Massalubrense Antica (1881)

 di Franceso Saverio Maldacea


Massalubrense Antica

 

Massalubrense giace sotto i gradi quarantesimo e minuti quaranta di latitudine settentrionale, e trentesimo secondo di longitudine. Dista da Napoli 24 miglia per mare e 30 per terra, ed ha una circonferenza di miglia 16. L'intero suo territorio forma una deliziosa penisoletta circondata al mar Tirreno e lega soltanto col territorio di Sorrento.

La fama delle sue magiche collinette risuona per ogni dove, e chiunque approda in Sorrento, patria famosa del gran Torquato, non lascia di visitarla, e provare insieme le dolci emozioni che questa terra inspira.

Massalubrense fu chiamata dagli antichi promontorio di Minerva a cagione del celebre tempio a questa Dea innalzatovi da tempi antichissimi. Strabone scrive che alcuni la nominarono anche Prenusso. L'etimologia del vocabolo Prenussum è stata soggetto di forti controversie, chi ha preteso essersi detto Pronesso, come quello che è posto di contro all'isola di Capri. A giudizio di altri il nome stesso di Prenusso accenna al prolungamento di esso promontorio, o derivasi da precipitare, epiteto caratteristico di quel suolo per effetto di una rivoluzione fisica separato dal suolo di Capri. Pare però che debba leggersi piuttosto Sirenusium viziato dagli antichi copisti, ed è questa una opinione molto seguita, e specialmente il Casaubuono corresse la parola di Strabone, affermando che dalle vicine isole Sirenuse preso avesse nome il detto promontorio. Infatti questo luogo era chiamato delle Sirene, o perché vicino alle isole Sirenuse, come afferma il citato Casaubuono, o perché credevasi esser sede delle Sirene, o infine pel tempio delle Sirene che erigevasi su di esso.

Assai venne scritto e favoleggiato sull'origine di Massa, e specialmente di Sorrento; tra noi possiamo dire con verità che Massalubrense fu gran cosa un tempo, ed ora non le rimangono che poche vestigia di ruine.

Taluni scrittori amano di far conoscere che i primi abitatori di Massalubrense furono i Fenicii, e che edificarono ancora il celebre tempio di Minerva, ma dei Fenicii poco o niente sappiamo; e se taluni scrittori fanno da essi popolare tutte le coste della Campania, non potendolo colla storia, s'ingegnarono dimostrarlo con dotte etimologie.

Da Strabone abbiamo che il tempio di Minerva consacrato fosse sul promontorio da Ulisse, il quale dice: Eo in promontorio fanum est Minervae ab Ulisse conditum. Ma volendone giudicare con principii più esatti siamo piuttosto portati a credere che i Tirreni furono quelli che edificarono e consacrarono il tempio a Minerva; i quali, dopo i Cumani, si ebbero il dominio di questa felice contrada, ed il tempio a quella Diva edificarono, e dovettero scegliere questo tratto di terra come il più fertile per la coltura, ed il più atto anche per la navigazione. Campestria enim illa propter loci abundantiam bella concitasse. Sicché ad essi si attribuisce non solo il culto di Minerva, ma pure il primo porto e città marittima, che tra Pompei ed il capo di Minerva sia stato, qual si fu la città di Stabia, che fu secondo i più accorti istorici città dai Tirreni edificata. Difatti è ciò confirmato dell'istesso Strabone, il quale nello stesso libro V dice che Pompei ed Ercolano furono un tempo occupate dagli Osci. Et deinceps Pompeii quos Sarnus amnis alluit - segue il discorso Strabone - hanc ipsam (cioè la gente Osca) a Cumanis eiectam. Ecco le prime invasioni nelle quali incominciarono a perdere gli antichi territorii i popoli indigeni di questi luoghi. Illosque, cioé i Cumani, come segue a dire l'istesso Strabone, a Tuscis expulsos. Ecco l'altra invasione di gente estera, i quali erano i Tusci, cioé ì popoli generalmente conosciuti col nome di Tirreni, dai Romani chiamati Tusci, come avverte l'istesso Strabone ne citato libro.

Tutto questo però si disperde nei tempi caliginosi della più remota antichità. Quello che non puossi affatto dubitare si è che la vetustà del tempio è lontanissima, come attestano i molti monumenti scoperti, bassorilievi infranti, acquedotti, monete di bronzo, argento ed oro con perfetta impronta, vasi di svelte forme. Tutto infine concorreva a far congetturare la magnificenza dei monumenti di Massa.

Ibique olim Minervae sacellum erat cuius adhuc reliquiae videntur, et inventi nummi aerei atque argentei, vasa item ex argilla artificiose confecta.

E da Stazio abbiamo.

       Prima salutavit Capreas et margine dextro

       Sparsit Tyrrhenae Mareotica vina Minervae.

In dove i navigatori del Tirreno, che dall'oriente al gran porto di Baia venivano, eran soliti di offrire i loro sacrificii, e ciò facevano per ringraziare la Dea per aver loro fatto passare sani e salvi quel tratto di mare, che fin dai più remoti tempi sempre pericoloso erasi riputato, qual è quello che bocche di Capri noi chiamiamo, e di tal luogo appunto parla Virgilio descrivendolo come pieno di pericoli, e colmo di bianche ossa, cioè degli uomini ivi naufragati. Quel luogo chiama Scopulos Sirenum denominandolo per la parte del seno Pestano, onde veniva Enea.

Tamque adeo scopulos Sirenum advecta subibat

Difficilis quondam multorumque ossibus albos.

Poiché ivi non parla dei piccoli scogli delle Sirenuse, come tutti han fin ora creduto, ma dei promontorio, il quale chiama Scopulos, e non già Scopulum, seguitando la triplice figura, che il promontorio a quella parte mostra, onde l'istesso Strabone triverticem dice che chiamavasi; né trattandosi delle Sirenuse, che piccoli scogli erano anche ai tempi di Strabone, poteva dir Virgilio che la nave di Enea subibat scopulos. Chiunque intende la forza della voce latina subire, ben conosce che parlò Virgilio di scoglio eminente, e propriamente nel mare, qualè appunto il promontorio di Minerva, cui la nave di Enea già si accostava.

Pausania parlando della celebre statua di Minerva Pallade, opera di Fidia, dice hastae cuspis et in summo galeae crista Sunio (Atticae promontorio) usque ad navigantibus conspicua est. L'elmo della Minerva di Massalubrense anche adorno era di creste.

Motis audit Tritonia cristis, ed il dirsi che la punta della di lei asta, ugualmente che il cimiero si vedesse fin da Capri, quando non si voglia tener conto della poca distanza, che passa tra i luoghi accennati, si prenda per una poetica esagerazione.

Il tempio di Minerva compariva a destra alle barche che venivano dal seno posidoniate. Nell'epoca del suo maggior lustro veniva governato da sacerdoti greci, che lo tennero quasi fino al termine della romana repubblica, e si congettura che nelle vicinanze del tempio vi fosse stata una piccola città denominata Atene, che gli stessi Greci vi fondarono, e da Stefano Bizantino ricordata in Italia, che annovera la quinta tra le città dello stesso nome. Senza confondere questo luogo coll'Oppido Minervino, che Livio attribuisce alla Salatina, a volersi accordare con questi scrittori, egli sembra che intorno al celebre tempio di Atene o Minerva si fossero da remoti tempi riunite delle abitazioni, che poi formarono un piccolo villaggio. Erano tali i vestigii, che ne rimanevano negli scorsi secoli, che si attribuivano ad una città. Certo è che un acquedotto per la montagna di S. Costanzo vi conduceva l'acqua dalla sorgente dei casale di S. Agata.

I coloni di quei contorni ne attestano ancora la verità; mattoni lastricati, rialti di fabbriche, medaglie di bronzo, vasi infranti, ma che lasciano travedere l'espressione di uno scalpello greco perfetto spesso hanno verificato, come pure qualche vestigio del tempio ne rimaneva ai principio del secolo XVII e medaglie vasi e marmi vi si scoprivano, e gli stessi capitelli delle colonne di ordine corinzio colla civetta sacra alla Dea, non che il pavimento di opera tessellata colle gemmette, che il suolo sorrentino produce.

In molta venerazione fu questo tempio, e non solo dai popoli vicini, ma dagli stessi Romani, essendo noto da Livio che, trepidandosi per l'esito della guerra contro Perseo, ed alcuni prodigii avvenendo, agli altri pubblici sacrificii e preghiere fu ordinato sacrificarsi colle maggiori vittime sul promontorio di Minerva.

Nell'anno di Roma 582 ricchissimi doni la capitale del mondo inviò alla Dea Minerva di Massalubrense in ringraziamento di taluni benefici ottenuti. Da ogni luogo si portavano a questo tempio offerte e donativi, e specialmente dagli Egiziani, Greci e Romani. Ma quando Augusto tolse le vaste terre, che possedeva, per darle ai coloni romani, che vennero in Sorrento, appoco appoco fu il tempio dai suoi ministri abbandonato, perdé la rinomanza, e derelitto cadde in ruina. Sappiamo però che dopo la ruina dei tempio i Romani vi eressero un castello, a cagione che in varie parti di quegli amenissimi scoscendimenti, ricoperti di annosi alberi di olivi, trovavansi erette molte abitazioni dal popolo che all'intorno del tempio conviveva.

Adriano Turbolo dice: Erat in Campania Athenaeum promontoríum Minervae sacrum ad verbum Minervium cum templo autem aliquid etiam oppidi quae Minervae Delubrum procul ab hominum coetu exulabat. E dopo caduto il castello i massesi nel 1558 vi fabbricarono nel medesimo sito una torre per difesa dei corsari, che per tradimento s'impadronirono di Massa e Sorrento, ed in quegli infelicissimi tempi serviva per scoprire e dar l'allarme con una piccola campana all'avvicinarsi dei corsari: da quell'epoca in poi ha conservato questo promontorio il nome di punta della Campanella, ed ora, demolita la torre, il governo vi ha stabilito un faro per comodo dei naviganti.

Non molto distante dal tempio di Minerva, verso la parte meridionale, vi era un porto che serbò il nome di leranto da hieron, sacro alla Dea, ed Onofrio Gargiulli dice che, se si costituissero degli scavi sul declivio meridionale del monte S. Costanzo, cioè nelle vicinanze di Ieranto, si troverebbero oggetti antichissimi, perché quel sito fu il bosco sacro del tempio di Minerva. Si vuole che dai rottami del tempio e del porto fosse poi stata edificata l'antica chiesa della Lobra in quelle vicinanze, dalla voce latina Delubrum Minervae; e si vuole ancora che fu la prima chiesa cristiana eretta in quella contrada. Distrutta poi la prima chiesa di S. Maria della Lobra nella prima fondazione, e di là trasferita nel luogo detto Capitello, alcune colonne intere vi restarono che appartenevano all'antico tempio e di queste due delle più belle, trasportate in Napoli, furono collocate alla porta del palazzo vecchio dei Viceré, le altre furono messe innanzi alla porta della nuova chiesa di S. Maria della Lobra, e poi passarono nel collegio dei Gesuiti di Massa.

L'attuale chiesa della Lobra era l'antica cattedrale, poscia fu trasferita sull'alto nella chiesa dell'Annunziata, ove stette fin oltre le metà del secolo XV.

Allora avendo i massesi parteggiato per gli Angioini nelle guerre, che costoro mossero al re Ferrante I. d'Aragona, la città col castello e colla mentovata cattedrale fu per ordine di esso Re distrutta, e così l’attuale chiesa della Lobra ritornò ad essere sede vescovile di Massa. Nel 1512 poi Monsignor Geronimo Castaldi, volendo collocarla in un sito più centrale della sua diocesi, edificò la presente cattedrale nel luogo detto Palma, e la dedicò alla SS. Vergine delle Grazie. Questa nel 1632 venne restaurata da Mons. Centini.

L'antico palazzo vescovile però esisteva in questo luogo anche prima di una tale epoca, poiché nel 2° protocollo di notar Ambrosio Auriemma al foglio 78 vi è un istromento del 30 Dicembre 1477 stipulato apud locum Palmae Massae Lubrensis in hospitio S. Episcopi Lubrensi.

Per comprovare sempre più l'antichità di S. Maria della Lobra lo stemma della città di Massalubrense rappresenta l'effige della prelodata Madonna, ed ora l'attuale egregio e zelante Sindaco, cavaliere Alfonso Cangiani, ha fatto collocare l'antico stemma per la prima volta sulla porta della casa municipale.

Merita pure di essere ricordata nelle vicinanze del tempio di Minerva una borgata tra i monti coi nome di Metelliano (Metellianum), oggi corrottamente Metigliano, di un'origine certamente antica, ma sconosciuta. Sembra verisimile che da qualche villa di un Metello avesse propriamente l'origine al più tardi nei primi tempi dell'Impero. Certo è che il borgo di Metelliano è di una antichità anteriore al medio evo, e non solo dal suo nome di leggieri si raccoglie, ma dalle fabbriche ancora scopertevi verso due secoli, come pure di un acquedotto, talché una chiesa vi fu già eretta sotto il titolo di S. Maria di Metelliano, che fu fondata nei primi secoli dell'era cristiana, e poi posseduta dai Benedettini. Nella visita fatta a quella chiesa da Monsignor Nepita vescovo di Massa nel 1691 si vedeva il monastero non distrutto del tutto, ed ora si vede ancora porzione del fabbricato.

Oltre del tempio di Minerva vi era pure il tempio dedicato ad Ecate o Trivia nel luogo detto Fontanella ed ivi ancora si ammirano ruderi di fabbriche antichissime, e tempo fa anche delle colonne, vasi ed oggetti antichi, che appartenevano al detto tempio... Di questo antico tempio ne parla Stazio, il quale così si esprime.

Forte diem Triviae dum littore ducimus udo

Angustasque foris assuetaque tecta gravati

Frontibus.

In Fontanella vi era ancora un antico e comodo porto con molti bastimenti mercantili, e sappiamo che la massima opulenza dei massesi fu sotto l'Impero romano con florido commercio, che poi caduto l'Impero, fu tutto distrutto con perdite delle ricchezze sotto il dominio dei barbari e poi, per l'incursione dei Turchi. Persico, nella sua storia di Massa, dice che un tempo i massesi avevano 60 bastimenti di commercio nella marina di Fontanella, e sappiamo ancora che Carlo VIII concesse ai massesi di avere una galera armata per difesa dei loro bastimenti di commercio. Infine Domenico Antonio Parrini nella sua Storia della città di Napoli e cratere nel 1600 dice che la marina di Massalubrense aveva un porto comodo per i suoi bastimenti, come pure un'acqua sorgiva purissima. Il porto fu abbandonato dopo tante disgrazie, ed a poco a poco ingoiato dal mare, non essendo annualmente riattato, ed il mare giunse fino alle mura del tempio di Ecate, e cominciò a roderle, ed ora si vedono ancora fabbriche in detta marina.

       Non solo i grandiosi edifici di Minerva ed Ecate esistevano in Massalubrense, ma ve ne fu un altro ancora situato alle falde del monte Caprolla, cioè alla punta del promontorio, che guarda il seno Pestano, il quale siamo piuttosto portati a credere che fu edificato molto tempo dopo dai Greci colonisti. Il grandioso condotto d'acqua, i ruderi di fabbriche in vicinanza del tempio, i vasi, le monete, ed i sepolcri scoperti dal Signor Francesco Sebastiani nell'interno della marina ne attestano la verità; Strabone dopo di aver parlato delle Sirenuse così scrive: Ex parte vero (Promontorii) quae et Sirenum versus templum quoddam monstratur, et donaria vetusta eorum qui vicinum locum venerantur.

Il geografo non dice a qual nume era consacrato questo, ma ci sembra, che se il monte era sacro ad Apollo, da cui prese il nome, al medesimo fosse dedicato anche il tempio, che quivi esisteva. L'Anastasio a torto l'attribuisce a Giunone Argiva. Il tempio era magnifico, la volta era sostenuta da grandiose colonne di marmo formando due ordini, ed avendo il pavimento a musaico, e le mura erano coperte di un marmo finissimo. Nell'istesso sito esistono ora i ruderi di un tempio dedicato a S. Pietro, il quale fu fabbricato dopo distrutto quello di Apollo dai primi cristiani; e sappiamo che si servivano delle stesse colonne e dei medesimi marmi, i cui avanzi ne attestano la primitiva sontuosità, come pure pochi anni indietro si vedevano antiche e grandi colonne con capitelli lavorati alla greca, ed ora si osservano ancora due pezzi delle citate colonne fabbricati vicino alla porta colonica di un fondo del Barone Petitti in S. Agata.

       Il tempio di S. Pietro poi fu dato ai monaci Benedettini, ed ivi fabbricarono un monastero ed una grancia al di sotto di S. Agata nel luogo detto Pedara, e si legge nel manoscritto spettante alla visita generale della diocesi fatta da Monsignor Nepita, vescovo di Massalubrense, ciò che segue. Deinde, cioè dopo visitata la chiesa di S. Pietro, descendit ad subcorpus illudque visitavit et invenit ornatum picturis sanctorum Benedictorum. Visitò anche l'atrio o cortile da cui si saliva in diverse stanze addette per refettorio, e perché si approssimava la sera, così si legge nel manoscritto, il Vescovo se ne salì da Caprolla e per istrada visitò anche la grancia dei Benedettini, la cui chiesa era sotto il titolo di S. Giacomo, e questa visita fu fatta nell'anno 1690. Il Signor D. Giuseppe Sebastiani nel 1830, coltivando il suo podere al disotto della Pedara, scopri un fabbricato, che dai naturali s'ignorava da quanto tempo, esistesse sotto terra, e che poi fu riconosciuto che apparteneva alla grancia dei Benedettini di S. Pietro a Caprolla coperta da un'alluvione.

Sul principio del secolo XV già era abolito il monastero ridotto a Commenda, trovandosi nel 1447 circa il Cardinal Niccolò Acciapaccia tenere tra gli altri beneficii Abatiam de Caprolla. Le più antiche memorie che abbiamo della medesima sono del VI secolo, e in due testamenti nei quali si fanno alcune disposizioni a favore del monastero di Capreolae o Capriolis. Di un Abate dello medesimo trovasi pure memoria in un'iscrizione, che tutt'ora v'esiste, che dice:

Abbas Bartholomeus Gazo Neap: sub Ferdinando Rege pie me separare curavit An: 1490.

Per confirmare sempre più l'esistenza dell'antico tempio di Apollo, bisogna riportare un'antichissima costumanza di questi siti ricavata dalle note del poema di Onofrio Gargiulli sulle Sirene. Vi erano alcune offerte di varie città della Grecia che spedivansi ad Apollo Pitio, queste si chiamavano Teorie, ovvero sacre legazioni. La missione, e la strada stessa per cui s'incamminavano i deputati Teoria Via era detta, e ciò si ricava da Polluce, il quale così scrive: Quid ad Pythium Apollinem sunt Theori, et theorica via.

Una traccia di questa costumanza dei greci noi troviamo in Sorrento, dove egualmente che in Napoli ed in altre città della Campania era Apollo onorato: e nella corrotta denominazione di Torca che qui si dà ad un luogo alpestre noi riconosciamo la teorica via di cui parla Polluce. La costumanza che i sorrentini serbano da tempo immemorabile è quella che ora si espone. Partiva ogni anno nel secondo giorno festivo di Pasqua da Sorrento, facendo costantemente la medesima strada, una processione scortata da un prete, che, attraversando i monti Sireniani, ascendeva ad un'altura dove la via il nome di Torca a prendere incomincia. Di là scendendo alle coste bagnate dal mar Pestano, si portava a visitare una chiesa detta di S. Pietro a Caprolla, fondata sulle ruine del tempio di Apollo. Visitava in seguito le isole Sirenuse, e per l'istessa via verso la sera al luogo, onde partiva, si restituiva. Del tempo in cui sia stata questa usanza tra i sorrentini introdotta non vi è memoria; onde è che a credere siamo indotti essere la medesima un avanzo dei costumi gentileschi. Potrei inventare molti esempii di pagane usanze ritenute fino ai giorni nostri, ma basta portarne un tratto dei viaggi del Pokke, il quale parlando delle donne di Cipro così si esprime: Elles se rendent en procession sur le bord de la mer le iour la Pentecôte, ce qui est une reste de le costume payenne, qu'elles avaient anciennement d'y aller tous les ans en mémoire de la naìssance de la Déesse Venus.

Distrutto il tempio di S. Pietro a Caprolla, l'istessa processione scortata da un prete, cioè la confraternita di S. Pietro posta nella chiesa di S. Eufemio, o di S. Antonio di Sorrento in ogni anno nel secondo giorno di Pasqua costantemente ha sempre visitata la chiesa di S. Agata fino al 1860, e dopo quell'epoca finì quell'antichissima costumanza per causa della proibizione delle processioni.

Infine senza poter supporre questo tempio innominato, un'altra religiosa fondazione anche sacra a Minerva, o quello stesso in onore delle Sirene, pare piuttosto ad un patrio archeologo edificato in relazione alla favola delle stesse Sirene, perché Igino dice che andando esse in traccia della rapita figliuola di Cerere, giunsero nella terra di Apollo, dove, per volere della dea, non avendo dato aiuto a Proserpina furono trasformate in uccelli. La terra di Apollo, o del Sole, accenna nel mito alla Sicilia; ma trasferita dall'isola, la sede delle Sirene al promontorio di Minerva, qui sembra che poi s'innalzasse anche un tempio sacro ad Apollo, e par manifesto soprattutto se più che ad altro si riguardi alla detta denominazione di Acrapolla.

In Massalubrense un dì sorgeano ancora magnifiche case e deliziosi giardini dei Romani, e benché Pozzuoli, Cuma e Baia fossero più ricercate, pure tutto il lito del nostro Cratere al dir degli antichi storici, che del bel regno ne tessero gli elogii, rassembrava una continuazione di città, ed oggi ancora si ammirano avanzi mutilati di antiche opere di facoltosi Romani. Sappiamo che il villaggio di Nerano fu visitato da Tiberio Nerone, da cui prese il nome, il quale da Capri soleva venire, ed alcuni facoltosi Romani vi fabbricarono dei casini adorni di verdeggianti giardini.

Il celebre Pollio Felice, innamorato di questi luoghi, gli fece cambiare aspetto. Vi edificò un magnifico palazzo, ed una villa con varie statue, con marmi scelti africani e con immagini di cera e in bronzo dei grandi uomini, poeti, capitani, filosofi, e le tavole dipinte che Pollio vi aveva raccolte. Vi fece dei grandiosi bagni di pregiato marmo, e delle grotte sul lito per conserva dei pesci.

La poesia, l'eloquenza, l'astronomia con amore coltivò, e ricco come egli era, e seguace dell'epicurea filosofia, alle nobili discipline accoppiò le villesche delizie e la magnificenza. Superbo una volta dei poetici onori, ebbe caro i plausi di Napoli e Puteoli dove spesso aggiravasi nel suo cocchio; ma messa in non cale ogni vanità e grandezza, ai tumulti delle città preferì i beati ozii della sua villa, spaurito forse ancora dal feroce dispotismo di Domiziano. Avvenutosi un dì Stazio sull'Appia con Pollio e Polla, la sua donna, e invitato a trattenersi alquanto seco loro nella villa di Massalubrense, ed il poeta riconoscente con un carme quelle delizie celebrava e chi le ebbe in possesso. Dinanzi alla casa, dice il poeta, sta il tempio di Nettuno, dall'altra banda quello di Ercole, il quale era bagnato dalle onde del mare

Spumant templa sale felicia rura tuetur Alcides,

l'uno per proteggere il monte, l'altro la marina; ed un gran portico, opera degna di una città, copriva l'obliqua strada che menava alla magione e, propriamente, secondo altri, il tempio di Ercole sorgeva nel luogo detto Portiglione dagli antichi ruderi di opera reticolata, che da altri per vero, e più probabilmente, si attribuiscono al porto anzidetto. Antico e quasi cadente era quel tempio, e Pollio non solo restauravalo, ma anche ingrandivalo, e come fu compìto ginnici giuochi fe' celebrare in onore del nume.

Non lontano esser doveva il tempio di Giunone, del quale, come degli altri, più volte fa cenno lo stesso Stazio, nè altrove si è creduto situato che nel capo di S. Fortunata, e nel luogo detto madama Giulia nel tenimento di Sorrento, che ben accenna al nome della Dea che eravi adorata. Stazio parlando del tempio di Giunone molto vicino a quello di Ercole così si esprime:

Sed proxima sedem

Despicit, et tacite ridet mea numina luno,

e più sotto dopo, aver parlato di Giove:

Ab excelso veniat soror hospita templo.

Il sito, che fu reso celebre da questo signore romano, oggi si chiama marina di Puolo, nome preso dalla corrotta voce di Pollio, e chi ha cara la memoria dei rari uomini con piacere può visitare dopo tanti secoli questi amenissimi siti. Sopra detta marina si sono trovati ruderi di fabbriche e pregiati marmi, e sappiamo ancora che ivi fu trovato un pavimento ed altri pezzi di marmo di un pregio singolare.

Si legge nella storia di Massa scritta dal Persico che nell'anno 1624 Giovanni Vinaccia, cavando le fondamenta per fabbricare una stanza sopra la marina di Puolo, scoprì un grande salone con pavimento di pietre mischie bellissime e che il canonico D. Gaetano Califano ne conservava molti pezzi. In un podere dei Sig. de Turris al Capo di Massa si mira da secoli una lunga e magnifica colonna di marmo che apparteneva agli edifici di Pollio Felice.

In fine meritatamente il poeta Gargiulli descrivendo questo amenissimi siti così si esprime:

E' tra Sorrento e l'Ateneo che incontro

A Capri alza la fronte un curvo lido,

Dove quando temuto era il Romano

Nume di Pollio, che in Dicarco nacque

A piè di un colle ameno alta sorgea

La campestre magion. Colà sovente

Venir solea dalle sebezie rive

Quel vate di Marone emulo ardito,

che le risse cantò fraterne, e i sette

Fieri duci di Tebe armati a danno.

Massalubrense fu luogo ancora consacrato alle Sirene.

L'innocente semplicità e la beata ignoranza della tanto glorificata età dell'oro diedero anima e figura a molteplici chimere, che mille fallaci tradizioni della vita infantile del mondo trasmisero ai popoli già riuniti in nazioni. Le Sfingi, le Sirene, i Centauri, ed altri simili mostri non esisterono mai sulla superfici del nostro pianeta, ma intanto giurarono sulla loro esistenza immense province del Globo, ove si videro loro creati dei templi e delle are fumanti. Omero, Licofrone, Pausania, Aristotile ed altri asseriscono essere stato il Promontorio di Minerva sacro alle Sirene, e Dionisio Periegete lo chiama petra Sirenae.

Plinio parlando della nostra penisola così scrive: Surrentum cum promontorio Athenaeo, Sirenum quondam sede.

In quel lato del promontorio che guarda il cratere, e propriamente nel luogo detto Montaccora, si congettura che vi era il celebre tempio delle Sirene, di cui scrive Strabone: Ab altera montani lateris parte Sirenum templum, ab altera ad Posidoniatem sinum Sirenusas habet promontorium.

Il Valchener nelle sue annotazioni così si esprime: Sirenes raptum Proserpinae lamentantes, ad Apollinis petram venerunt.

Questa pietra di Apollo dove giunsero le Sirene, che non è facile trovare altrove, è una punta del promontorio di Minerva, che guarda il seno pestano in faccia alle Sirenuse, ed oggi ritiene la corrotta denominazione di Caprolla.

Più cognizione di questi siti mostra Onomacrito, che sedenti descrive le Sirene sopra un erto scoglio, che sporge sul mare percorso da due lati dalle onde, quel si è appunto il promontorio di Mínerva.

Le denominazione di Vergini del monte data alle Sirene è fondata su ciò che segue. Un luogo montuoso in Massalubrense dove si congettura, che sia stato il tempio delle Sirene, di cui parla Strabone, chiamasi Montaccora. Analizzato questo vocabolo metà greco e metà italiano, si trova che posto da parte la voce monte, il resto sia un genitivo dorico del numero plurale, cioè Tan kopan, delle Vergini, ovvero delle donzelle. I massesi molto ritennero dal dialetto dorico, invece di dire delle Sirene, dir dovettero anticamente monte delle Vergini.

Del tempio delle Sirene ne parla ancora Frontino nel ricordare la romana colonia da Augusto dedotta nell'Agro sorrentino, né diversamente dal greco geografo un antico compilatore lo celebra per molti donarii ed offerte, non che pel concorso dei popoli vicini.

Stefano Bizantino dice ancora che in grande venerazione vi erano le Sirene, ed il culto, che vi ebbero sin dalla prima fondazione di Sorrento, diede occasione alla favola, da Omero narrata e da altri antichi, che Ulisse seppe evitare il suave canto delle Sirene, al quale non isfuggendo i Centauri, perivano di fame inseguiti da Ercole per Tirsenia.

Ammettendosi del resto che i due tempii vi furono eretti da due diverse colonie, e quello delle Sirene prima dell'altro sacro a Minerva, è forse soverchio l'andare investigando perché vi si edificassero l'uno a breve distanza dall'altro. Si è creduto che ciò fosse per le relazioni mitiche che avevano per Minerva, le quali come che ingegnosamente esposte da alcuni archeologi, più manifeste sembrano con Giunone e con Giunone averne io credo, perché un simulacro della Dea nella città di Coronea nella Boezia in una mano teneva le Sirene. Ma se bene è noto che il tempio di Minerva stava sulla sommità del promontorio dove se ne ricordano i vestigii, ignota è la situazione di quello delle Sirene, e per sola congettura si è detto che sorgesse nel luogo detto Montaccora, ed altri lo hanno creduto una delle eminenze che fanno corona a Sorrento detta Schifani, e si è supposto ancora sul colle di Capodimonte all'occidente ed a vista della città di Sorrento, ma altro non vi si ricorda che ruine di sepolcri.

Rinomate ancora furono le isolette Sirenuse nelle vicinanze del tempio di Apollo, oggi Caprolla. Il più volte lodato Strabone così scrive: Ab altera... ad Posidoniatem sinum tres exiguas insulas desertas et saxosas, quae vocantur Sirenusae.

Vengano chiamate ancora Petrae, Petrae quas Sirenes habitavere... Minervae promontorium.

Fra le due punte di Montalto e S. Germano, in situazione opposta a quella di Sorrento si elevano le Sirenuse, piccoli ma celebri scogli nelle memorie favolose dei nostri popoli. Coi nomi analoghi di scogli e sassi delle Sirene li ricordano gli antichi, e molto poeticamente li mentovò Claudino con quello di saxa musica.

Musica saxa fretis habitabant dulcia mostra.

Essendo ben nota la favolosa tradizione omerica, che le sirene vi abitassero, le quali con la musica e, col canto allettando i naviganti a sé li richiamavano per divorarli.

Si crede che dopo la guerra di Troia, Ulisse si portò in queste coste, e sappiamo da Omero che si fece legare all'albero della nave, allorché si avvicinò alle isolette abitate dalle Sirene, memore degli avvertimenti di Circe. Volle ascoltare il canto delle Sirene, e non permise che l'udissero i compagni, i quali erano profani perché non iniziati nei misteri di Rea.

Questa tradizione mitica, la quale non può trovare spiegazione che nel culto delle Sirene, dall'Epiro nel prossimo promontorio trasferito dai Teleboi, innanzi che qui fosse in fama, ebbe sedi più lontane l'isola di Creta, e il promontorio Peloro nell'isola di Sicilia, e senza credere con alcuni che gli scogli delle Sirenuse per effetto dei fuochi sotterranei siano venuti fuori dal fondo del mare dopo l'età di Omero, che qui si trasferisse dopo che nella Sicilia mi par dimostrarlo il progresso della navigazione di quei popoli, prima nell'isola, poi nell'Italia. Ed al mito stesso sono da attribuire origini più lontane, origini asiatiche, e poiché nate dall'Acheloo del Sipilo, si dicevano delle Sirene, poi quella dell'Acheloo dell'Acarnanio donde dalla venuta dei Teleboi passò nella Sicilia e nella Campania.

Le isolette sono cinque, sono a 500 e più passi lontane dal lido, e coi vicini scogli formano una specie di cratere vulcanico.

Comeché non si può ravvisarvi veramente un vulcano attivo di tempi remotissimi, manifesta ne è nondimeno l'origine da un'eruzione sottomarina, non meno delle materie vulcaniche, onde sono ricoverte, che delle grandi caverne che si veggono come nella vicina isola di Capri e nella costa amalfitana, in fuori del favoloso soggiorno delle Sirene, non è noto se qualche edifizio vi costruissero gli antichi: deserte ancora oggidì e nei secoli di mezzo, una di esse non servi che per luogo di esiglio alla Repubblica di Amalfi, mentre sappiamo che vi rimase esiliato Manzone II, Doge di Amalfi, per ordine del fratello Giovanni, dopo avergli fatto cavar gli occhi rendutosi intollerabile ai suoi concittadini.

Una specie di porto naturale è dietro di loro ove talvolta viene ad ancorarsi qualche legno, e si congettura che nei primi tempi vi era un piccolo porto. Da una cappella in onore di S. Pietro venne il nome ad una di queste isolette. Un'altra è detta Isola Rotonda dalla sua forma, e la terza il Castelletto dal piccolo castello che contro le irruzioni dei corsari vi fu eretto al tempo di Re Roberto.

Sono anche note sotto il volgar nome di Galli; ma più che alle tre isolette è da credere questo nome imposto ai vicini scogli, i quali, spuntando appena dal mare, sembrano gallare tra le onde.

In fine tralasciando di riportare le altre opinioni sulle Sirene, ascoltiamo l'accento vivo e gagliardo di un nostro nobile, grande ed illustre poeta Torquato Tasso, il quale prima di morire anelava di trovarsi vicino alla sua Sirena.

Oimé dal di, che pria

Trassi l'aure vitali, e i lumi apersi

In questa luce a me non mai serena

Fui dell'angusta e ria

Sorte trastullo e di sua man soffersi,

Piaghe che lunga età rinsalda appena;

Sassel la gloria alma Sirena

Appresso il cui sepolcro ebbi la cuna

Così avuto vi avessi o tomba o fossa.

Col promontorio di Minerva del resto ha fine il golfo degli antichi detto Cratere perché fatto dalla natura a somiglianza di una tazza, ed oltre delle città da tante abitazioni circondate e da tanti giardini che, come oggidì, già rendevano sembianze di una sola città.

 

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