Le calcare, la calce e i “carcarari” 

La calce viene prodotta per cottura della pietra calcarea, la quale posta poi a contato con l'acqua, sprigiona calore e comincia a ribollire e viene chiamata calce viva. Questo processo, che è molto pericoloso, si chiama “spegnimento” e viene realizzato in apposite vasche. La calce così ottenuta mista all’acqua viene detta idrata.

La calce oggi è utilizzata soprattutto per intonaci e per malte bastarde (mischiandola al cemento), mentre prima era la principale materia legante della pietra.

La cottura del calcare o più comunemente della “pietra viva”, un tempo avveniva nella “carcare” che erano numerosissime dalle nostre parti e soprattutto nelle cave di pietra aperte lungo la costa. Oggi dalle nostre parti nessuno più produce la calce, che viene acquistata già pronta e confezionata in sacchetti presso i rivenditori. Un tempo occorrevano decine di persone e molte settimane per produrla. Gli addetti a tale produzione venivano detti Carcarari. Abbiamo cercato di trovare persone del nostro paese che ricordassero come si faceva ma non ne abbiamo trovato alcuno. Ci hanno saputo solo spiegare che si utilizzavano le “fascine” e che alla sua produzione a volte concorreva l’intera comunità della frazione perché la temperatura nelle fornaci doveva essere altissima e costante per settimane. Le “fascine” occorrenti erano perciò migliaia e dovevano essere ben secche e preparate per tempo.

Esistono due tipi di fornaci. Una prima differenza è dovuta alla diversità dei materiali impiegati per la loro costruzione: la vecchia fornace era costituita con pietre diverse da quelle della cava, capaci cioè di sopportare alte temperature; la fornace attuale, invece, è stata ricavata scavando nella roccia e le pareti sono fatte di roccia stessa. Un'altra differenza consiste nel fatto che la vecchia fornace è un'opera costruita fuori terra, l’altra, invece, si sviluppa sotto il livello del terreno ed è provvista di una camera, sottoposta alla fornace e con questa comunicante per mezzo di una grata, che favorisce l'aerazione e consente il deposito della cenere durante la cottura del calcare. Comunque la differenza sostanziale tra le due fornaci consiste nella qualità del prodotto. Infatti con il sistema di cottura attualmente in uso si ottiene una calce migliore rispetto a quella prodotta con la vecchia fornace. Nella vecchia fornace la cottura del calcare veniva realizzata mediante la combustione di carbone coke. Per il «caricamento» della fornace si sistemava sul fondo di questa una robusta grata di ferro. Su di questa si disponevano alternati, uno strato di pietre e uno strato di carbone fino al riempimento completo della fornace. Durante la cottura del carico era necessario liberare di tanto in tanto la cenere e gli altri residui della combustione che filtravano attraverso le maglie della grata. Questo metodo di cottura del calcare e quindi l'impiego di questa fornace furono abbandonati per due motivi: il costo del carbone coke, che incideva notevolmente sul costo di produzione della calce, e la qualità della calce che, per il tipo di combustibile usato, assumeva un colore grigio, poco naturale per la calce. Oggi attiva si usa, invece, un metodo di cottura diverso sia per il tipo di «caricamento» che per il combustibile impiegato. Il metodo di «caricamento» è molto complesso ed è conosciuto, nella nostra zona, da un solo «carcararo».

Ma per comprendere bene questo sistema vi invito ad osservare le fasi giorno per giorno fino al carico completo della fornace. Quanto al combustibile impiegato ci serviamo di segatura che preleviamo noi stessi presso le varie segherie della zona. Un carico intero consente una produzione di circa tremila quintali. Teoricamente si potrebbe produrre circa 12.000 quintali di calce ogni mese. Ma in pratica si supera di poco i 6.000 quintali. Infatti la calce, dopo la cottura, resta nella fornace che, coperta con un tetto mobile, si trasforma in deposito. Quindi il «caricamento» è possibile solo quando si riesce a smaltire tutta la calce presente nella fornace. La calce, insieme al cemento, costituisce un legante idraulico insostituibile nelle costruzioni, e fino a quando ci sarà richiesta di case i lavoratori del settore non avranno motivi di preoccuparsi.

Il caricamento della fornace

L'addetto al caricamento della fornace è il vero carcararo. Tutti gli altri sono solo dei manovali che si alternano nei vari lavori secondo il bisogno. Quando la temperatura all'interno della fornace sale a più di 800 gradi si verificano nella pietra dei grandi cambiamenti: nelle prime 24 ore essa diventa fragile come il vetro, successivamente il suo peso si riduce a quasi la metà perché il fuoco distrugge tutta l'acqua che la pietra contiene; contemporaneamente si riduce anche il volume e la pietra diventa più piccola e all'interno di essa si producono delle lesioni. Quando la pietra è soggetta a queste trasformazioni, particolarmente nelle prime 24 ore di cottura, compie all'interno della fornace dei movimenti che bisogna prevedere al momento della sua collocazione. Infatti basta sistemare una sola pietra senza tener conto dei suoi movimenti, durante la cottura, che l'intero carico può crollare e, quindi, andare in rovina. Prima di iniziare il carico occorre liberare la fornace da tutti i residui di calce presenti. Dopo di che si prepara la grata sul foro che collega la fornace con la «camera di sgombero». La grata consiste in una volta costruita con pietre a secco, senza malta, provvista di vuoti che consentono il passaggio della cenere durante la cottura del calcare dalla fornace alla camera di sgombero.

La grata ha la forma di una volta perché è l'unica forma possibile per evitare che il carico con il suo peso possa precipitare nella camera di sgombero. Dopo la sistemazione della grata si inizia a costruire la «fodera». Questa è una fascia di pietre di piccole dimensioni che vanno disposte lungo le pareti della fornace.  In genere queste pietre si dispongono a secco, ma alcune volte si usa malta di calce per tenerle ben salde alla parete. La funzione della «fodera» è quella di proteggere la fornace durante la cottura del calcare. Infatti, come avrete avuto modo di osservare, le pareti della fornace sono fatte dello stesso calcare che normalmente viene impiegato per la cottura. Ora se le pareti non vengono protette subiscono anch'esse una cottura tanto da trasformarsi, fino ad una certa profondità, in calce. Partendo dal fondo della fornace la fodera viene alzata fino ad altezza d'uomo. A questo punto inizia il caricamento vero e proprio. Intorno alla grata si dispongono in circolo dei grossi massi di calcare. Questo circolo, che prende il nome di anello centrale, si restringe, fino a chiudersi del tutto, man mano che sale il livello del carico nella fornace assumendo la forma di un cono. Sulle pareti dell'anello centrale vengono lasciati, tra pietra e pietra, dei vuoti. Questi, che vanno conservati fino alla sommità della fornace, non sono altro che delle canne simili al tiraggio di un camino con la differenza che per la costruzione delle canne della fornace non si usa malta per tenere unite tra loro le pietre. Per spiegare la funzione delle canne immaginate cosa può accadere se si tappa un comignolo di un camino acceso. In un primo momento l'ambiente si riempie di fumo, successivamente, per mancanza di aria, il fuoco si spegne. Durante il caricamento all'interno dell'anello centrale non viene sistemata nessuna pietra. Il riempimento della fornace va eseguito solo nell'intercapedine che si crea tra la fodera e il perimetro esterno dell'anello centrale ad eccezione dei punti che corrispondono alle canne. La parte interna dell'anello invece, non va riempita in quanto costituisce lo spazio in cui si realizza la combustione. Questa parte è un vuoto che rappresenta una vera e propria cappa. Man mano che si esegue il riempimento nella parte compresa tra la parete della fornace e il perimetro esterno dell'anello centrale, sale anche il livello della base della fornace. Ciò consente a chi è preposto alla costruzione della fodera di accrescere quest'ultima, trovandosi in una posizione agevole per poter compiere il lavoro. Nella parte centrale della fornace si viene a formare un vuoto che ha la forma di un cono all'interno del quale si realizza la combustione. Ebbene, nel momento in cui si aggiunge al carico l'ultima pietra che chiude il cono inizia la fase di riempimento. Quest'ultimo costituisce la parte più consistente del carico in quanto le pietre occupano tutta l'area della fornace, ad eccezione dei fori di uscita delle canne, e la parte più larga dal momento che la fornace si restringe alla base. A carico ultimato si stende sulla sommità del carico una malta. La malta che sistemiamo sul carico è un impasto di calce che ha la funzione di evitare dispersioni di calore durante la cottura. Il numero minimo di persone che si occupano del carico è di tre: il carcararo, un addetto alla gru per calare i massi di calcare nella fornace; un manovale che costruisce la fodera man mano che il carico sale. Comunque al carico collaborano saltuariamente anche altri come uno spaccapietre che prepara le pietre per la fodera e uno spalatore che trasporta i massi dalla cava alla gru. Una operazione di carico non dura meno di una settimana.

La cottura del calcare

La cottura del calcare è certamente la fase più lunga dal momento che richiede la presenza, a turno, di buona parte degli operai, sia di giorno che di notte, affinché la combustione sia continua. In passato il combustibile utilizzato erano le fascine portate soprattutto dalle donne e quando si doveva caricare la fornace si lavorava di continuo 30 o 40 giorni di seguito; quando invece era in corso la cottura del calcare, le donne, in genere, restavamo a casa in quanto alla calcara non si aveva bisogno di loro. Allora il riposo era una parola poco conosciuta. Le donne della calcara erano quasi tutte figlie di contadini. Il riposo quindi, durante le pause di lavoro alla calcara, era costituito da una zappa. Comunque il lavoro nei campi era veramente un riposo rispetto alla fatica che si faceva alla calcara. Quando iniziava la cottura delle pietre vi erano almeno tre donne a lavorare 24 ore su 24. Durante la notte organizzavamo dei turni per guadagnare qualche ora di sonno. La fase della cottura durava più di 12 giorni. Oggi è tutto più facile, prima perché lavorano a turni alternati di 12 ore e poi perché usano un sistema meccanico per la cottura del calcare. Per introdurre le fascine nella bocca della fornace bisognava stare a diretto contatto col fuoco anche quando bisognava liberare la fornace dalla carbonella che si depositava sul fondo. Questo lavoro era molto pericoloso particolarmente nei giorni ventosi. Infatti, per effetto del vento si creavano nella fornace dei «ritorni di fiamma» molto violenti e bisognava stare molto attenti per evitare di essere investiti dalle fiamme. Non sono mancate persone che hanno subito ustioni, anche gravi, al viso e alle mani. Il sistema per verificare il grado di cottura del calcare era lo stesso che si adotta ancora oggi. Si spiava attraverso i fori di uscita delle canne: se il calcare aveva assunto il colore giallo-oro significava che si era trasformato in calce. In genere i carcarari contraggono sul lavoro malattie ai bronchi. Questo perché durante la cottura del calcare il contatto con il fuoco da una parte costringe a respirare gas tossici e dall'altra provoca frequenti sudate seguite da rapidi raffreddamenti del corpo quando ci si allontana dalla fornace.

(liberamente tratto da Artigianato e dintorni di Giuseppe Rescigno - I carcarari a Costa)