La Foca Monaca è tornata a Jeranto!!!?
L’eccezionale avvenimento è stato segnalato dal giornalista massese Gennaro Pappalardo in un articolo apparso su Il Mattino di martedì 9 luglio. Nel testo (riportato in calce) si annuncia infatti che "in alcuni periodi nel fondo della baia (di Jeranto) è possibile incontrare anche tartarughe marine e qualche foca monaca."
E pensare che quegli sprovveduti della Riserva Naturale Marina di Punta Campanella non se ne sono mai accorti, tanto che in nessuna delle loro numerose pubblicazioni è mai apparso alcun riferimento a questo rarissimo mammifero (in tutto il Mediterraneo se ne contano poche centinaia di esemplari).
E neanche altri istituti di ricerca ne segnalano la presenza nel basso Tirreno da ormai varie decine di anni. Quasi tutti affermano che la Foca Monaca è scomparsa dai mari italiani da oltre 20 anni. Gli ultimi avvistamenti nelle acque che bagnano la Penisola Sorrentina e la Costiera Amalfitana risalgono addirittura all'inizio del secolo scorso.
Ma forse è grazie al F.A.I. che è tornata la Foca Monaca così come le lepri (la cui presenza a Jeranto è segnalata nello stesso articolo). Ed è singolare che in questa terra di cacciatori nessuno ricorda di averne mai viste o di aver conosciuto qualcuno che le abbia catturate. Da fonti attendibili pare che, in territorio massese, le uniche lepri (o meglio conigli selvatici) di cui si ha memoria erano quelli che furono introdotti sull'isolotto di Vetara.
Quindi due eccezionali segnalazioni di alto valore scientifico. Ma sarà vero??? o invece di foche e lepri si tratta di bufale??
Chi avesse avuto la fortuna di vedere una foca monaca o una lepre (o anche una bufala) nelle acque o sul territorio massese è pregato di comunicarmelo inviando un e-mail a giovis@giovis.com in modo da confermare la straordinaria notizia.
|
IL MATTINO - martedì 9 luglio 2002 MASSA LUBRENSE - Jeranto, ecco gli studenti-guida
Ecco finalmente
Jeranto senza veli. Col reclutamento dei giovani accompagnatori per le visite
guidate nel complesso naturale della Baia delle Sirene il Fai apre ai visitatori
lo scrigno dei suoi tesori: dai ruderi della Magna Grecia, alla cultura
contadina, alle cave. In particolare, la sezione della penisola sorrentina del
Fai, coordinata da Antonino De Angelis ha scelto i 15 giovani, in gran parte
studenti universitari di Massa Lubrense, per destinarli alla funzione di guide
nel programma di visite nella «Storia e nella natura della Baia di Jeranto»
così come annunciato un mese fa dal presidente nazionale Giulia Maria Crespi
nella presentazione dei lavori di restauro della Baia di Jeranto. GENNARO PAPPALARDO |
La Foca Monaca del Mediterraneo
(da Guida ai Mammiferi marini del Mediterraneo – G. Notarbartolo di Sciara, E.
Demma; Franco Muzzio Editore)
È l’unico Pinnipede presente nel Mediterraneo. Ha il corpo massiccio lungo
circa 240-280 cm nel maschio adulto (la femmina è leggermente più piccola); il
peso varia dai 350 ai 400 kg. I piccoli nascono lunghi circa un metro e pesano
poco più di 20 kg. Il capo è arrotondato, ornato da lunghe vibrisse (i
“baffi”); lunghe sopracciglia ornano gli occhi. Le pinne pettorali sono
allargate e ogni falange porta un unghia alla sua estremità. Le pinne
posteriori, dalla forma molto caratteristica, hanno il primo e il quinto dito più
lungo e le dita intermedie più corte. La coda è piccola e poco visibile. Il
pelo è corto.
La specie fu descritta per la prima volta nel 1779, con il nome di Phoca monacus.
Successivamente John Flemming creò il genere Monachus del quale vennero a fare
parte tre specie simili: 1) Monachus monachus, foca monaca del Mediterraneo; 2)
Monachus tropicalis, foca monaca dei Caraibi (oggi estinta); 3) Monachus
schauinslandi, foca monaca delle Hawaii (oggi la specie raggiunge il numero di
circa 1000 esemplari, grazie ad uno straordinario progetto di conservazione).
È probabile che il suo nome derivi dal colore del mantello, simile al colore
del saio dei monaci.
La foca monaca è una straordinaria nuotatrice. Per nuotare utilizza gli arti
posteriori, che muove lateralmente, e gli anteriori per manovrare. Agile ed
aggraziata in acqua, ha una pessima mobilità a terra al contrario delle otarie
che utilizzano le pinne anteriore come propulsore in acqua e una volta a terra
si sollevano sui quattro arti, diventando più agili della monaca che invece
utilizza solo il ventre.
È un animale stanziale e costiero, che partorisce all’età di cinque sei
anni. Ogni due anni, dopo una gestazione di 11 mesi un unico piccolo,
all’asciutto in una grotta. Il piccolo viene allattato circa 16 settimane e
solo dopo lo svezzamento entra per la prima volta in acqua.
Non restano che 300 esemplari di foca
monaca del Mediterraneo, distribuiti tra Turchia, Mauritania, Spagna, Tunisia e
Grecia. Fino agli anni ‘70 era presente in Sardegna, nelle isole Tremiti,
all’isola d’Elba, accusata dai pescatori di rubare pesce dalle reti causando
danni alle stesse è stata barbaramente uccisa per decenni persino con la
dinamite. Data il suo scarso tasso riproduttivo,(ogni due anni un cuccioli dopo
il quinto anno di età e data l’altissima mortalità infantile dovuta alla
stagione delle nascite agosto novembre, spesso le grotte dove nascono i cuccioli
si allagano e le onde trascinano il cucciolo incapace di nuotare per i primi
quattro mesi) la sua sopravvivenza è legata solo all’opportuno ed efficace
intervento dell’essere umano per la sua protezione e conservazione. Solo
creando aeree protette e controllate si può sperare di riottenere i successi
che sono stati raggiunti con la specie hawaiana. Ciò impedirebbe la scomparsa
della specie dal Mediterraneo.


|
In ancient Greece, monk seals were placed under the protection of Poseidon and Apollo because they showed a great love for sea and sun. One of the first coins, minted around 500 BC, depicted the head of a monk seal, and the creatures were immortalized in the writings of Homer, Plutarch and Aristotle. To fishermen and seafarers, catching sight of the animals frolicking in the waves or loafing on the beaches was considered to be an omen of good fortune. Historically, humans hunted seals for the basic necessities of their own survival - fur, oil, meat, medicines - but did not kill them in large enough numbers to endanger their existence as a species. Because of their trusting nature they were easy prey for hunters and fishers using clubs, spears and nets. The pelts were used to make tents and were said to give protection against Nature's more hostile elements, especially lightning. The skins were also made into shoes and clothing, and the fat used for oil lamps and tallow candles. Because the animal was known to sleep so soundly, the right flipper of a seal, placed under the pillow, was thought to cure insomnia. Evidence suggests that the species was severely depleted during the Roman era. Following the fall of the empire, a reduction in demand may have allowed the monk seal to stage a temporary recovery, but not to earlier population levels. Commercial exploitation peaked again in certain areas during the Middle Ages, effectively wiping out the largest surviving colonies. Increasingly, survivors no longer congregated on open beaches and headlong rocks, but sought refuge along inaccessible cliff-bound coasts and in caves (often with underwater entrances). The massive disruption of two world wars, the industrial revolution, a boom in tourism and the onset of factory fishing all contributed to the Mediterranean monk seal's decline William M Johnson. |
|
Taxonomy
Distribution and
Habitat
Natural
History Status Threats |
Sources
Harwood et al. 1998. Workshop on the
causes and consequences of the 1997 mass mortality of Mediterranean monk seals
in the western Sahara. Amsterdam, 11-14 December 1997. IBN Scientific
Contributions 11. IBN-DLO, Wageningen. 32pp.
IUCN 1996. 1996
IUCN Red List of Threatened Animals. IUCN, Gland,
Switzerland.
Jefferson et al. 1994. Marine mammals of the
world. FAO and UNEP. 320pp.
Johnson, W. M. & D. M. Lavigne.
1999. Monk Seals in Antiquity. The Mediterranean Monk Seal (Monachus
monachus) in Ancient History and Literature. Mededelingen. No. 35.
Netherlands Commission for International Nature Protection. In
Press.
Johnson, W. M., & D. M. Lavigne. 1994. Captive
Breeding and the Mediterranean Monk Seal - A Focus on Antibes Marineland.
International Marine Mammal Association Inc., Guelph, Canada. pp.
44.
Reijnders et al. 1993. Seals, Fur Seals, Sea Lions, and
Walrus. Status Survey and Conservation Action Plan. IUCN Seal Specialist Group.
Gland, Switzerland. 88pp.
|
Adapted from Marine Mammal Fact Sheet Series: Mediterranean Monk Seal © 1999 monachus.org, IMMA Inc. |
|
Visto che in conclusione dell'articolo Gennaro Pappalardo suggerisce una "visita ai ruderi dell'antico «hjeron», luogo sacro alle Sirene, rinvenuti dall'archeologa Tommasina Budetta nella vicina zona del «Capitiello»" mi preoccuperò di fornire al più presto notizie dettagliate a riguardo. |