dall'Isca a Crapolla e al Rivo Zappino

Terminata la navigazione lungo questa parete settentrionale dell'isolotto di Isca, se non si decide di circumnavigarlo, si riattraversa il canale e si torna a Punta Portiglione. Esaurita così questa breve deviazione, si riprende a navigare sotto costa e ci si trova subito nella cala detta, come il capo che la delimita a ovest, Portiglione (toponimo identico a quello attribuito alla parte occidentale della Baia di Puolo).

In questa insenatura si versa il Rivo Scrivanessa, che scorre in un vallone ricchissimo di vegetazione un po' più grande dei precedenti, completamente in vista dalla sua origine, a 250 m circa, fino al mare. In fondo alla cala non c'è approdo, ma ci sono alcuni scogli affioranti e il fondale è basso e quindi, se il mare non è troppo mosso, è possibile sbarcare. C'è un unico grosso scoglio emergente, è ben visibile e si trova sulla destra, a un paio di metri dalla costa. C'è da sottolineare che il rivolo che si versa in questa caletta è indicato con il nome Scrivanessa sulle carte topografiche, sia regionali che provinciali, ma reca il nome di Corbo sulle mappe catastali. Su queste sono identificati con un nome tutti i rivoli che si incontrano da Recommone fino a Crapolla e precisamente: Rivolo della Spina (Recommone), Rivolo Lammia (vallone in alto, a sinistra della Grotta de' Palummi), Rivolo Comunaglia e Rivolo Scrivanessa (i due più piccoli di fronte all'isolotto di Isca), Rivolo Corbo (Scrivanessa) e infine Rivolo Iarito a Crapolla.  

Uscendo dalla parte più interna di questa insenatura, detta anche Marina di Portiglione, si nota che nella parete si apre una piccola grotta con l'ingresso rivolto verso terra. Vale la pena entrarvi per apprezzare il gioco di luce creato dai raggi solari che passano al di sotto della roccia che, pochi metri oltre l'ingresso, ostruisce completamente il passaggio. Sulla destra di questa roccia c'è uno stretto passaggio di sezione triangolare che lascia passare un po' di luce anche al di sopra dell'acqua. E' possibile passare sotto la roccia solo a nuoto, per sbucare poi in una minuscola insenatura perpendicolare all'asse della grotta. Usciti da questa cavità a marcia indietro, si ricomincia a costeggiare, si supera il piccolissimo specchio d'acqua attraverso il quale è illuminata la grotta, e si può apprezzare di nuovo la singolare forma del buco nella Punta di Portiglione.

In questa zona, sulla carta del Magini (1620), è segnato il toponimo Setrizzano, unico fra la Torre di Recomone e quella di Crapolla, citata come T. S.Pietro. C'è da notare che non essendo disegnato l'isolotto Isca, il toponimo non dovrebbe riferirsi a questo, ma a qualche punto lungo la costa o addirittura un po' più all'interno, forse proprio alla Marina di Portiglione. Navigando sotto costa, l'imboccatura dell'insenatura di Crapolla non è facilmente apprezzabile, ma per individuarla si possono utilizzare due punti di riferimento molto ben visibili: la Cappella di San Pietro, a sinistra, e la torre, a destra, entrambe a varie decine di metri di altezza.

Per qualche centinaio di metri non si incontra nulla di notevole e solo giunti sotto le rovine dell'abbazia di San Pietro (si riesce a vedere molto poco) c'è un abbozzo di insenatura che vale la pena di citare solo in quanto ha un proprio nome dialettale: 'o Fuosso 'a Puzzulana (fosso della pozzolana).

Si è ormai di fronte alla piccola spiaggia di Crapolla (dal latino Capreole), marina di Torca (350 m). Ancora oggi capita di incontrare i pescatori che scendono e salgono a piedi dal paese alla marinella e viceversa, portando con loro parte delle attrezzature e ovviamente il pescato. Un'altra teoria circa l'etimologia del nome Crapolla è quella che vuole che sia la contrazione di Acra Apollonos (promontorio di Apollo), sul quale sarebbe sorto un ipotetico tempio dedicato alla divinità.

L'insenatura è profonda oltre cento metri e si va restringendo dai 40 metri dell'imboccatura fino ai 20 della spiaggia. La montagna alle spalle presenta un fenditura stretta, incassata fra pareti alte varie centinaia di metri, nella quale scorre il Rivo Viarito (anche Iarito) o Rivo di Crapolla. Sulla destra della piccola baia ci sono alcune rocce basse sulle quali si notano resti di costruzioni romane. Infatti anche a Crapolla esisteva una villa romana completa di terme e tempio ed ancora oggi sono visibili parti di questo complesso di costruzioni.  

Singolare è l'intercapedine sulla sinistra della spiaggia, molto ben visibile, che serviva a far defluire le acque del rivo, che con le piogge invernali si può ingrossare notevolmente, senza compromettere l'abitabilità e forse la statica degli altri edifici sulla spiaggia.

Abbandonata dai romani nei primi secoli dell'era cristiana, Crapolla ritornò ad essere importante e famosa grazie ad una grandiosa abbazia ivi costruita all'inizio del millennio in corso (se ne hanno già notizie in alcuni documenti conservati nell'Archivio di Amalfi, datati 1111). Questo edificio fu descritto come un "tempio con colonne di marmo e con suolo lavorato a mosaico", uno dei più belli e ricchi dell'epoca. Sorto come Monastero di Benedettini Neri, nel corso dei secoli fu possedimento di vari ordini monastici.

In questa abbazia soggiornò, fra il 1525 e il 1534, Teofilo Folengo, il più importante poeta maccheronico italiano, autore del poema Baldus con lo pseudonimo di Merlin Cocai. In quel periodo aveva abbandonato (secondo alcuni altri, invece, era stato espulso) l'ordine benedettino per ritirarsi nell'eremitaggio di Crapolla.

Dell'originaria Abbazia di San Pietro non resta più niente se non una cappella votiva intitolata al medesimo Santo, costruita con le stesse pietre dell'antico edificio; sono ancora visibili qualche fusto di colonne ed alcune basi marmoree. A proposito di queste colonne c'è da dire che fino all'inizio del secolo ce n'erano ancora altre che avevano resistito nei secoli. Poi, nel periodo fra le due guerre, si dice che alcuni fascisti vi scolpirono sopra il fascio littorio suscitando la reazione degli antifascisti i quali, per tutta risposta, le gettarono in mare.

Per secoli si è festeggiato a Crapolla il Martedì di Pasqua e molti erano i fedeli che vi si recavano in pellegrinaggio da Sorrento. Invece era uso dei pescatori recarvisi il giorno di Pasqua con le loro barche a pescare e durante il viaggio si cantavano litanie.

Anche nelle acque antistanti il promontorio sul quale sorgeva l'antica abbazia, si vuole che sia stata gettata in mare una campana che, similmente a quella di Punta della Campanella, suona a mezzogiorno di ogni 29 giugno, festa di San Pietro. All'inizio della salita che conduce alla cappella, partendo dalla sinistra della spiaggia, si vedono altre costruzioni parzialmente incassate nella roccia, adesso adibite a deposito. Almeno in parte conservano le pareti originali visto che sono facilmente individuabili vari blocchi di opus reticolatum molto ben conservato.

Dall'alto del promontorio, dal piccolo spiazzo antistante la cappella, si gode di una splendida vista su Isca, Vetara, Li Galli, Praiano e nelle giornate particolarmente terse lo sguardo può spaziare su tutto il Golfo di Salerno e si distinguono nettamente anche Punta Licosa e i Monti del Cilento.  


foto al lato: Vetara in basso a destra e, sullo sfondo,

Li Galli (Gallo Lungo, Castelluccia e Rotonda)

Abbazia e cappella portano il nome del primo Papa in quanto si dice che San Pietro approdò in questa località nel corso del suo viaggio dalla Terra Santa a Roma, dopo essersi fermato anche a Marcina (Vietri).

Ed anche Crapolla è oggetto di un fattariello che si tramanda di padre in figlio nella tradizione orale dei pescatori della Penisola. Si narra che alcuni di loro, usciti in mare a pescare di notte, aspettassero un segnale da parte di un compagno per rientrare. Stavano davanti all'insenatura di Crapolla quando videro una luce che scendeva lungo il ripido sentiero e, pensando che fosse il loro amico che stava andando alla marina per aiutarli a scaricare le reti e il pesce e a tirare la barca a terra, cominciarono a vogare verso la spiaggetta.

Ma dopo poco la luce cominciò a risalire, e pensarono che non fosse lui. Poi ridiscese, e di nuovo accostarono a terra, ma un'altra volta la luce misteriosa tornò indietro. Questo fatto si ripetette più volte e alla fine, stanchi di aspettare, i pescatori approdarono e fecero da soli. Tornati in paese chiesero spiegazioni all'amico del suo strano comportamento, ma questi disse che si era addormentato e non si era proprio mosso da casa. E allora andarono nel luogo dove avevano visto comparire e scomparire  più volte la luce per cercare di svelare il mistero; giunti sul posto, vi trovarono le reliquie di San Pietro.

Una storia molto simile si racconta a proposito del ritrovamento delle ossa di Santa Restituta, ora conservate nella chiesa a lei dedicata a Lacco Ameno sull'isola d'Ischia. A proposito di queste si narra infatti che furono trovate in mare di notte, in una teca che galleggiava sulle acque e che emanava una luce strana. I pescatori che videro questa luce le si avvicinarono e la tolsero dall'acqua, perché disturbava la loro pesca. Una volta in barca, la luce si spense e allora la teca fu gettata di nuovo in mare, e subito si riaccese. Tirata di nuovo a bordo, si spense e rimessa in mare, si accese ancora una volta. Così i pescatori decisero di portarla a terra e una volta approdati l'aprirono e vi trovarono le ossa di Santa Restituta.

Un'altra leggenda riguarda invece il sentiero che collega Torca con Crapolla: in un periodo in cui il fondo della stradina era particolarmente mal ridotto e la risalita era diventata ancora più faticosa del solito, un giorno i pescatori che scendevano alla marina ebbero la piacevole sorpresa di trovare vari operai al lavoro. Quando risalirono gli uomini erano ancora intenti a rimettere a posto le pietre dissestate e a ricostruire gli scalini. Giunti in paese ne parlarono con gli amici, ma nessuno aveva visto gli operai avviarsi al lavoro, né si aveva idea di chi potesse averli mandati. Il giorno seguente i pescatori trovarono il sentiero in perfetto stato, completamente rifatto, ed allora si disse che quegli operai erano delle anime mandate da San Pietro che in questo modo aveva voluto aiutare i suoi devoti.  

Usciti dalla stretta insenatura di Crapolla, si naviga per quasi un chilometro lungo la base di un costone rettilineo e molto scosceso, ma non a picco. Solo nella estrema parte orientale del Monte di Torca, questo il nome del massiccio e uniforme promonto­rio compreso fra Crapolla e l'insenatura successiva, a mezza costa si nota uno strapiombo alto quasi 100 metri. Lungo la fascia di marea sono numerosissimi i ceppi di cozze e anche le alghe so­no particolarmente abbondanti.

All'imboccatura dell'insenatura di Crapolla, di fronte alla cappella di San Pietro, ad una cinquantina di metri d'altezza si vede la Torre di Crapolla (anche Torre Crapullo); questa è l'ultima della serie di quelle che ricadevano sotto la giurisdizione dell'Università di Massa Lubrense, che la fece edificare nel 1567. La particolare conformazione della costa fra Crapolla e Positano avrebbe richiesto la costruzione di varie torri site peraltro in zone impervie e lontane dai centri abitati; ma il problema fu risolto brillantemente utilizzando Li Galli come ponte per le comunicazioni con la Torre di Fornillo e quindi con tutta la rete della Costa d'Amalfi. 

Appena giunti in corrispondenza della Torre di Crapolla, un centinaio di metri ad est dell'insenatura, si è già in vista di Punta Taschiero, uno dei pochi capi di questa parte del versante salernitano ad essere segnalati sulle carte. La montagna è solcata da vari minuscoli rivi che scorrono in incavi poco profondi, più o meno rettilinei e perpendicolari alla linea di costa. Dopo averne superati un paio appena accennati, se ne vede un terzo un po' più lungo dei precedenti, che ha scavato un letto di sezione rotondeggiante abbastanza svasata; si getta in mare con un salto di vari metri. In questo tratto c'è anche una specie di grotta dall'aspetto molto simile a una spaccatura nella montagna profonda 4 o 5 metri.

Un centinaio di metri più avanti sfocia un altro piccolo rivo che, a differenza dei precedenti, segue un percorso più infossato e termina in una piccola rientranza della costa. Prima di giungere all'insenatura, molto più marcata, che delimita a levante il Monte di Torca, sulle rocce spiccano i mattoni rossi di una discesa a mare. La qualità delle acque che defluiscono nel vallone che forma questa insenatura ha subito un tale degrado negli ulti­mi decenni da far sì che i pescatori della Marina del Cantone attribuissero al piccolo corso d'acqua il nome di Rivo d''a Pisciazza. Infatti in questo canalone si riversano purtroppo acque puzzolenti che spesso creano una macchia marrone nei dintorni, e il cattivo odore si spande su una superficie ancora maggiore.

Meno di duecento metri più avanti c'è un'altra insenatura, detta 'a Cala 'e Teresella, nella quale si getta il Rivo Zappino, per fortuna meno sporco del precedente. Pare che il toponimo derivi dal nome di una donna, Teresella, che si suicidò proprio in quel luogo. Lungo il vallone scavato dalle acque del rivo corre l'attuale confine fra i comuni di Massa Lubrense e Sorrento. Quale limite fra i due comuni il Filangieri cita il piccolo corso d'acqua Rivicolo, che dovrebbe quindi essere un altro nome del Rivo Zappino. Sulla sinistra della caletta c'è una grotta a terra e in alto si vedono due fori circolari nella roccia che ricordano la sagoma di un paio di occhiali. Le acque del rivo nel corso dei secoli hanno scavato una profonda fessura nella roccia, molto simile a quella dell'insenatura a ponente di Punta Portiglione, ma meno accentuata.


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