ARNALDO
FUSCO
A chi voglia, trovandosi nella ridente piazza del
Vescovado di Massa Lubrense, portarsi al centro della cittadina per quindi
scendere fino al mare a visitare la Lobra, il Borgo marinaro ed i resti
dell'antico Porto, la via Palma, si apre invitante, quasi in asse con la
settecentesca Cattedrale di Santa Maria delle Grazie.
Questa via ha andamento rettilineo e scende
fiancheggiando, a sinistra, un lungo e antico muraglione che si conclude con una
armoniosa facciata di chiesa, anche essa di linea settecentesca. La chiesa è
dedicata a Santa Teresa ed appartiene ad un convento di suore di clausura; il
muraglione ricinge il giardino ed un terrazzo dello stesso convento, di
parecchio sopraelevato rispetto al piano stradale.
A questo punto via Palma cambia nome e diventa via Roma,
già via dell'Arco, gira decisamente prendendo inizio, sempre a sinistra, da un
palazzo a due piani con facciata ad intonaco coperta da affreschi sbiaditi dal
tempo e, proseguendo la sua discesa, costeggia un alto muro dal quale si
affacciano cime di alberi di agrumi. Al termine della discesa il muro si addossa
ad un imponente edificio di linea seicentesca. antico convento dei Gesuiti, e
via Roma sbocca nella vecchia piazzetta di Massa Lubrense dalla quale hanno
inizio le due strade che portano alla Lobra ed al Borgo marinaro.
La breve storia che ci accingiamo a raccontare interessa
il fondo chiuso dal muro, di cui abbiamo ora detto. Ad esso si accede da via
Roma passando attraverso l'androne del palazzo coperto da vecchi affreschi
innanzi ricordato, dei quale sono proprietari, con l'annesso terreno, gli eredi
della famiglia Miniero.
Al visitatore che, dopo aver traversato il cortile che
divide: il palazzo dal fondo, nel quale vegetano alcune rigogliose piante
tropicali, si inoltri nei viali dell'agrumeto perché tale è la destinazione
agraria di questo terreno, due caratteristiche di esso appaiono con immediata
evidenza.
La prima è la protezione degli alberi dalle gelate,
ottenuta, come avviene in tutta la Penisola Sorrentina, per mezzo di un alto
pergolato che, durante i mesi più freddi dell'anno, serve di sostegno a
graticci di paglia e canne (pagliarelle) o a reti di plastica a maglia
stretta che, in pratica, lo trasformano in un gigantesco tetto. Per questo
motivo la luce vi penetra solo a raggi ed i viali sottostanti, specie nelle ore
in cui il sole sorge o declina, sembrano lunghi corridoi immersi in una
misteriosa penombra.

foto d'epoca - quando in tutti gli agrumeti si usavano le pagliarelle
La seconda caratteristica è la somiglianza dell'agrumeto
più ad un giardino ornamentale che ad una coltivazione agricola, somiglianza
questa alla quale porta inevitabilmente la topografia del terreno costituita da
piazzette circolari, da piccoli poggi, da gradinate e da un intreccio di lunghi
viali simmetrici con cordoni in pietra. Vedremo in seguito la causa che ha dato
origine a questa seconda caratteristica.
Il nome che, da secoli, viene dato a questo fondo, Il
Gesù, ha anche esso un preciso motivo che il prosieguo di questo storia
chiarirà.
Vediamo ora le altre caratteristiche di questo fondo. E'
tutto coltivato ad agrumi; prevale la coltura dei limoni, in quantità minore
quella degli aranci, assai modesta quella dei mandarini, dei pompelmi e degli
altri ibridi degli agrumi. Ha una superficie totale di circa ventitré moggia di
antica misura, pari a sei ettari e circa trentatré are. Gode di acqua perenne,
utilizzata per l'irrigazione mediante convogliamento in tre grandi vasche di
raccolta e di una piccola vena sorgiva, chiamata Fontanelle, di acqua
assai leggera e gustosa usata, in passato, solo per tavola. E' tutto, infine,
cintato da mura che nel tratto costeggiato da via Roma raggiungono un'altezza di
circa otto metri.
Esaurita questa breve presentazione topografica, passiamo
alla storia che di questo fondo si può fare: una storia che, caso non frequente
in questo genere, particolare di ricerca, abbraccia un periodo di quasi due
millenni e che se da una parte, quella iniziale, deve far ricorso prevalente -
per carenza notevole di documentazione specifica - alla induzione logica, per
l'altra, quella interessante gli ultimi cinque secoli, è fortunatamente
confortata da elementi sufficienti a ricostruire con esattezza, nel corso del
tempo, gli intervenuti passaggi di proprietà, la destinazione dei terreno, i
tipi delle coltivazioni seguite, la situazione idrica ed, in genere, quanto a
noi può interessare conoscere circa questo aspetto storico-agrario.
Cominciamo, quindi, dall'inizio, cioè, da quando, circa
quarant'anni or sono, procedendosi a scavi profondi (scario) per il
rinnovo parziale degli alberi di una zona di questo agrumeto sita verso il suo
lato occidentale, venne alla luce, purtroppo in pezzi, un grosso orcio di creta,
inconfondibilmente di epoca romana, di diametro superiore ad un metro. e
cinquanta. Un orcio eguale, questa volta intero, venne trovato una diecina di
anni dopo, sempre in ricorrenza di scavi profondi, nella zona sud-est. Dopo
alcuni anni anche questo secondo orcio, rimasto in loco, per la difficoltà di
trasportarlo in ambiente protetto, andò in pezzi a seguito di azione erosiva
atmosferica.
Da questa eccezionale testimonianza archeologica, venuta
alla luce fortuitamente e da strati non lavorati del terreno, possono trarsi,
alcune fondate deduzioni. Si ha conferma, anzitutto, che il territorio di Massa,
ed, in particolare, la conca di Guarazzano ove è sito il fondo in argomento, fu
certamente compreso fra le terre dell'antico promontorio Ateneo che ebbero
colonizzazione agricola romana in epoca imperiale. Naturalmente vi è da
ritenere, con fondatezza, che prima di quella data tutto il territorio massese
sia stato coltivato, in quanto è storicamente documentabile, anche attraverso
le testimonianze preistoriche e archeologiche che questa zona restituisce con
frequenza, il fatto che popoli italici e d'oltremare, quali i Greci, l’hanno
abitata e coltivata in età assai antica.
Lasciando, però, da parte questo periodo per il quale
non abbiamo una documentazione probante che riguardi il fondo che ci interessa,
ricordiamo che la conquista romana della Campania ebbe luogo nel 289 a.C. al
termine delle guerre sannitiche ma che, in pratica, il promontorio Ateneo (parte
terminale della Penisola Sorrentina), ove sorgeva un tempio dedicato ad Atena,
anche per il fatto che questa dea si identificava in Minerva, protettrice della
flotta romana, rimase greco fino al primo secolo dopo Cristo, fino a quando, cioè,
l'imperatore Augusto, procedendo alla distribuzione di terre ai suoi veterani,
fece stabilire in Sorrento una colonia militare alla quale assegnò quasi tutto
il promontorio Ateneo, ora divenuto di Minerva. E' a questi coloni militari o ai
loro immediati eredi che possiamo, quindi, attribuire con certezza l'uso dei due
grandi orci tornati alla luce dopo quasi due millenni.
A questa prima deduzione si può aggiungerne una altra di
pari valore e, cioè, che l'attuale agrumeto era allora coltivato a cereali e
che questo tipo di coltivazione doveva essere di alto rendimento. A questa
conclusione si giunge partendo dalla considerazione che i due ritrovamenti
archeologici in discorso erano caratteristici prodotti dei ceramisti romani che
li chiamavano dolia e che li costruivano, notoriamente, in varie misure
ad uso, agricolo per la conservazione del vino, dell'olio, del frumento e di
altri cereali. Quelli destinati al vino e all'olio erano, naturalmente, più
piccoli; quelli per i cereali di misura più grande. I due ritrovati
nell'agrumeto, come si è detto, avevano un diametro superiore ad un metro e
cinquanta, una misura assai grande, direi, senz'altro fuori del comune.
Erano quindi, senza dubbio, destinati alla conservazione
di cereali e, ciò che più conta, data la loro mole, essendo attrezzature di
esercizio agricolo inconsuete e certamente costose, sottintendevano un
rendimento del terreno tanto elevato da giustificarne il costo di acquisto.
In mancanza di questi ritrovamenti, per altro, si
giungerebbe alle stesse conclusioni tenendo presente che la principale
coltivazione dei coloni romani a quell'epoca, era quella del frumento e dei
cereali e che l'ubicazione topografica di questo terreno è tra le migliori di
tutto il territorio massese, trovandosi esso completamente in piano, in una
conca, quella di Guarazzano, protetta dal vento, a breve distanza dal mare e
godendo il vantaggio di una facile irrigazione assicurata dalla quantità di
acque provenienti dal declivi collinari che lo circondano.
Nei secoli successivi non si hanno precisi riferimenti
storici ai quali si possa far capo per trarne deduzioni attendibili per
l'argomento che a noi sta a cuore. Di certo, si sa che nel periodo barbarico la
Penisola Sorrentina, come Napoli e gran parte delle coste dell'Italia
meridionale, visse sotto la protezione di Bisanzio.
Nel periodo successivo Massa fa parte del ducato di
Sorrento e così resta fino all'epoca della conquista Normanna e di quella Sveva.
In questo periodo la coltivazione della terra è
continuata, anche se ridotta e, quasi certamente, dati i tempi che si
attraversavano, destinata solo al sopravvivere degli agricoltori che vivevano su
quei terreni. Segue il periodo, Durazzesco-Angioino nel quale Massa sembra
appartenere al ducato di Amalfi ed è in questo periodo (1424-34), scrive il
Filangieri di Candida, lo storico più moderno e completo di Massa, al quale si
è fatto capo per questa ricerca, che la regina Giovanna “costruì a Massa
un bellissimo palazzo, presso il casale di Guarazzano, circondato da giardini; e
che dopo la sua morte divenne sede del Governatore e comprato quindi nel 1600
dal Padre Vincenzo Maggio della Compagnia di Gesù fu abbattuto per dar luogo
alla fabbrica del Collegio dei Gesuiti. La regina Giovanna fin dal 1423 amava
villeggiare nella penisola, a Castellammare ed a Sorrento, dove aveva un palazzo
presso la Grancia di Casarlano. A Sorrento successe Massa, come sua dimora
prediletta”. A questo proposito scrive ancora che il gesuita Persico,
storico vissuto tra la fine del '500 e la prima metà del '600, nella sua Descrittione
della Città di Massalubrense parlava di questo palazzo, ricordando che
:fino a poco tempo prima, al dire dei vecchi, se ne vedevano dei ruderi nel
vicino fondo detto Il Gesù, consistenti in un pozzo profondissimo, degli
archi ed altri avanzi di fabbriche.
Al periodo Angioino segue quello degli Aragonesi e,
quindi, quello delle lotte intervenute, fra questi ultimi ed i francesi, per
assicurarsi il possesso del Regno di Napoli.
Nel 1465 la città di Massa che, secondo il citato
Persico, si estendeva allora sulle colline della Annunziata e di Santa Maria, ad
opera del Re Ferrante I d'Aragona, a punizione di una resa agli Angioini
avvenuta senza lotta nel giugno del 1460, fu rasa al suolo. Scrive in proposito
il Filangieri: “Intanto il Governatore ed i principali cittadini dopo la
distruzione della città presero stanza nel casale di Guarazzano, dove stava il
palazzo della Regina Giovanna; poco tempo dopo, il vescovo trasferì la sua sede
dalla Lobra al luogo detto Palma, dove si edificò l'attuale Cattedrale. Ma non
contento di tale rovina, Ferrante privò Massa anche del possesso della Dogana e
di altri privilegi che possedeva e non trascurò l'occasione, qualche anno dopo,
di darle un Barone, che fu Giovanni Sanchez de Luna, appartenente ad un'antica e
nobile famiglia spagnola”. Alla morte del Sanchez avvenuta nel 1479, Massa
rientra nel Demanio Regio.
Nel 1503, con Ferdinando il Cattolico, ha inizio per il
Regno di Napoli l'epoca Vicereale. Per questo periodo, caratterizzato
dall'assoggettamento - già iniziato sin dall'epoca aragonese - del territorio
massese agli usi e costumi dei dominatori spagnoli, non si hanno notizie circa
la sorte del fondo del quale ci occupiamo. E' da ritenere, comunque, che la sua
descritta destinazione a giardino della villa reale prima e del palazzo abitato
dal Governatore poi sia rimasta nel complesso senza variazione, anche se,
verosimilmente, le necessità dei tempi possono aver consigliato l'uso di una
parte di esso per coltivazioni di frumento, cereali, ed ortaggi utili per il
sostenimento materiale di chi lo possedeva. Del resto questo tipo di
coltivazione doveva essere allora comune a tutti i casali di Massa, e, quindi,
anche alla conca di Guarazzano ove si estendeva il giardino in argomento se,
come vedremo in seguito, proprio in detta conca vi era in esercizio un mulino
per macinare i cereali. Nel 1600 ha luogo il primo passaggio di proprietà del
quale si ha documentata conferma storica.
Il Gesuita massese Padre Vincenzo Maggio, personaggio
eminente nel mondo religioso napoletano della epoca, a seguito di autorizzazione
dell'allora Generale della Compagnia di Gesù, Padre Claudio Acquaviva, acquista
gli edifici che già furono villa reale e sede del Governatore e gli annessi
giardini, per destinarli alla fondazione di un Collegio dei Gesuiti.
L'iniziativa rientrava nel quadro di espansione della suddetta Compagnia che
ebbe accentuata attuazione nella prima metà del '600 e che vide la Provincia
Religiosa di Napoli della Compagnia (che abbracciava tutto il Regno meno la
Sicilia), forte di circa seicento religiosi con Casa professa, collegio e
noviziato in Napoli; residenze a Taranto, a Paola, a Monopoli; un secondo
noviziato in Atri e collegi in Cosenza, Catanzaro, Tropea, Nola, Lecce, Bari,
Salerno, Barletta, Chieti, Aquila, Benevento, Bovino, Massa, Castellammare e
Capua.
La esemplare cortesia della Casa Generalizia dei Gesuiti
in Roma, che ha permesso l'esame di manoscritti dell'epoca riguardanti
l'argomento in esame; custoditi presso il suo Archivio storico, ha dato modo di
acquisire dati preziosi per la ricerca che si sta perseguendo. Di tanta
larghezza e comprensione ci pare, quindi, doveroso esprimere un vivo e sentito
ringraziamento. Un primo manoscritto che, è senza data ma che, per l'argomento
trattato, non può risalire oltre il 1603, epoca in cui ebbe inizio la
costruzione del Collegio, riporta una serie di precise risposte a quesiti
critici mossi al progetto della nuova fondazione alla quale si intendeva dar
corso (non è improbabile, per questo motivo, che la datazione del manoscritto
possa riportarsi anche ad anno immediatamente anteriore all'acquisto che
avvenne, come detto, nel 1600).
«Risposte alli capi che danno
contro il loco di Massa»
1) E' loco selvaggio, montuoso e inculto.
R.s. - Lo loco che sarà per gli Humanisti è ameno, ben
coltivato, esposto in piano, ce sarà l'isola de 40 moia circa, è circondata
tutta da via maestra, parte è serrata da mura, parte se serrerà, in modo che
verrà l'isola tutta circondata di mura.
2) E' solitario senza habitazione vicino, esposto a
forisciti.
R.s. - Nel circuito di questo loco vi sono da 15 a 18
Casali et il Domo
(cioè
l'attuale Cattedrale) vicino un tiro di scoppetta, talchè il Collegio viene
nel centro del più habitato della Città, dove mai se ricorda essere intrati
forisciti, oltre che il nostro loco sarà sicuro e serrato tutto.
3) E' loco pericoloso per essere vicino in marina.
R.s. - Mai se ricorda esserno li turchi stati in Massa, né
fattovi preda, for di quando l'armata reale prese Massa e Sorrento
(evidentemente l'estensore si
riferisce alla spedizione che i Saraceni, forti di 120 galere, d'accordo con la
flotta francese, effettuarono il 13 giugno 1558 contro Massa e Sorrento. Massa,
in quell'occasione, fu devastata e saccheggiata barbaramente; vi furono molti
morti e circa 1500 Massesi furono presi prigionieri. Sorrento ebbe sorte eguale.
Questa impresa bellica rientra nel quadro delle ostilità messe in atto dai
Francesi, in quel periodo di tempo, contro il Vicereame di Napoli sul quale
aveva sovranità la Spagna) et dall'hora da passo in passo si sono fatte
torri per tutto, oltre quelle che son fatte alla marina, et se ci fabricherà
una torre forte (l'attuale Torrione) col suo ponte a levatora, come
l'hanno tutti l'altri Monasteri di Massa.
4) Non c'è acqua buona da bere perché è paludosa.
R.s. - L'acqua di quel paese sono tutte fontane sorgenti
bonissime, chiare e leggere, dentro il nostro sito ci sono due fontane sorgenti
eccellentissime, et un'acqua abondante, che viene da fuora per condotti sotto
terra per bere ottima, et per fare fontane dentro di casa, come ci sono hora.
5) Non ci sono herbe insalate et altre verdure.
R.s. - Dentro questo sito c'è un rivolo che macina
dentro lo stesso loco un mulino il quale servirà per macinare al Collegio; et
questa acqua se può dare per tutta la massaria et se ci potrà fare ogni sorta
di herbaggi, insalate et verdure et giardini di agrumi, et di ogni sorta di
frutti per essere il terreno attissimo oltre - al momento - vi sono bellissimi
agrumi et hortalizie».
L'estensore del manoscritto è ignoto ma si pensa che non
sia difficile individuarlo tenendo presente che il Padre Maggio aveva progettato
la fondazione del Collegio, opera questa che avrebbe certamente dato prestigio,
oltre che alla Compagnia della quale egli era un benemerito, anche alla città
ove aveva visto la luce e benessere culturale e materiale ai suoi concittadini.
Chi più di lui poteva dare appropriata risposta alle critiche mosse al
progetto? Se ciò non bastasse, sarebbe sufficiente considerare la precisione
delle singole confutazioni, specie per la parte che riguarda la topografia dei
luoghi, la distribuzione delle acque sorgive e le caratteristiche del fondo che
sarebbe divenuto giardino del Collegio, per vedere subito che chi rispondeva era
persona che conosceva perfettamente la situazione allora esistente in loco. Chi,
più del Padre Maggio poteva, quindi, trovarsi in queste condizioni?
Un altro manoscritto, questo a carattere di rendiconto
amministrativo-contabile, compilato in conformità di una costituzione dei Papa
Innocenzo X del 22 dicembre 1649, riporta quanto segue: “Collegio della
Compagnia di Giesù nella città di Massa fu fondato ed eretto l'anno 1603 con
il consenso et autorità del Padre Claudio Acquaviva, dalla Sig.ra D. Costanza
Pignatelli Marchesa di Modugno con dote per la sua fondazione di ducati 24.000
l’anno 1638 per osservanza dell'ordinazione della Sacra Congregazione fu
previsto il numero dei soggetti dei Padri deputati a 128 con uno o due garzoni
in più. Adesso per la calamità del tempo che corre e per essere deteriorate
grandemente l'entrate da alcuni anni in qua vi stan solo 18 soggetti con due
serventi cioè 4 Padri Veterani, cinque altri Padri del 3° Anno di probazione
con un Maestro de scola e 4 fratelli laici che del continuo stanno alla Massaria
vicino Napoli ed il Padre Proc. quale assieme con il compagno stà sempre per
liti e negoti in detta Città di Napoli et ha l'appresso entrate come
distintamente si vede al libro da lor fornito:
*
Possiede
nella Città di Massa, contiguo al Collegio, un giardino de frutti et agrumi
quale rende un anno per l'altro ducati 500.
*
Possiede
in detta Città una possessione, detta Monticello, de ghiande, oliva e frutti,
rende l'anno ducati 26.
*
Possiede
un altro territorio pure d'olive e frutti e rende come sopra ducati 80.
*
Possiede un altro territorio incontro al Collegio, detto dei Sorrentini, con
casa e frutti, rende ducati 39.
*
Possiede
diverse casette in detta Città, se ne suole cavare, un anno per l'altro ducati
59.
*
Possiede
censi in detta Città dei quali se ne cava ducati 20.
Omisiss...
In un terzo manoscritto, datato 29 settembre 1687, a
carattere memoriale, indirizzato alla Segreteria di Stato di Papa Innocenzo XI,
in relazione ad un esposto ad essa pervenuto contrario al Collegio di Massa si
legge: “L'entrate di esso (collegio) non sono più quelle che furono, ma
assai scannate per vari accidenti ed in grossa parte impossibili a più
rimettersi nell'essere antico, mentre consistevano in agrumi, hoggidì
multiplicati a gran segno in quei contorni - sì che dove prima il collegio ne
ricavava ducati 600 l'anno, hoggi non ne ricava che 150”.
Come si diceva innanzi, le notizie riportate, da questi
tre manoscritti sono preziose per la nostra ricerca, in quanto ci permettono di
stabilire, con piena sicurezza i seguenti dati:
1°) - Esiste una differenza tra
l'estensione del fondo indicata dai manoscritti e quella attuale. Essa può
trovare spiegazione o nel fatto che l'estensore del manoscritto ha usato dati di
misurazione diversi da quelli locali, attuali (moggio) o nella possibilità
che una parte dei fondo, verosimilmente quella del lato sud, nel corso dei
secoli sia stata divisa dal corpo principale del terreno a causa di strada
pubblica (Rivo a Casa) che l'ha attraversata.
2°) - Alla fine del 1500 il
fondo, che era in parte, murato, presto sarebbe stato completamente serrato da
mura e quindi portato, in quanto a recinzione, nella situazione in cui si trova
oggi.
3°) - La parte più abitata e,
pertanto, la più sicura, era ormai la nuova città, nata nella conca di
Guarazzano, dopo la distruzione della città vecchia sita sulle colline
dell'Annunziata e di Santa Maria, intervenuta nel 1465 ad opera di Ferrante I
d'Aragona.
4°) - Nel fondo vi erano due
vene sorgive considerate eccellentissime ed acqua abbondante che
giungeva, come ancora avviene oggi, attraverso condotte sotterranee, in tale
quantità da consentire a dirittura l’impianto di fontane nel Collegio che si
progettava di costruire. Vi era inoltre un ruscello che azionava un molino per
la macinazione di cereali e che assicurava una quantità di acqua sufficiente a
consentire la coltivazione di ortaggi di ogni genere e di giardini di agrumi e
di frutta varia.
5°) - Nel giardino acquistato vi
erano già bellissimi agrumi e ortaggi e, la bontà del terreno lasciava
prevedere, con certezza, un favorevole incremento di queste coltivazioni.
6°) - In meno di un secolo, dopo
la fondazione del Collegio, la coltivazione degli agrumi, fonte di elevato
reddito agrario, già limitata al solo giardino in esame, si era estesa ormai a
tutto il territorio di Massa, riducendo, di conseguenza, i livelli di reddito da
essa conseguibili.
A questo punto viene naturale domandarsi chi abbia
introdotto la coltivazione degli agrumi nel territorio massese. Sappiamo che
essa esisteva nel giardino della villa reale e che i Gesuiti, acquistandolo, la
trovarono già in atto, ma non ne conosciamo l'origine e quindi siamo costretti
a procedere, per congettura.
Il Filangieri, da canto suo, riferisce che la coltura
degli agrumi era ignota agli antichi e che solo nei Registri Angioini del '300
si fa menzione degli aranci della Penisola Sorrentina, che si esportavano e si
vendevano per migliaia. Il Persico scrive che ai suoi tempi, cioè a '600
inoltrato, vi erano molti limoni, cedri, limoncelle e melangole, notizie
queste che trovano conferma nei manoscritti riportati, custoditi presso
l'archivio della Casa Generalizia dei Gesuiti in Roma.
A noi pare di procedere su terreno sicuro pensando che
sia l'arancio sia il limone, piante originarie dell'Asia, siano state introdotte
nella Penisola Sorrentina dalla Sicilia ove gli agricoltori Arabi le avevano
importate e le coltivavano dopo la conquista dell'Isola. Il passaggio potrebbe
esseri avvenuto all'epoca dei Normanni o degli Svevi. Probabilmente l'arancio ha
avuto precedenza sul limone.
Appare strano, però, che alla fine del '500 queste
piante, almeno per quanto riguarda Massa, non fossero coltivate estesamente nel
suo territorio, come dimostra il terzo manoscritto citato, quello in data 1687.
Il Persico, gesuita egli stesso, scriveva la sua storia parecchi anni dopo la
fondazione del Collegio e, quindi, riferiva ciò che si stava svolgendo, si può
dire, sotto i suoi occhi. E' giusto, perciò, presumere che la diffusione di
queste coltivazioni a Massa abbia avuto inizio dalla conca di Guarazzano e
protagonisti proprio i Gesuiti dei Collegio che, come tutti i religiosi di
quella Compagnia, notoriamente perseguivano un'attività missionaria in senso
assai lato. Basterebbe, del resto, considerare cosa ha saputo creare in tutto il
mondo lo zelo missionario di questi religiosi per rendersi conto che questa
ipotesi è quasi certamente vicina alla verità. Con la fondazione del Collegio
il giardino ebbe anche, per gli scopi ricreativi che si volevano assicurare ai
Padri ed ai giovani ospitati, una sistemazione particolare, quella che tuttora
esiste, a mezzo di lunghi viali simmetrici, piazzette, sedili, poggetti e
gradinate. Al giardino fu dato allora il nome di Il Gesù, quello che
tuttora esso conserva.
E' da ricordare che la fondazione del Collegio portò in
Massa, come conseguenza, un incremento culturale e, in particolare, degli studi
umanistici nei quali i Padri gesuiti erano maestri.
Massa nel '500 ne aveva avuto, di questi umanisti, due,
fratelli, famosi, Costanzo e Paolo Pulcarelli.
Del primo di essi, Costanzo, gesuita, autore di varie
opere, fu pubblicato postumamente un libro di carmi nel 1618. In uno di questi
carmi dedicato Ad Amicum Massae Rusticantem si leggono i seguenti versi:
Colti giardini e fertili, presso la Villa Nova,
dove Autunno paterno i suoi doni rinnova,
dove verdeggia ed aureo, nel volto che s'accende
penduli frutti a mani pronte a carpir protende!
Egli ai canestri gravidi sopra i monti presiede
e dei suoi doni curvo tutto il campo si vede!
La Villa Nova citata è il giardino che poco dopo
si sarebbe chiamato Il Gesù.
Il Pulcarelli, infatti, è morto nel 1610, quando la
costruzione dei Collegio dei Gesuiti, si può dire, era ancora in fase di
completamento. Si pensa, quindi, che l'appellativo Villa Nova si
riferisca sì al giardino in argomento che occupa la maggior parte della conca
di Guarazzano, ma che voglia insieme ricordare tutta questa conca nella quale
ormai veniva crescendo il centro di Massa e cioè la città Nuova, dopo la
distruzione di quella Vecchia, intervenuta nel 1465.
Il Collegio visse fino alla espulsione dei Gesuiti dal
Regno di Napoli che, come è noto, precedette di qualche anno quella universale
della Compagnia, intervenuta nel 1773. I beni del Collegio passarono allora alla
così detta Azienda degli Espulsi. Successivamente, la casa ed il giardino
furono concessi a religiosi Trappisti. Dopo breve tempo, però, ritornarono al
Demanio. Il Collegio, nel 1834, divenne un Ospizio per invalidi e veterani; il
giardino, quale bene demaniale, già nel 1806 era stato venduto al Duca di Scedi,
Francesco Maria Severini ed al Conte Giuseppe Terzi. I compratori però non
trovarono conveniente pagare il prezzo, come allora si usava, in polizze di
banco ed in cedole e, quindi, si decisero a farne cessione ai signori Rossi di
Massalubrense. Con atto del 7 aprile 1807, infatti, per notar Scoppa di Napoli,
il signor Andrea Rossi comprò, per conto della ditta Domenico Rossi e Figli,
dai citati signori Severini e Terzi il fondo Il Gesù e suoi annessi, per
ducati 37.466,28.
Poco dopo l'acquisto il fondo fu affittato
all'agricoltore massese Francesco Miniero. Nel 1825 il contratto di affitto,
sempre per atto del notaio Scoppa di Napoli, fu sostituito da una costituzione
di enfiteusi perpetua a favore dello stesso Miniero.
Nel gennaio 1866 le enfiteusi perpetue furono, per legge,
dichiarate redimibili e, pertanto, i germani Giacomo e Gennaro Miniero, figli di
Francesco, dettero corso al riscatto della stessa, acquistando così la piena
proprietà del fondo, proprietà tuttora in possesso dei loro lontani eredi.
Le colture di agrumi che formavano e tuttora
costituiscono l'indirizzo produttivo del fondo Il Gesù, a partire dalla
seconda metà del secolo scorso, conseguirono una particolare floridezza e tanto
avvenne, secondo il Filangieri, allorché le viti furono distrutte dalla
crittogama e poco dopo, da altra malattia, i gelsi e con essi i bachi da seta
che formavano la principale industria del Paese.
Gli sforzi degli agricoltori si orientarono quindi, con
decisione, verso questo tipo di coltivazione. Furono, pertanto, messe a dimora
nuove piantagioni di limoni, scavando la terra a grande profondità e piantando
gli alberi a distanze che ne assicurassero il pieno sviluppo. Si instaurò
allora il sistema di proteggere le piantagioni dai rigori atmosferici mediante
pergolato e copertura a mezzo di graticci. Prosegue il Filangieri: “l'incremento
fu rapido: nel 1855 si caricavano i bastimenti a vela per il Continente Nuovo,
principalmente per opera dei primi commercianti di questo genere nella Penisola,
i Fornari ed i Gargiulo. Porto d'imbarco era Sorrento e gran parte del frutto vi
andava da Massa, essendo addette a tale trasporto ben 61 persone nel 1857. Ma
una parte ancora più importante vi acquistò Massa dal 1863 per opera del
Cavalier Gioacchino Miniero; e nel penultimo decennio ha avuto questo commercio
il suo maggiore sviluppo, facendosene esportazione su appositi vapori in America
e per tutta l'Europa, i cui principali porti di ricezione erano Marsiglia, Liverpool
ed Amburgo”.
La situazione, oggi, a distanza di oltre 60 anni da quando scriveva il Filangieri è, per tante cause, notevolmente mutata, pur restando sempre gli agrumi fonte di reddito, anche se modesto, e di tante speranze per gli agricoltori locali.
E' motivo di orgoglio, comunque, ricordare che nel
periodo descritto dal Filangieri, che possiamo chiamare, a ragione, aureo per
gli agrumeti di Massa, il fondo Il Gesù, attraverso l'opera degli
agricoltori che lo coltivavano, i Miniero ed, in particolare, del Cavalier
Gioacchino, fu protagonista di primo piano nell'assicurare a Massa prosperità e
benessere.
La breve storia del fondo Il Gesù ha qui termine.
Prima di chiuderla, però, piace riportare una notizia di carattere più poetico
che storico.
Il poeta Gabriele D'Annunzio, nel suo libro Il
Notturno, così descrive un agrumeto da lui visitato in Massalubrense: ”Mi
ricordo di un aranceto murato a Massa, verso la riviera di Amalfi, se non mi
inganna la memoria - Ero mal guarito d'un filtro malvagio - Ero sbigottito come
se fossi penetrato in un labirinto immaginabile - I tronchi parevano scolpiti
nella pietra delle grotte segrete. Il fiore era come la spuma da cui nasce la
carne immortale - L'ombra era quasi acquatile, modulata dal canto di non so
quale sirena bandita dal mare”.
Il Notturno come è noto fu scritto durante gli
anni della prima guerra mondiale. D'Annunzio, alcuni anni prima, si era fermato
per un certo tempo a Napoli ed aveva, quindi, vissuto in contatto del mondo
intellettuale di quella città. Con questo mondo aveva dimestichezza una delle
giovani Miniero, signora Giuseppina, sposa dell'avvocato Doria, che anche viveva
in Napoli. Appare, probabile, pertanto che questa visita di D'Annunzio, a Massa
possa avere avuto corso a seguito di invito dei coniugi Doria, assai orgogliosi,
come del resto tutti i Miniero e discendenti da essi, del fondo Il Gesù
e della sua storia che, come si è detto, si svolge nell'arco di quasi due
millenni. I riferimenti del poeta ad un aranceto murato e ad un labirinto
inimaginabile corrispondono troppo alle caratteristiche di questo fondo,
tutto cintato di mura di altezza inconsueta ed attraversato da un reticolato di
viali simmetrici che, specie quando il pergolato è coperto, danno l'impressione
di avanzare attraverso un labirinto, per avere dubbi circa l'agrumeto da lui
ricordato. Sotto quel pergolato, inoltre, e lungo quei viali l'impressione di
un'ombra quasi acquatile risponde esattamente, attraverso l'alta magia della
poesia, alla sensazione che prova il visitatore che li percorre.