Inseguendo Diana fra passato e futuro

La penisola rappresenta Sorrentina della quale il comune di Massa Lubrense rappresenta l'estremo lembo, per la sua conformazione geografica e per la contemporanea favorevole circostanza di essere attraversata dalla corrente migratoria che dai paesi balcanici transdanubiani corre verso i paesi dell'Africa del Nord (Tunisia e Libia in special modo) è sempre stata, unitamente alle isole di Capri ed Ischia, luogo di una fiorente attività venatoria che si perde nella notte dei tempi, ricca di tradizioni locali, profondamente radicata nella cultura popolare dei suoi abitanti.

Senza scomodare i tempi in cui Senofonte. l'ateniese che come Platone fu discepolo di Socrate, scrisse il primo trattato sulla caccia nel IV secolo a.C., è nella seconda metà dell'ottocento e nei primi decenni del Novecento che Massa Lubrense ed in particolare le frazioni di Termini, Nerano, Monticchio e Torca, furono meta di moltissimi cacciatori provenienti non solo dagli altri comuni della penisola, ma anche dall'agro Nocerino e dalla stessa Napoli.

All'inizio erano carretti trainati da cavalli il loro unico mezzo di locomozione, poi biciclette e per i più fortunati il Galletto della Guzzi, la Vespa o la Lambretta equipaggiate con capienti bisacce per contenere una coppia di cani.

In quei tempi si cacciavano le quaglie con le reti e con i primi fucili ad avancarica in cui la polvere nella camera di scoppio si accendeva grazie alla percussione di una capsula di fulminato di mercurio. La polvere da sparo era sovente di provenienza militare e i miscugli erano all'ordine dei giorno, per non parlare dei pallini impiegati, il piombo di fabbricazione industriale spesso rappresentava un lusso del quale si faceva e meno, producendo in casa i pallini nessuno dei quali, per ovvie ragioni, aveva una parvenza di sfericità. Nonostante ciò la selvaggina cacciata era a quei tempi abbondante e la caccia diveniva il più delle volte una sorta di vero e proprio lavoro, infatti molti massesi arrotondavano il salario accompagnando i cacciatori di città o vendendo loro la selvaggina. Quei tempi ormai sono molto lontani, sono vivi solo nei racconti dei più anziani, sono cambiati i mezzi di locomozione, molti sentieri sono divenuti strade, il territorio agro-silvo-pastorale ha subito notevoli trasformazioni. I contadini si sono visti costretti ad abbandonare molti terreni prima intensamente coltivati. Come dimostrano i molti campi di grano, prima esistenti sulle pendici dei monte San Costanzo, ora identificabili soltanto dalla persistenza di muretti a secco in disuso, infestati da erbacce. Tutto ciò ha provocato lo spostamento verso siti più ospitali del flusso dei migratori.

Nel giro di pochi anni il numero dei seguaci di Diana si è contratto in modo sensibile, chi non era sufficientemente motivato ha abbandonato il campo, ciò però non è bastato a riequilibrare la situazione, è stato necessario promuovere un nuovo atteggiamento culturale per tentare di ristabilire il ruolo centrale di questa attività nel confronto tra uomo e ambiente.

In tale ottica sono state avviate da parte dei circoli di cacciatori studi atti ad avviare corrette politiche di ripopolamento della selvaggina e si è esercitato un controllo sui prelievi durante le stagioni di caccia.

I risultati di questa politica cominciano ad essere incoraggianti. Infatti, nelle zone litoranee che vanno dalla Cala di Mitigliano fino alla costa prospiciente le isole dei Li Galli e nel comprensorio del monte San Costanzo (che in fondo è la parte di territorio più conservata e più idonea allo svolgimento dell'arte venatoria nei mesi autunnali dato che il periodo primaverile ormai è interdetto, giustamente, alla caccia) all'appassionato cacciatore non mancheranno le occasioni di trovare, nel mese di settembre, tra i finocchietti selvatici, le quaglie. Ad ottobre, quando negli uliveti le olive saranno ben mature, compariranno i tordi ed infine, quando a novembre soffierà la tramontana, seguendo con la coda dell'occhio il lavoro del cane sotto i carrubi, è possibile trovare la Regina: l'arciera e se al frullo ci si farà cogliere maldestramente impreparato, perché assorti nelle fantasie del passato o distratti dalla selvaggia bellezza dei luoghi, poco male perché avremo comunque, ritrovato un ancestrale rapporto con la natura che ci circonda, un rapporto che per molti individui è di fondamentale aiuto per ritrovare i migliori sentimenti che albergano in tutti noi.

(dott. Renato Amitrano)