maestri
del Rinascimento, dovette infrangersi ai colpi vili e pazienti degli scarpellini
che ne facevan mole per affilare le armi e per macinare.
Le
prime furono adottate dalla Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata nel XVIII
secolo, e se ne faceva uno smercio importante. Nel 1779 i fratelli Matteo e
Luigi Cappiello erano obbligati, per conto di quella Fabbrica, al lavoro di
queste mole, che venivano cavate sui fianchi del monte S. Nicola, ove ancora
oggi se ne cavano; ed ogni anno si recavano a Massa gli officiali della fabbrica per l'acquisto delle mole, e alloggiavano
in casa dei privati fino al 1785, nel quale anno il parlamento deliberò di
fittare per essi una casa. Tale commercio durava nel 1820.
Questa pietra è molto usata nella penisola per lastricare le strade, essendo insuperabile in tale ufficio per non esser sdrucciolevole, specie durante la pioggia.
LAPILLO
Il
lapillo è anch’esso un materiale vulcanico. Esso è stato proiettato assieme
a cenere, pomici, sabbia ed altri prodotti dai vulcani dei Campi Flegrei, prima,
e dal Vesuvio, poi, verso le nostre zone. Qui è andato man mano accumulandosi,
spinto anche dai venti, in piccoli banchi formatisi nelle vallate e lungo
pendii.
Si
trova comunemente sciolto ed ancora oggi viene impiegato soprattutto negli
intonaci misto alla calce. L’impiego principale che un tempo se ne faceva era
per pavimentazioni e per impermeabilizzazioni soprattutto sulle coperture delle
volte dei caseggiati realizzando il famoso “battuto di lapillo” come si può
apprendere leggendo il documento sull’architettura rurale anteposto al
seguente capitolo.
CRETA
Non
abbiamo notizia di produzioni di terracotta nell’ambito locale, nè di vasai,
ma anche tale produzione sicuramente è stata praticata nella nostra zona per la
presenza di più luoghi ove erano estratte le “crete di Massa”. Il
Filangieri ci dà notizia che esse erano commercializzate ed esportate, in
particolare venivano usate nella Real Fonderia di Messina.
(Tratto
da ALLA RISCOPERTA DELL’
ARTIGIANATO LUBRENSE
Studio
realizzato dalla III A (94/95) della S.M.S. Bozzaotra
in collaborazione con Archeoclub d'Italia - Sede di Massa Lubrense)