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Il libro Il presepe vivente di Torca Massa Lubrense - Natale 2000 sarà presentato dal prof. Luigi Sigismondi giovedì 27 dicembre 2001, alle ore 18.30 nella chiesa di San Tommaso Apostolo a Torca |
Sul
versante meridionale della giogaia … c’è
un villaggio chiamato Torca. Il nome secondo alcuni, deriverebbe dal latino ’torqueo’ perché la strada <volta> qui… secondo altri, dal greco ‘theorica’ perché di là passava una processione religiosa di giovanotti e di ragazze. |
Approssimandosi
il Natale ed incontrando un amico di Torca la domanda che più frequentemente
gli viene rivolta è: “…ma quest’anno lo fate il presepe vivente?”.
Quasi che il Natale, dalle nostre parti, fosse ormai scandito da questa
manifestazione; quasi che, le poche volte, in quindici anni, che non si è
tenuta, sia stato un po’ meno Natale.
Tutto
ebbe inizio sul finire del 1987. L’associazione ‘Il Sagittario’ era in
piena attività e ad essa aderivano i giovani della frazione animati da voglia
di fare e dimostrare che, anche in questo lembo di terra lubrense, non mancavano
idee e spirito di iniziativa. Ma i veri artefici dell’organizzazione furono i mastri
di festa, quelli dell’attivissima e antica confraternita di San Filippo
Neri il cui oratorio è addossato alla chiesa parrocchiale.
Quando
si decise di intraprendere quest’avventura ci si rese subito conto della
difficoltà, ma nessuno si perse d’animo. Non si pensò alle inevitabili
critiche, né ai confronti, irrispettosi, che si sarebbero operati con altre
rappresentazioni similari organizzate da località viciniori. Era solo una
scommessa, un’occasione per trascorrere un Natale diverso. La manifestazione
però riuscì oltre ogni aspettativa, e quel Natale fu un vero Natale, come non
si viveva da anni. In quella manifestazione si ritrovarono persone di ogni età,
con grande partecipazione di anziani e bambini; si riscoprirono angoli nascosti
di Torca; si onorò degnamente il Figlio dell’Uomo venuto a salvarci e si
diede anche conforto a Don Mario Cafiero, l’anziano parroco, che, pur bloccato
da anni su una sedia a rotelle nella vicina canonica, era costantemente presente
nel cuore della sua gente.
A
‘Torca centro’ si allestirono altre tre edizioni, ed ogni volta sembrava
un’impresa impossibile: chi farà la Madonna, chi Erode, chi San Giuseppe? Uno
che dorme per fare Benino lo si trova sempre, ma per il Bambinello come faremo?
Ci sarà quest’anno una mamma con un neonato o dovremo accontentarci di un
bambinello più cresciutello o addirittura di un bambolotto? E i Re Magi? Li
facciamo venire a cavallo? - suggeriva qualche buontempone - ma quale cavallo?
Non sappiamo neanche come vestirli ! Le discussioni si protraevano fino a notte
fonda ed ancora, a poche ore dall’apertura, quando la gente già premeva sulle
transenne lungo via Torricella, mancava sempre qualcosa o qualcuno.
Inevitabilmente, s’iniziava in ritardo sull’orario prestabilito. Il
venticello freddo della sera pungeva i volti e qualche bambino, liberatosi di
scatto dell’ingombrante copricapo di lana, manifestava tutta la sua
irrequietezza sgattaiolando tra le gambe delle persone in fila. A quel punto i
genitori disperati, non riuscendo più a calmare quel ‘diavoletto’,
sembravano sul punto di andar via. Il vocìo della gente diventava allora più
sostenuto, ma dopo aver subito l’ennesimo spintone, finalmente qualcosa
cominciava a muoversi e ci si incamminava. Appena pochi passi e calava
immediatamente il silenzio. Girato finalmente l’angolo di Via Botteghe ecco un
primo bagliore, …ecco riecheggiare una dolce melodia dall’antica casa D’Aveta,
…ecco il profumo delle zeppole dal cortile dei Terminiello in via Terranova,
…ecco apparire la stella cometa nei giardinetti accanto alla chiesa, …ecco
la magia del Natale, …ecco…, non siamo più a Torca, … siamo a Betlemme !
Approssimandosi
il mese di dicembre del 1991, venne riproposta con forza una vecchia idea circa
la scelta dell’ambientazione del presepe. Il centro abitato di Torca era
bello, ma appariva ormai troppo limitato per quelle che erano le prospettive
della manifestazione. Torca, frazione collinare di
poco più di mille anime, non è solo la piazza con la chiesa
parrocchiale e le stradine vicine. Torca è anche Nula, l’antica e misteriosa Nubilia; è Casalvecchio; è Gesine; è l’affascinante Crapolla;
è il Monticello, che è già di per sé un presepe. Allora perché tanti
sforzi, tante ipotesi, quando c’è un luogo davvero ideale per allestirlo?
Il
Monticello è l’ultimo luogo abitato di Massa e della Penisola Sorrentina sul
golfo di Salerno. Un’unica strada di accesso solo recentemente ampliata, tante
casette rustiche con frantoi, palmenti, bottai e antichi cortili, disseminate
senza un ordine preciso lungo la collina e collegate da vicoli, viuzze e ripide
scalette e poi tanta gente semplice ed ospitale. Il rivo incassato nella roccia
costeggia la strada principale che si fa spazio tra muri a secco con enormi
blocchi di calcare a sostegno di piccoli orti, vitigni e qualche pergola con i
limoni. Questo è il Monticello. E’ la patria dei Terminiello, fieri
agricoltori che qui costituirono un vero e proprio clan. Un tempo gelosi del
loro isolamento, sono sopravvissuti per secoli strappando ai rocciosi pendii
qualche fazzoletto di terra coltivabile. Di intransigente struttura patriarcale
(quasi mai un bene in eredità ad una donna) pur di non dividere la proprietà
terriera ricorsero ad ogni espediente, perfino a matrimoni tra consanguinei.
Solo una studiosa come Annunziata Berrino è riuscita a ricostruire l’albero
genealogico, riallacciando parentele che neanche gli interessati conoscevano più.
L’emigrazione transoceanica, purtroppo, ha falcidiato questa e tutte le
famiglie di Torca ed oggi tantissimi Torchesi sono a Buenos Aires, Mar Del Plata
e chissà in quante altre parti del mondo.
Appena
superato il Monticello si è già nel territorio di Sorrento e dopo neppure un
paio di chilometri, si è nel comune di Sant’Agnello, seguono poi Piano e
Vico. Due sono le direttrici principali, che attraversano questi luoghi: quella
di Chiavazzano-Borra che porta ai piedi del promontorio della Malacoccola e
quella posta più a valle di via Discesa Rivolo-Vetavole che raggiunge
nientedimeno che Sant’Elia, l’ultima
Thule di Norman Douglas. Un tempo Sant’Elia apparteneva a Massa e qui si
recava in visita il Vescovo della Diocesi lubrense ed è qui che tanti Torchesi
cercavano un illusorio tesoro, quello del figlio
del malpensiero. Nell’ultima
suddivisione territoriale la penisola sorrentina è stata ‘fatta a fette’. A
Massa è restato il vertice mentre ai restanti comuni della Penisola, eccetto
Meta, è spettata una fascia ciascuno con possibilità di affacciarsi anche sul
golfo di Salerno. Ma di questo straordinario territorio a sud delle penisola,
posto a valle del crinale delle Tore, privo di strade carrabili e di approdi,
gli abitanti di Sorrento e del Piano non si sono mai appropriati. Per questo
motivo il Monticello non è terra di confine, anzi i suoli agricoli e qualche
sparuto casolare, sono rimasti in larga parte ai contadini di Torca, gli unici a
conoscere e frequentare questi luoghi ancora vergini. Qui la bianca roccia
calcarea squarcia le distese di ulivi che ammantano il promontorio fino a
lambire il mare dove affiorano l’arcipelago de ‘li Galli’ di Leonida
Massine (le mitiche Sirenuse) e l’Isca,
l’isolotto di Eduardo De Filippo. La terra, il mare e il cielo sembrano
fondersi e un viaggiatore greco penserebbe di essere tornato in patria.
Sono
questi gli scenari, i colori e i contrasti netti e raffinati di Randall Morgan,
il pittore della “verità”, il più grande dei pittori iperrealisti, che in
questo luogo solare ha trovato ispirazione e rifugio ed è con questa terra che
ha deciso di fondersi oltre la vita.
Non
vi meravigliate poi se, in piena collina, ad oltre trecento metri sul livello
del mare, accanto agli attrezzi per lavorare la terra, scorgete una rete da
pesca, qualche nassa di giungo per i gamberetti o addirittura una barchetta. I
Torchesi sono anche bravissimi pescatori, e, quando occorre, anche cacciatori.
Essi hanno imparato come ogni ‘arte’ è buona quando si deve sopravvivere.
Qui,
dove il tempo si è fermato, è possibile incontrare, seduto ad un tavolo, anche
un mitico bevitore di vino dai capelli bianchi, con le gambe accavallate e la
caratteristica pipa stretta tra i denti. Un personaggio che afferma, con poco
rispetto di sé: “L’unico evento
pressappoco rispettabile della mia esistenza è la nascita; il resto non è
pubblicabile”. Un personaggio dotato, invece, di tale rispetto per la
natura, da denunziare per primo il taglio degli abeti in occasione del Natale:
“Un tempo, questo aereo rifugio era circondato da pini di Aleppo, che
sono stati abbattuti …per soddisfare la nuova passione, importata
dall’estero, dell’albero di Natale. Che gusto strano, se si pensa, quello di
riempire di candele accese e tante altre chincaglierie assurde, un albero, che,
invece, sarebbe rimasto tanto più a suo agio nel paese d’origine”.
Predilige il vino rosso dell’ospitale contadino di turno. Da queste parti lo
conoscono tutti e tutti lo accolgono con curiosità e simpatia. Tra una battuta
e una boccata di tabacco, il vino scorre e gli animi si aprono fino a
scantonare. Ma non lasciatevi ingannare. Anche se un po’ brillo e con
l’andatura barcollante, quest’uomo può farsi a piedi, sotto il sole
cocente, decine di chilometri, inerpicandosi lungo i sentieri più erti e
sconnessi della Terra delle Sirene, dove solo le capre si sentono a loro agio.
Ama scrivere e camminare con ogni tipo di compagnia:
“Ieri ho fatto una deliziosa
passeggiata, con un giovane contadino di Torca. Quale gioia si prova quando si
ascoltano per caso gli analfabeti: essi sono, senza ombra di dubbio, il sale
della vita. Siamo andati a Crapolla, per quel vecchio sentiero che il mio amico
Garibaldi mi aveva insegnato. Purtroppo nel frattempo il vecchio pescatore, il
‘genius loci’ è morto”. Ma chi era Garibaldi, il grande amico di
Norman? Non l’avrei mai scoperto senza la segnalazione del carissimo amico
Beniamino Russo, che mi ha inviato anche un’immagine di questo barbuto e
rugoso personaggio, pubblicata sull’introvabile prima edizione della “Siren
Land” del 1909. Grazie alla sua segnalazione e con l’aiuto di Natale
Guarracino (torchese doc) non è stato difficile dare al genius
of Crapolla il suo vero nome e cognome. Si tratta del pescatore Giuseppe
Persico, di Salvatore e Maria Luigia Casa, vissuto per la gran parte della sua
esistenza nei monazeni di Crapolla, in
eremitaggio come il mantovano Teofilo Folengo, e qui deceduto l’otto settembre
1914 all’età di settantanove anni.
Ma
quanti Garibaldi vi sono ancora a Torca? I fratelli Guarracino (ottantatré anni
il più giovane): Tiluccio, ‘o Castagnaro e ‘o Surdo,
tutti pescatori, ne sono quasi una reincarnazione, e che dire poi de i Santarosa, i Fornacella,
i Carcapalle, i Pisciafuoco, i… Qui il soprannome è d’obbligo, non solo perché
la tradizione locale lo impone, ma perché è solo grazie a questa vera e
propria anagrafe parallela che si può individuare con assoluta certezza ogni
persona, piccola o grande che sia. Le omonimie sono incredibilmente tante, sia
perché la scelta dei nomi era abbastanza limitata ed ancor meno sono i cognomi,
sia perché in passato non erano pochi i genitori che imponevano il proprio nome
anche ai figli, complicando ancora di più le cose.
Al
Monticello resiste ancora tutto ciò ed è questo il segreto di questo posto. Il
successo del presepe vivente ne è viva testimonianza, anche per la completa
identificazione tra questo ambiente e la sua gente con le scene del presepe.
Basti solo constatare come gran parte di esse sono allestite nelle stesse
abitazioni o nei locali agricoli utilizzati normalmente nella vita quotidiana.
In questo contesto magico e surreale, dove riecheggia il canto delle Sirene, il
pescatore Garibaldi, il viaggiatore Douglas col suo accompagnatore, il contadino
Sandulillo, Tiluccio e i suoi fratelli, Pascarella
e Pippinotto, e quanti altri sono
vissuti o vivono in questo posto, diventano in modo spontaneo e naturale i più
classici pastori di questo eterno e straordinario presepe.
La
rappresentazione del presepe vivente a Torca è ormai
una delle più note ed attese manifestazioni natalizie della Campania. Nel tempo
ha ottenuto un successo di pubblico sempre crescente, arrivando ad oltre 10.000
visitatori per edizione; imponendo all’organizzazione addirittura un servizio
navetta da e per Sant’Agata per non bloccare completamente il pur vasto
agglomerato di Torca.
Forte
di questo successo, nel 1995 il gruppo degli organizzatori si è costituto in
comitato. L’atto, datato 28 novembre, porta la firma di Laura Coppola, Lucia,
Giovanna, Vittoria, Anna Maria e Gennaro Terminiello, Giuseppe e Giovanni De
Gennaro, Antonino Guarracino (classe1966), Antonino Guarracino (classe 1950),
Orlando Ruocco e Antonio Aprea.
I
primi due articoli dello statuto citano:
Art.
1 – DENOMINAZIONE: E’ costituito tra
essi comparenti un Comitato ai sensi e per effetti dell’art. 39 c.c.
denominato “presepe vivente” a Torca di Massa Lubrense.
Art.
2 - SCOPO: Scopo del comitato è di
proseguire nella realizzazione, nonché nella promozione in frazione Torca del
Comune di Massa Lubrense del “Presepe Vivente”. Favorire iniziative tese a
valorizzare il patrimonio culturale e a far conoscere tradizioni, usi e
abitudini del Natale antico perché divenga patrimonio comune dell’intera
comunità massese.
Con
Lucia Terminiello alla presidenza, il Presepe Vivente giunge così alla sua XV
edizione, conteggiando anche le prime quattro svoltesi al centro di Torca. La
manifestazione, patrocinata dal Comune di Massa Lubrense, è frutto
dell’entusiasmo e dell’intenso lavoro di questi volontari che, coinvolgendo
l’intera popolazione della frazione già dal mese di ottobre, prestano
gratuitamente la propria opera per l’allestimento delle scene e la
preparazione dei costumi, e se occorre, anche per aggiustare una scala o un
sentiero.
Il
nostro presepe, ad imitazione di quello realizzato da San Francesco d'Assisi a
Greccio nel lontano 1223, quale genuina espressone della cultura popolare
finalizzata alla celebrazione del Natale cristiano, viene rievocato con modalità
analoghe a quelle che troviamo nelle altre manifestazioni similari dal Nord al
Sud dell’Italia. Dalla grotta “Mangiapane” di Scurati (Custunaci) nel
trapanese a San Martino di Vescia a Brescia, da Castanea delle Furie a Messina a
Casola d’Este a Siena, passando per Bagheria, Pietralcina, Rivisondoli, Villa
Santo Stefano, Castro de Volsci, Corciano, Oria, Vico Equense, ecc., la
tradizione del Natale, rievocata rappresentando il presepe vivente, dimostra
quanta voglia di Natale vi sia ancora in questo primo scorcio di terzo
millennio. E il Natale, come Festa della Famiglia, assume un particolarissimo e
profondo significato in questo 2001 dichiarato, non a caso, l’Anno della
Famiglia perché l’anno in cui, per la prima volta nella storia della Chiesa,
è stata beatificata una coppia di sposi: i coniugi Luigi e Maria Beltrame
Quattrocchi.
Il
presepe di Torca, in particolare, appare come la pura e semplice rievocazione
storica della nascita di Gesù secondo la ‘regia’ del Poverello d'Assisi; un
presepe, tuttavia, con luoghi, personaggi, costumi e scene non necessariamente
dell’epoca del Messia perché esso qui assume anche una forte valenza
etnografica con il recupero delle antiche tradizioni locali, degli utensili e le
lavorazioni del tempo che fu. Lontani dai bagliori delle sfarzose decorazioni
natalizie, la tenue luce delle fiaccole, dei ceri o dei falò restituisce ai
vicoletti, ai cortili e agli edifici quella magica semplicità che emoziona. Gli
oltre centocinquanta figuranti, intanto, animano una quarantina di scene e ci
fanno rivivere scorci di vita quotidiana riproposta, in questa piccola Betlemme
nostrana, come una comunità contadina tipica di qualche secolo fa.
Riprendono
vita antichi mestieri come il mulinaro, che trasforma i chicchi di grano in
farina facendo girare la macina di piperno, il ciabattino intento a realizzare
un paio di sandali e il canestraio, che intreccia vimini e polloni d’ulivo per
farne cesti e panieri. Nel frantoio, con l'asino bendato che gira intorno alla
vasca, è in piena attività anche la molitura delle olive precedentemente
raccolte e separate dal fogliame. Dal forno a legna escono calde e fumanti
pagnotte mentre, ripetendo antichi gesti, le donne continuano ad impastare il
pane sui tavolacci.
La
classica famiglia contadina è stretta intorno al focolare, con il nonno che
intrattiene i più piccoli raccontando una storiella, la nonna con il fuso che
fila la lana appena cardata e le figlie che triturano il sale nel mortaio col
pestello in legno o trasportano l’acqua con la lancella
prelevandola dal pozzo nel cortile. Nelle altre case c’è invece la
ricamatrice, la sarta, la tostatrice di caffè o chi sagoma, con grande abilità,
un bel caciocavallo a pasta filata o costipa la ricotta nel canestrello. Non
manca neppure il fabbro che batte il martello sulla sonante incudine modellando
un ferro di cavallo, una vera e propria falegnameria, lo scalpellino,
l'arrotino, il piattaro col trapenaturo, il pastorello con le capre, il fruttivendolo col suo
carretto, i boscaioli.
Un
ruolo importante lo svolgono gli animali. Non mancano pertanto vacche da mungere
e vitellini nelle stalle, maiali nelle porcilaie, galline e oche starnazzanti
nelle aie ed ancora cavalli, muli, pecore, capre, uccelli. Nel palmento è in
corso addirittura la vendemmia e nell’adiacente bottaio scorre odoroso il
mosto. S’ode il chiasso proveniente dalla vicina cantina con l’oste che
riempie i boccali ad un nutrito gruppo di agitati giocatori di carte. Segue
ancora una bettola dove poveri e cenciosi contadini, mentre sgranocchiano
qualche manciata di ceci arrostiti, guardano, non senza interesse, i salami e i
provoloni appesi al soffitto.
Sulla
sponda del rivo è attraccata una barca accanto alla quale i pescatori preparano
ami, lenze e lanzaturi. Le reti con i
galleggianti fanno da fondale ad un nutrito gruppo di massaie che sull’altra
sponda fa il bucato cantando e sbattendo, su improvvisati lavatoi, le bianche
lenzuola. E quando si intravedono in lontananza i Re Magi, il castello del
terribile Erode con tanto di legionari romani di guardia e lo stand per
l’assaggio delle caratteristiche zeppole annaffiate da vino locale, il suono
delle ciaramelle, all’improvviso, ci distoglie da questo scenario terreno.
Gli
zampognari ci annunciano che siamo giunti all’ingresso della sacra grotta.
L’asino ed il bue riscaldano il Bambinello tra Maria e Giuseppe; tanti
pastorelli adorano Gesù Salvatore portando in dono pecorelle, conigli e frutta
secca e uno stuolo di angioletti, adagiato in alto sul fienile, grida in coro
…è nato! …è nato!
Di
fronte a questo incanto, fatto di amore e gioia pura, quando una profonda
emozione assale i visitatori, mi viene da pensare: …ma il Natale, prima che
San Francesco inventasse il presepe, che Natale era?
Stefano Ruocco (Archeoclub d’Italia)