'o giro d'Italia cu 'e tapparielli

Come per altri giochi, il successo del Giro d'Italia cu 'e tapparielli era condizionato dalle stagioni e, anche se era praticato più o meno tutto l'anno, quando si avvicinava la fine di maggio e poi per tutto il mese di giugno, in concomitanza con lo svolgimento del Giro d'Italia (quello vero), si assisteva ad un vero fiorire di percorsi in tutti gli spazi liberi.

Come è stato già detto a proposito di barracca 'o rutunniello, per disegnare sul selciato o sul cemento si usavano, a seconda delle disponibilità, pietre calcaree, calce spenta, cravunelle, gesso, ecc.. La pista era delimitata da due linee più o meno parallele (più meno che più) ed era interrotta di tanto in tanto da un rettangolo nel quale erano tracciate le due diagonali; questo simbolo rappresentava la conclusione di una tappa. Nel disegnare il circuito, al fine di avere un percorso abbastanza lungo in uno spazio relativamente ristretto, era consentita la presenza di volute. Dove si verificava l'incrocio del percorso si veniva a creare quindi un quadrilatero ed in corrispondenza di questo si piazzava quasi sempre un arrivo di tappa. Un circuito medio era lungo oltre dieci metri (in sviluppo lineare) e, indipendentemente dalla presenza di volute, era di solito molto tortuoso. In linea di massima si tentava di fare in modo che per andare da una tappa all'altra fossero necessari almeno tre tiri.  

Come è facile intuire, nella maggior parte dei casi 'e corridori (i ciclisti) erano rappresentati da tappi metallici di bibite, detti genericamente 'e tapparielli. A questo riguardo è necessario sottolineare che a monte della gara vera e propria c'era una meticolosissima preparazione dei tapparielli, quasi come se fossero macchine di Formula 1. Alcuni   sostenevano addirittura che i tappi di determinati tipi di bibite (quelli della S.Pellegrino in particolare) fossero nettamente superiori a tutti gli altri e quindi usavano esclusivamente quelli. In ogni caso si doveva scegliere un tappo che non fosse stato troppo danneggiato al momento dell'apertura della bottiglia; qualcuno usava anche dei tappi nuovi, spesso quelli usati per chiudere le bottiglie di pomodori passati.

Scelto il tappo, si doveva pensare al suo assetto e questo dipendeva dalla tecnica di tiro e dalla tattica di gara di ciascun giocatore. Quasi tutti tendevano comunque ad appesantire 'o tappariello per non farlo volare via, fuori circuito, alla prima asperità del percorso e per non farlo 'nchiumma' (bloccare) nella prima buca. I tappi era quindi riempiti con stucco per vetri (quello grigio), cera, o anche con una scorza 'e purtuallo (buccia d'arancia), di limone o di mandarino, a seconda delle stagioni, o altro ancora, a volte perfino del semplice fango. Di norma il riempimento era totale ed era facile da realizzare in quanto il bordo del tappariello era tagliente e quindi bastava premerlo con forza sul riempitivo per ottenere un risultato quasi perfetto. Per completare il riempimento con un tocco artistico, spesso si metteva nel tappo anche la figurina di un ciclista (in mancanza di questa anche quella di un calciatore poteva andar bene); chi usava 'o tappariello vuoto attaccava il pezzo di fiurina direttamente sulla sfoglia di sughero che era all'interno. A proposito di questi pezzetti di sughero c'è da dire che quelli che preferivano avere dei tappi leggeri, ma non completamente vuoti, usavano incollare una sull'altra tre o quattro di queste sfoglie e in cima vi attaccavano l'immancabile figurina.

Ma il lavoro di preparazione non era ancora finito: mancava ancora la levigatura per farlo scorrere meglio. Per ottenere una superficie che fosse quanto più liscia possibile, ci si metteva seduti a terra, in una zona piana, dura e leggermente ruvida (generalmente cemento o arenaria), si sputava in terra e poi si cominciava a sceriare (strofinare) il tappo a terra. Di tanto in tanto si controllava come stesse procedendo il lavoro, si risputava e si ricominciava a sceriare, e queste operazioni venivano ripetute fin quando non si fosse ottenuta una superficie perfettamente levigata. Solo a questo punto si poteva dire di essere pronti ad affrontare 'o Giro d'Italia.

Come per quasi ogni altro gioco si sorteggiava il turno di tiro e quindi il primo piazzava il suo tappariello dietro la linea di partenza e effettuava una serie di tre tiri. Questi si effettuavano con il pizzico, cioè colpendo il tappo con l'unghia del pollice, dell'indice o del medio, fatta scattare da dietro al polpastrello di un altro dito, più o meno come si faceva per barracca 'o rutunniello.

Un tappo era considerato in pista se fosse rimasto fra le due linee che la delimitavano lateralmente o se avesse toccato, anche in minima parte, una di queste. Quando il tappo restava in pista si effettuava il tiro successivo dalla posizione raggiunta, avendo anche la facoltà di spostarsi più a destra o più a sinistra, ma sempre lungo un asse immaginario perpendicolare ai bordi del tracciato. Se invece si fosse finiti fuori circuito, si sarebbe dovuto riportare il tappo nella posizione dalla quale era stato effettuato il tiro sbagliato.

Ogni volta che si tagliava il traguardo di una tappa, si acquisiva il diritto di cominciare una nuova serie di tre ti­ri, indipendentemente dal fatto di aver raggiunto la tappa al primo, secondo o terzo tiro della serie precedente. Questo era il motivo per il quale si distanziavano le tappe in modo da rendere impossibile il loro completamento in soli tre tiri, altrimenti qualche buon giocatore avrebbe avuto la possibilità di raggiungere più tappe senza far mai giocare gli avversari.

Come si è detto il percorso era sempre abbastanza tortuoso ed era quindi normale che i vari giocatori tentassero di ta­gliare le curve quanto più possibile. In prossimità di una curva si spostava 'o tappariello al margine esterno della pista e poi si tirava tentando di lambire l'interno della curva. Gli avversari, per avere la certezza che il tappo, lungo la sua traiettoria, non uscisse completamente dal circuito, erano autorizzati a mettere una mano con le dita aperte all'interno della curva, facendo in modo da lasciare fra la linea e la punta dei polpastrelli esattamente la misura di un tappo. Quindi se le dita fossero state toccate, significava che il tappo aveva oltrepassato il limite consentito e quindi il giocatore doveva riportare il tappo nella stessa posizione dalla quale aveva effettuato il tiro sbagliato.

Una cosa simile, ma più semplice, si faceva anche per l'arrivo di tappa. Infatti chi tagliava il traguardo di tappa poteva anche uscire fuori pista, ma solo al di là della tappa. Pertanto non essendo importante la posizione finale del tappo si doveva solo controllare che passasse regolarmente sulla linea di arrivo e per far ciò si mettevano solo i pollici ai lati di questa, sempre a distanza di un tappo dal bordo esterno del circuito. Ma per quanto riguarda il traguardo di tappa c'era un'altra regola specifica che veniva talvolta applicata per facilitare i tiratori. Lo spazio di tolleranza lasciato libero fra pollici e linea poteva essere spostato tutto da un lato. In pratica quando un ragazzo si sparava na tappa, poteva chiedere che da un lato fosse messo il pollice a quatto rete (quattro dita) e dall'altro proprio sulla linea, invece del normale doje rete e doje rete (due dita e due dita). Poiché il diametro di un tappariello era più o meno due dita di ragazzo, questa misura equivaleva a considerare due tappi adiacenti all'esterno della pista.

Chi pensava di arrivare alla tappa doveva dichiararlo e allora un avversario era designato a mettere i pollici ai lati del traguardo. Di solito chi raggiungeva la tappa ripartiva poi con una nuova serie piazzando il proprio tappariello all'interno del rettangolo. Però, se fosse rimasto nel circuito dopo aver oltrepassato il traguardo della tappa, gli era concesso di mantenere quella posizione più avanzata, sempre se ciò rientrasse nei patti fatti all'inizio; in questi casi si diceva: "tappa e pure annanz'". Ciò significava che la nuova serie di tre tiri non sarebbe iniziata dal rettangolo rappresentante la tappa, ma dalla posizione raggiunta dal tappo.

Un ostacolo all'avanzamento dei ciclisti erano 'e tapparielli  avversari, ma talvolta potevano anche rivelarsi utili. Infatti se questi fossero stati toccati, e il tappo che era stato tirato non usciva fuori pista, il tiro era considerato valido; quindi c'erano alcuni giocatori che, specialmente nelle curve, approfittavano della presenza di altri corrido­ri per usarli come sponda. Un tappariello che fosse stato spinto in avanti da un altro che lo avesse urtato, acquisiva automaticamente il diritto a ripartire da quella posizione più avanzata, ma se fosse stato spinto fuori doveva essere riportato nella posizione nella quale si trovava prima del tiro incriminato. Proprio per questo motivo, il giocatore che terminava la sua serie di tiri con il tappariello nel bel mezzo di una curva, prima di passare la mano al ragazzo successivo, spostava il proprio tappo all'interno della curva. In questo modo gli impediva di tagliarla senza toccarlo e quindi il suo avversario doveva decidere se girare più al largo (perdendo terreno) o rischiare di favorirlo spingendo   in avanti il tappo che gli ostruiva la strada.

Sempre negli accordi iniziali, si poteva anche pattuire la possibilità di cambiare tappariello nel corso del Giro d'Italia. Questo andava ovviamente a vantaggio dei più esperti che sapevano sfruttare al massimo le caratteristiche del circuito e che sceglievano i tappi più adatti per poi colpirli con la giusta forza. In linea di massima si usavano tappi più leggeri (vuoti, con sughero o scorze 'e purtualli) per le curve e i tratti lenti in genere, mentre per i rettilinei e i tiri lunghi si preferivano tappi più pesanti come quelli riempiti con cera, stucco o fango.

tratto dal libro di Giovanni Visetti - disegni di Raffaele Mellino

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