la Baia di Jeranto

La Baia di Jeranto è la più grande e profonda di tutta la Penisola ed ha uno sviluppo costiero di circa tre chilometri. L'unico altro toponimo trovato per questa splendida insenatura è Cala della Creta, inciso su una carta della Penisola Sorrentina risalente alla fine XVIII secolo. Invece su carte militari del secolo scorso è trascritto erroneamente Ielanto. Il toponimo pare che derivi dal greco ierax (falco), e questa ipotesi sarebbe avvalo­rata dal fatto che ancora oggi nella zona nidificano vari falchi fra i quali anche alcuni esemplari di pellegrini.

Appena superata la Punta della Campanella, ed entrati quindi nel Golfo di Salerno, ci si trova davanti un grosso faraglione alto oltre 10 metri, comunemente conosciuto come Scuoglio d''a Campanella. Il passaggio fra questo e la costa è abbastanza ampio da consentire il transito di imbarcazioni anche di discrete dimensioni, e da quel braccio di mare si possono apprezzare da quest'altro lato gli occhi di cui si diceva pocanzi.

Subito dopo, la parete rocciosa a strapiombo forma una rientranza e nella parte più interna di questa è ben visibile una stretta fenditura alta quasi quanto la parete stessa. Fra le due pareti calcaree a strapiombo esistono ancora i resti di una scalinata costruita più di duemila anni fa per collegare la piattaforma rocciosa che si trova quasi al livello del mare con gli edifici sovrastanti. Questi edifici sono stati oggetto di secolari polemiche fra gli archeologi in quanto alcuni volevano che alla Punta della Campanella sorgesse il famoso tempio dedicato a Minerva, altri sostenevano che vi fosse solo una villa sistemata su più livelli, altri ancora erano dell'idea che vi sorgessero entrambi gli edifici.

Ai piedi della scala, sulle rocce, si apre la Grotta Salara, oggi detta anche Grotta delle Sirene, caratterizzata dal fatto di avere, oltre all'ingresso subito evidente dal mare, anche una triplice apertura lungo la parete destra e un accesso dall'alto, nella parete di sinistra. Il nome della grotta deriva molto probabilmente dal fatto che lì si andasse a raccogliere il sale. Infatti parte dell'acqua di mare che entrava in quantità notevole in occasione di mareggiate si fermava nelle numerose pozze ancora oggi presenti al suo interno; una volta evaporata l'acqua si rac­coglieva il sale, bene prezioso non solo per gli usi comuni, ma anche per la salatura del pesce.

Proprio davanti all'ingresso principale della grotta, attaccato alla piattaforma rocciosa detta 'ncoppa 'a Scarpa, si eleva un massiccio scoglio che sembra respirare. Infatti, se ci si accosta alla parete che guarda verso lo Scoglio della Campanella, ad ogni onda, anche se piccola, si sentirà come un respiro. Il fenomeno è evidentemente dovuto ad una serie di cavità comunicanti fra loro, in parte subacquee ed in parte emerse.

Superato lo scoglio, c'è una piccola insenatura dalla quale è possibile apprezzare appieno le tre aperture laterali della Grotta Salara, e poi inizia una impressionante parete a picco sulla quale spesso si vedono rocciatori in allenamento.

Questo vertiginoso strapiombo di roccia liscia è alto mediamente fra i 50 e i 100 metri e continua per un centinaio di metri. Al livello del mare nella parete calcarea si apre una cavità ('o Canto 'a Grotta) dalla volta abbastanza alta, ma poco profonda; al centro c'è solo un piccolo cunicolo che si addentra un po' di più nella roccia.

Una trentina di metri più in alto, un poco a sinistra, c'è una grotticella detta Grotta d''a Supressata e pare che questo nome le sia stato dato a causa della rassomiglianza delle stalattiti ivi presenti con quei tipi di insaccati. In virtù della sua altezza e della sua riconoscibilità anche a distanza è stata scelta dai pescatori come punto di riferimento per individuare posizioni di reti, nasse e coffe.

Una volta terminato questo tratto, la costa riprende ad essere scoscesa anche se mantiene sempre una forte pendenza. Basti pensare che il crinale che sale dalla Punta della Campanella fino ai quasi 500 metri delle due cime di Monte San Costanzo dista, in pianta, appena 200 metri dal mare. Sul picco detto Santa Croce (498 m), quello più vicino a quella che fu Punta Minerva, si vede ciò che resta dell'immensa ragnatela del radiofaro dell'aeronautica militare, mentre sull'altra cima di questo ultimo rilievo della Penisola (488 m) spicca la piccola cappella bianca intitolata a San Costanzo.

La linea di costa continua a seguire un andamento più o meno rettilineo ai piedi del costone detto Rezzali, e anche le acque sottostanti sono genericamente indicate dai pescatori con il nome 'nterra Rezzale. Negli ultimi anni si è diffuso anche un nuovo toponimo locale: 'e Casarelle. Questo chiaramente deriva dall'esistenza dei rustici di un paio di edifici costruiti abusivamente una quindicina di anni fa, ma per fortuna bloccati in tempo.

A partire da Punta della Campanella si incontrano in poco spazio numerose delle cosiddette poste, punti della costa che i pescato­ri usano per individuare il luogo dove sono state calate reti, nasse o coffe. Nell'ordine si superano: 'a Seggiolella (sedioli­na), 'o Vitiello (vitello), 'e Senghe 'e fora, 'e Senghe 'e terra, Scuoglietielli, sotto o' Mierolo (merlo), 'a Ponta 'e l'Acqua, Chiano Piccio, Sotto a l'Acqua, 'a Ponta d''a Femmena, sotto 'a Femmena, dint' 'o Rivo e 'a Ponta d''o Rivo.

Quest'ultimo toponimo è riferito allo sperone roccioso che pone fine a questo tratto di costa e forma allo stesso tempo una insenatura piccolissima verso l'esterno della baia (dint' 'o Rivo) ed una più grande verso terra. Nello specchio d'acqua a ovest della punta si va a versare il Rivo di San Costanzo, o meglio ha termine il suo impressionante impluvio ripidissimo e diritto, avente origine proprio pochissimi metri a valle della cima più alta di Monte San Costanzo.

La seconda insenatura è riparata da un grosso scoglio oblungo che la chiude a oriente lasciando una passaggio molto ampio a sud-est ed uno largo non più di due metri a nord. In tempi molto remoti, lo specchio d'acqua pressoché circolare, racchiuso fra la costa e lo scoglio, era probabilmente coperto; infatti pare che lì esistesse una grotta, la cui volta sarebbe poi crollata (in alto si notano varie stalattiti).

Il passaggio più stretto è praticabile senza alcuna difficoltà anche con mare agitato e sbocca proprio di fronte all'ingresso della Grotta Zenzinada, la più grande della Baia di Jeranto. I nomi dati a questo specchio d'acqua sono vari e di origine differente. Il più antico dovrebbe essere Zezzinara - ancora oggi in uso alla Marina del Cantone - molto simile a Zenzinada, nome della vicina grotta citata già dal Persico nella sua Descrittione di Massa Lubrense del 1644. Altri nomi sono Porticciullo e dint' Bennuolo o Pennuolo. La grotta, che attualmente è conosciuta so­prattutto come Grotta del Presepe, penetra nella roccia per oltre 20 metri e sulla sinistra presenta un'originale divisione orizzontale. Da questo lato c'è infatti un braccio che si addentra ancor di più nel cuore della montagna, a più di un metro dalla superficie dell'acqua, e quindi all'asciutto. Al di sotto di questo livello, che ha il fondo ricoperto da uno strato di sabbia, c'è un'altra cavità meno profonda che degrada dolcemente verso l'acqua; davanti c'è un grosso scoglio a fior d'acqua a poca distanza dalla roccia. Se non c'è risacca si può sbarcare abbastanza facilmente su questo grosso scoglio piatto o direttamente sulla roccia infilando la canoa fra questa e lo scoglio. La volta è alta oltre sei metri e, dato che l'apertura è quasi altrettanto alta, la grotta è sempre molto ben illuminata. Grazie a questa luminosità è quindi sempre possibile apprezzare appieno tutte le numerose sfumature di colore che le rocce assumono, in particolar modo al livello del bagnasciuga.

Nell'angolo sinistro della baia, all'inizio della lunga spiaggia, la parete è un po' meno scoscesa, ma sempre ripidissima e forma un accenno di vallone nel quale scorre, solo dopo abbondantissime piogge, un piccolo rivolo. Da questa parte della spiaggia i ciottoli prevalgono sulla sabbia e l'approdo, con il mare mosso, diventa ancor più difficoltoso a causa dei numerosi piccoli scogli lisci emergenti, o solo affioranti, a pochi metri dalla riva. Man mano che si procede verso destra, la sabbia prende il posto dei ciottoli e la parete diventa prima verticale e poi finisce per essere addirittura sporgente, coprendo con la sua ombra la spiaggia sottostante. Questa parte della baia viene comunemente chiamata Ieranto Grande, ma esiste anche il toponimo locale 'nterra 'e Renare (denari).

Davanti a questa seconda parte della spiaggia ci sono alcuni scogli ben visibili, il più grande dei quali emerge a qualche decina di metri da terra ed è conosciuto col nome di Pila d''a Marina. Nessuno di questi scogli crea pericolo o problemi per l'approdo, comodo e di tutta tranquillità, anche se è bene usare la solita prudenza a causa della franosità della parete.

Nella roccia a strapiombo che delimita la spiaggia a est si aprono numerose cavità di varia grandezza e di struttura molto differente l'una dall'altra. A pochissima distanza dall'arenile si incontra una grotticella con un ingresso molto basso, difficilmente attraversabile se non a nuoto; all'interno si allarga poi in una sala di forma rotondeggiante. Subito dopo c'è una coppia di cavità divise da una colonna di roccia ed entrambe terminano con una spiaggetta di ciottoli. Pochi metri più avanti ci si trova davanti ad un arco naturale abbastanza ampio che però conduce in una conchetta completamente ingombra di rocce franate dalla parete sovrastante. Forse questi scogli un tempo costituivano la volta di una grotta di grandi dimensioni, della quale non rimane altro che la grotticella che si trova qualche metro al di là dell'arco.  

L'imboccatura è parzialmente ostruita dagli scogli a pelo d'acqua ed è rivolta verso terra, quindi non è visibile dal centro della baia. Questa è una di quelle grotte che ha un secondo ingresso subacqueo diametralmente opposto al principale; con la bassa marea ci si riesce anche a passare (a nuoto, ben inteso!) senza essere costretti a sommozzare. Da questo passaggio lungo circa tre metri, e da un altro a destra completamente sommerso, entrano ovviamente fasci di luce che conferiscono riflessi particolari alle rocce, più belli con l'alta marea, quando i raggi sono tutti filtrati attraverso l'acqua. 

La grotta prende il nome dal promontorio nel quale è incuneata e come questo si chiama Capitello o Capitiello; questo toponimo non dovrebbe avere niente a che vedere con un capitello inteso in senso architettonico, ma deriva molto probabilmente dal termine dialettale capitiello, che significa capezzolo. Oltre a questo nome classico della grotta (è citata con Salara e Zenzinada dal Persico), ne esiste anche uno locale abbastanza curioso: 'a Grotta 'e Mangalà. Ancora pochi metri e si doppia'a Ponta d''o Viecchio, o Punta di Capitello, estremità del promontorietto che divide la spiaggia grande dalla cosiddetta Ieranto Piccola, o anche Marinella. Questa è forse più bella della prima in quanto giace incassata fra chiare rocce calcaree ed ha il fondale e la spiaggia ricoperti da ciottoli bianchissimi.  

L'approdo è ovviamente un po' più duro rispetto a quello sulla spiaggia grande, ma egualmente possibile senza problemi di sorta. Dalla soprastante cava abbandonata parte una mulattiera che conduce a Nerano (due chilometri circa e 150 metri di dislivello), mentre la spiaggia grande è praticamente inaccessibile via terra.

La piccola penisola su cui sorge la Torre di Montalto chiude la baia a levante ed è detta Punta di Ieranto (trascritto erroneamente Ielanto sulle carte militari borboniche dei primi decenni dell'800); il costone da cui si diparte (falde meridionali di Monte San Costanzo) è invece solitamente segnato sulle carte con il nome Sprito.

Sulla destra dell'insenatura minore resiste ancora il molo costruito a sbalzo sul mare, attracco della grande cava di Ieranto. Superato prima questo pontile di pietra e poi ciò che resta di due tramogge usate per caricare sui barconi ghiaia e pietrisco, mancano solo un centinaio di metri per Punta Penna, o Punta di Ieranto, che segna il limite orientale della baia, esposta esattamente a sud.


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