PARTE III

 

Storia Moderna

 

CAP. III

Limiti di Massa Lubrense

 

Avendo terminato la descrizione de’ Casali e della Città bisogna far parola della coste e marine che sono d’intorno a Massa Lubrense, e la divisione di Massa da Sorrento e come che Massa è bagnata dal mare da tre lati, cioè da levante dal golfo di Salerno, a mezzo giorno dal mare d’Affrica, ed a ponente dal golfo di Napoli; così i suoi confini marittimi son divisi da Sorrento, ad oriente da un rivo che si incontra dopo la marina di Crapolla, denominato le Grotte Vaccare, questo sito è quasi dirimpetto l’isoletta della Vitara; da quel punto della costa andando verso occidente s’incontra la Marina di Crapolla, che è sempre popolata da’ pescatori del Casale di Torca e Sant’Agata; più avanti viene la bella isoletta dell’Ischia; poscia un altra bella marina, che è quella di Recommone, ma totalmente disabitata; dopo si presenta la più amena spiaggia che sia in tutta la costa di Massa, la marina cioè del Cantone, o Nerano, questa è della lunghezza di circa un quarto di miglio, larga, allegra, esposta a mezzo giorno, senza montagne che gli fanno ombra; vi sono molte case ed anche un vasto edificio per uso della Tonnara; vi è una taverna ed una Chiesa dedicata a Sant’Antonio di Padova eretta nel 1646.

La tonnara detta della Mortella è di proprietà della Città, si affitta circa 400 ducati annui. Questa marina è prossima al Casale di Nerano; il suo mare è pieno di Coralli.

Passata poi la punta della Mortella, ed andando sempre verso ponente, la costa forma un seno in cui si possono riparare i bastimenti contro i forti venti di tramontana e maestro, ma però con scirocco e mezzo giorno vi è una tempesta; questo seno di mare è prossimo al sito detto Jeranto e finisce con una marinella; dopo viene una montagna chiamata Capo di Panna, ne viene dopo un altra detta Falconiera, poscia si giunge alla Campanella, punta della costa tanto famosa ne’ vetusti tempi per l’esistenza del Tempio di Minerva, ed ora per un forte che i Francesi vi eressero, in cui fissarono cannoni di grande calibro; e radendo il littorale che è nello stretto di Capri s’incontra la marina di Massa ristrettissima e rovinata.

Persico dice che un tempo i Massesi avevano sessanta bastimenti di commercio nella marina di Massa, e senza un porto potevano questi reggere alle tempeste? Intanto è noto che Carlo VIII concesse a’ Massesi di avere una galera armata per difesa de’ loro bastimenti di commercio; ora se non avessero avuto bastimenti, non sarebbero ricorsi a questo Re per avere tale facoltà.

Domenico Antonio Perrini, il quale ha stampata la Storia della Città di Napoli col suo Cratere nel 1600, dice che la marina di Massa Lubrense aveva un tempo un porto comodo per i suoi bastimenti e che vi era ancora in detta marina un’acqua sorgiva purissima.

Da questa marina andando avanti radendo la costa s’incontra ben presto la bella e comoda marina di Polo; in questa vi è uno scoglio detto Pentapoli che divide Sorrento da Massa, in modo che due terzi appartengono a Massa ed un terzo della marina a Sorrento.

Questo sito fu reso celebre da un Signore romano di cui ne ha preso il Nome.

Noi ci facciamo un dovere di accennare quello che questo romano fece sopra di tal marina. Asinio Pollione, il quale visse ne’ tempi di Augusto, fu uno de’ più dotti romani de’ suoi tempi; egli fu Console e generale, fece la guerra a’ Dalmati e fu il primo che tradusse la Storia greca in latino, istituì la prima Biblioteca in Roma.

Questo stesso Pollione innamorato di questo lido gli fece cambiare aspetto, egli vi edificò un magnifico palazzo con logge e giardini, e tutto adornato di marmi scelti africani; vi fece un portico, de’ bagni e delle grotte sul lido per la conserva di pesci; ed ora ancora si vedono gli avvanzi di questi edificii; nel sito ove era il portico, ora si denomina Portiglione; riattò ed adornò il vicino Tempio di Ercole nel territorio ora Sorrentino.

Persico asserisce che nell’anno 1624 Giovanni Vinaccia, cavando i fondamenti per fabbricare una stanza, sopra di detta marina scoprì un gran salone con pavimento di pietre mischie bellissime e che il Cantore D. Gaetano Califano ne conservava alcuni pezzi; in un podere de’ Signori de’ Turri sito al Capo di Massa si mira da secoli giacere in terra una lunga e magnifica colonna di marmo, che sicuramente apparteneva agli edificii di Pollione.

Vi è su questo Pollione una storietta che dice di essere stato un uomo crudele e sanguinario e che nutriva i pesci in quelle peschiere con carne umana; non sarà discaro al lettore il conoscere da che ha avuto origine questa taccia di crudeltà che si imputa al più pietoso Senatore romano.

Ne’ tempi di Augusto vi furono due Pollioni, uno virtuoso, l’altro di un carattere infame: quest’ultimo era Vedio Pollione, il quale teneva uno stagno in cui nutriva una quantità di pesci e specialmente di Lamprede. Ora, mentre Augusto, di cui era l’adulatore ed il confidente, trovavasi un giorno nella sua Casa a pranzo, uno Schiavo di questo Pollione ruppe per accidente un bicchiere di vetro, che allora erano in grande pregio; Vedio immediatamente lo fece legare ed ordinò che si gettasse nella gran vasca in balia delle Lamprede, nuovo genere di morte da esso inventata per punire i suoi servi allorché cadevano in qualche lieve mancanza. Ma il giovane schiavo fu tanto fortunato da poter fuggire e gittarsi a’ piedi di Augusto supplicandolo d’impedire che divenisse preda de’ pesci. L’Imperatore inorridito di sì inudite crudeltà fece rilasciare quell’infelice e rompere tutti i bicchieri in presenza di Pollione e gittarne i frammenti nel vivajo.

Questa contrada si rese celebre per gli edifici erettici da Pollione e poi furono resi immortali dal nostro poeta Stazio il quale era amico di Pollione, e questo lo condusse da Napoli in Polo, ove vi dimorò per lungo tempo; poscia ritiratosi il poeta Napoletano in Roma, publicò un poema sopra di Polo che si è conservato fino a’ nostri giorni; più un altro nostro moderno poeta e uomo dottissimo, Gargiulli, nel suo eruditissimo poema sulle Sirene dilucida tutto quello che fece Pollione qui al segno che non lascia altro a sapersi.

La civilizzazione essendosi avanzata moltissimo, Massa non poteva più essere unita con Sorrento per quello che risguardava lo stato civile: fu forza dunque dividersi, ed è ciò che imprendiamo a far conoscere.

Sorrento e Massa sino all’anno 1470 furono unite e si governarono con le stesse leggi Municipali, ma poi in quel medesimo anni si divisero e ciò avvenne a’ tredici di Ottobre. Ma questa prima divisione di territorio fu malfatta, per cui ben presto ne nacque una lagnanza generale.

Le cause che la suscitarono furono le seguenti: la Parrocchia di Priora fu stabilito che andasse con Massa e poi al di là di Priora Sorrento si estendeva per fino a Sant’Agata e segnatamente a quel sito detto termine, cioè fine di Sorrento; più la marina di Polo fu tutta inclusa nel territorio Sorrentino.

Questa divisione dispiacque a’ Sorrentini ed a’ Massesi, per cui amendue ricorsero al Governo e dietro tali lagnanze si decretò che la Parrocchia di Priora fusse compresa con Sorrento, ed il territorio di Massa si estendesse sino a sopra Priora; più che la marina di Polo due terzi andassero con Massa ed uno con Sorrento; quello scoglio detto Pentapoli, che è in quella marina, fu fissato per termine di separazione.

Ma è ragionevole credere che molti altri termini allora furono posti in questi confini, ma i secoli l’hanno fatto scomparire; intanto essendosi costruito il Quartiere nella Città per gli invalidi in questi ultimi anni, i cittadini di Massa hanno voluto fissare un termine di separazione tra Massa e Sorrento, non ché dare un attestato di gratitudine ed ossequio a S.M. Dio guardi; per cui ne’ confini della Strada di Priora vi hanno eretto il seguente Epitaffio, scritto dal dotto ed erudito Parroco di Monticchio, Liberato Cangiani.

 

CAP. IV

Commercio ed Industria

 

Faremo in questo articolo parola de’ prodotti del suolo Lubrense, non che della pesca, della caccia, della pastorizia; della manifattura delle fettucce e del commercio. Il territorio di Massa produce ogni specie di frutti saporitissimi; i cereali vi prosperano bene, ma i suoi prodotti ubertosi sono il vino, l’olio e la seta; tutte queste derrate si vendono per la maggior parte in Napoli per essere di ottima qualità e specialmente il vino è molto leggiero ed utile agl’infermi e così si esprime Cesare Capaccio: Vinum leve, odorum ad vires convalescentibus confirmandas a Medicis maxime probatum.

La pesca è abbondante e come questi mari son pieni di scogli e senza fango il pesce è tutto di squisito gusto.

La Caccia che altrove forma ordinariamente un divertimento de’ cittadini comodi, qui per la vicinanza della Capitale è divenuta un industria, per cui quasi tutti son cacciatori.

Gli uccelli che in Massa arrivano sono di svariate specie, ma non possono ivi restare perché Massa non ha boschi, né laghi, non montagne, né foreste, essi adunque vi arrivano nella primavera dall’Affrica, vi restano una sola giornata per riposarsi, indi se ne partono; e nell’autunno vi ritornano dal fondo dell’Europa per passare di nuovo in Africa.

Le specie sono moltissime, ma le più perseguitate sono le quaglie, le beccafichi, i tordi, i merli, le beccaccie; tutte queste specie si uccidono con lo schioppo e si prendono poi con gli archetti molte specie di uccelletti.

Vi passano anche tortore e colombi, non che alcune specie di uccelli di rapina, e questi sono la Gazza rossa, in Massa denominata Capo rossa; la Sparviera, detta Paglionica; lo Sparviere, il Girifalco, detto Farconcello; l’Astor detto Arpello con molte varietà che vanno qui sotto il nome di Mosardi; il Falcone; lo Smeriglio; il Baccello, detto Voletta ed alcune altre varietà di tali specie ec. Vi passano le Gru, ma altissime.

La pastorizia consiste qui in vacche in numero grandissimo e majali di cui le cari sono squisite; dalle prime si ottiene un eccellente latte di cui se ne fanno caciocavalli, casciotte e burro in grande quantità, che tutto si vende in Napoli; si hanno delle vitelle che si vendono nella Capitale col nome di vitelle di Sorrento, e meritatamente il Pulcarelli cantò:

Sorrenti vitulas, quas laudibus ornant.

Mille tibi verno tempore Massa dabit.

La grande manifattura consiste nelle fettucce di seta che si travagliano dapertutto; e qui non vi è donna la quale non sappia tessere e queste quando hanno disbrigate le loro faccende campestri si ritirano nelle case ove tutte sono occupate a questa manifattura, per cui entrano in Massa annualmente molte somme di denaro per questo lavoro.

I Massesi sono attivi e risvegliati a cagione del clima dolce e dell’aria purissima che respirano; essi son disposti al traffico, ma gli mancano i mezzi ed il primo ostacolo è la mancanza di un ricovero ove tenere i loro legni.

Del resto il massimo commercio ora si fa con la Capitale e questo è molto attivo giacchè in Napoli si vendono quasi tutti i prodotti del paese.

Vi sono però pochi brigantini che fanno il traffico di Messina e Malta a cui sono addetti per la maggior parte gli abitanti de’ casali di Schiazzani e Marciano, e quantunque questo commercio si riducesse a poca cosa, pure questi due Casali sono i più comodi ed i più civilizzati: ora immaginatevi cosa doveva essere Massa ne’ suoi tempi di commercio!

 

 

C A P. V

Privilegii di Massa, sua vendita, ed uomini illustri

 

Questa Città ha goduto grandissimi privilegii che in varie epoche e da diversi Sovrani gli sono stati accordati, ma per esponerli anderemmo troppo alla lunga, e poi poco possono ora interessare il lettore.

Del resto chi ne volesse avere una piena conoscenza, riscontri l’antica Storia di questo paese che ritroverà tutto con esattezza registrato.

Solo noi dobbiamo far parola della formale vendita di Massa Lubrense, ordinata da Carlo V, allorché era in guerra con Francesco I re di Francia; questo famoso Imperatore in quell’epoca aveva di bisogno di uomini e denari, per cui venne dalla Germania l’ordine al Signor Raimondo Cardona, allora Viceré di Napoli, di vendere la Città di Massa Lubrense con tutti i Casali immediatamente, senza badare alle ragioni e privilegii che i cittadini gli avessero esposti e presentati.

A questa notizia, Giovanni Carafa Conte di Policastro e Regio Consigliere fu sollecito ad offerire quindici mila ducati per l’acquisto di questa Città, prossima alla Capitale; ciò inteso da’ cittadini di Massa, ben presto crearono una deputazione di uomini probi, la quale subito si presentò al Vicerè esponendogli in prima i tanti privilegii che questa Città godeva, per cui non poteva essere venduta, ed in fine conchiuse che, quando si doveva vendere, i cittadini avevano il dritto di essere preferiti ad ogni altro nella compra e che di conseguenza la Città avrebbe pagato i quindici mila ducati e con ciò si sarebbe da sé stessa comprata.

Il Vicerè trovò giustissime queste ragioni, come era regolare, e la Città prese ad imprestito questo denaro da’ cittadini ed ancora esiste il debito istrumentario.

Nello stipularsi il contratto Massa acquistò il titolo di Contea, da intestarsi ad una famiglia la più povera.

I secoli cambiano intanto la maniera di pensare e di vivere delle Nazioni, e nuovi codici i re ed i senati sono costretti a formare, mentre le antiche leggi più non sono atte a governarle, per cui le concessioni accordate a’ paesi ne’ secoli trascorsi, più adesso non possono aver vigore, ed è questa la ragione, che noi non l’abbiamo poste a vista in questa nostra istoria di Massa: tutti i privilegii son finiti e se ne è perduta ancora la memoria.

Massa Lubrense intanto fu una Città, la quale sarebbesi innalzata in nobiltà e splendore se tante calamità ne’ secoli trascorsi non avesse sofferte. Essa fu da’ passati Sovrani tenuta in considerazione e prediletta; conservava tanti privilegii e concessioni ottenute, e tra le altre gli fu concesso da Ladislao, e confirmato poi da sua sorella Giovanna II, che giammai potesse essere Vassalla e che sempre si conservasse nel Regio dominio ed oltre alla giurisdizione col mero e misto Imperio, gli furono accordati tutti i dritti e tutte le regalie e tutti i corpi feudali che alla Regia Corte spettavano di cui ne pagava l’adoa ed i quindennii. Possedeva ancora sollenni diplomi e fra gli altri uno recente speditogli dalla Spagna dal re Filippo IV nell’anno 1663 con cui si dichiarava questa Città donna e Signora di sé stessa e non mai soggetta a Barone.

Dippiù ha sempre meritato il titolo di Fedelissima, ed altresì con reale dispaccio in idioma Spagnuolo in de’ 15 maggio 1751 Carlo III di gloriosa memoria decorolla del titolo di nobilissima Città.

 

Uomini illustri

 

Ora ci occuperemo di un argomento molto interessante, che è quello degli uomini illustri sortiti da questa antichissima Città (I).

Uomini insigni, in ogni facoltà un tempo son sortiti da Massa Lubrense.

Noi intanto ci occuparemo prima dello Stato Ecclesiastico. Massa ha avuto nove Vescovi, oltre di quelli di cui non se ne ha distinta notizia.

Il primo fu Tessellino Fontana Vescovo di Vico, creato nel 1330 dal Pontefice Giovanni XXI.

Il secondo fu Leonardo Liparulo Vescovo di Nicotera, dottissimo legista.

Il terzo Gio: Battista Palma Vescovo di Massa Lubrense.

Il quarto Geronimo Pisano, il quale da Canonico dell’Arcivescovado di Napoli fu eletto Vescovo di San Marco in Calabria.

Il quinto fu Francesco Liparuli Vescovo di Capri.

Il sesto, Pietro Antonio Caputo, abate di San Giovanni Maggiore in Napoli, e poi Vescovo in Larino.

Il settimo Andrea Caputo Vescovo di Lettere e Gragnano.

L’ottavo fu Alessandro Liparulo referendario in Roma, e poi Vescovo della Guardia.

Il nono Consalvo Caputo Vescovo di San Marco, e di Catanzaro.

De’ predetti Vescovi ne fa menzione Giulio Cesare Capaccio nel secondo libro dell’istoria di Napoli: cap. 13 ed Ottavio Beltrano nel foglio 130 ove tratta di Massa Lubrense.

In questo istesso Stato Ecclesiastico ha avuto la Città di Massa Lubrense molti uomini insigni, e questi sono:

Fra Valentino di Massa, primo Generale Italiano nella Religione de’ Minimi di San Francesco.

Fra Michele Mollo e fra Stefano di Martino Provinciali del predetto Ordine de’ Minimi.

Fra Ambrogio Fontana insigne poeta, il quale nell’anno 1608 stampò in versi gli Ampologi; fu Guardiano di Santa Maria la Nova in Napoli e Ministro Provinciale.

Fra Raimo Tizzano e Reginaldo d’Accietto furono Provinciali Domenicani.

D. Saverio Turbolo Monaco Certosino fu uomo insigne per lettere, ed in Napoli fu 21 anni Priore e cinque in Pavia; egli si cooperò di adornare la Chiesa di San Martino, in cui si spesero settantamila ducati, moltiplicò le rendite del Monastero, comprò molte possessioni ed aumentolle con ragionata coltura.

Il Padre Vincenzo Cangiano è stato Procuratore in Roma de' Certosini e Priore in Capri.

Arcangelo Festinese religioso Benedettino e procuratore generale di Monte Casino.

Angelo della Noce lettore di Teologia in Monte Casino.

Orazio Maldacea Vicario in Mileto e di due Vescovi di Massa, fu uomo dottissimo e nella Cappella della famiglia Maldacea collocata nel Duomo della Città di Massa vi è la seguente iscrizzione del citato Vicario.

Sacellum hoc a Santillo Catoggio Archidiacono excitatum, Horatius Maldacea. V. I. D. proto. Not. Apost. Refecit, exornavit, familioeque, addixit Auctoris memor, gratus in suos.

Ignazio di Maria fu gran filosofo e Teologo, Vicario del Monistero della Cava e di quello di Gaeta, Priore di Monte Casino, ed Abate di detto Ordine.

Alfonzo di Martino domenicano, uomo dottissimo, insigne Predicatore e noto in tutta l’Italia.

Vincenzo di Mari Agostiniano insigne oratore.

Il Padre Vincenzo Maggio Gesuita fu uomo insigne, amato e stimato da tutti; Capaccio di lui ne fa menzione nel libro intitolato il Fuorestiere nella giornata decima, ed Ottavio Beltrano anche ne parla. Il Maggio ebbe gran parte alla fondazione della Trinità Maggiore in Napoli, che è la Chiesa più bella che sia nel Regno di Napoli.

Nella Compagnia di Gesù vi sono stati moltissimi Religiosi nativi di Massa, e tra questi vi fu Vincenzo Marino, Antonio Persico, Antonio Perrella, Antonio Fiorentino, Aniello Scoppa, Marino Simeoni; questi Padri tutti si distinsero per morale e talenti.

Il Padre Costantino Pulcarelli, e suo fratello D. Paolo Sacerdote, nativi di Massa, e segnatamente del Casale di Monticchio, ove esiste una Cappella gentilizia nella Parrocchia di questa famiglia estinta.

D. Paolo cantò meritatamente di Massa

Majores Massam dixerunt nomine; namque

Affluit omnigera commoditate solum

Cunctorum hic etiam collecta est Massa bonorum

Ut merito hic Massae nomen habere putes.

Fece e publicò varie e belle poesie latine che tralasciamo per parlare di Costantino il quale nell’anno 1569 entrò giovinetto nella compagnia di Gesù. Il suo gracile temperamento fu cagione che sebbene avesse molto profittato nelle scienze astratte, gli si permise in seguito di abbandonarle e di sollevarsi con le belle lettere e con la poesia. Egli era molto versato nella lingua latina e greca, per cui riuscì uno degli eccellenti poeti latini del suo tempo. Morì in Napoli a’ 13 Gennaio 1610 in età di 41 anno. Dopo la sua morte furono raccolte tutte le sue poesie ed impresse col titolo: Carminum lib. V. quibus accessit Dialogus de vitiis senectutis et iliadis Homericae lib. II. Heroico carmine latine rediti. Furono ristampate in Firenze ed in Bologna, ed ancora inserite nel Parnaso Poetico della Compagnia di Gesù.

Furono dottissimi Teologi Paolo Caccaviello, Onofrio Scoppa, Gio-Battista di Pastena, Francesco de Mari.

Massa ha avuto dottissimi legali, e tra questi Mario Palma, Leonardo Liparulo, Giulio de Turri, il quale fu anche del Collegio de’ Dottori, Andrea de’ Mari, Orazio Scoppa, Ascanio e Carlo de Marino, Domenico, Leonardo, e Giulio Cesare Maggio, Domenico d’Amitrano e Francesco d’Orso.

Persico asserisce che il numero de’ legali sortiti da Massa ascendeva a più di cento, e nei nostri tempi si distinse ne’ Tribunali Giuseppe Cerulli, uomo dotto ed erudito; son pochi anni che è trapassato anche Francesco Bozzaotra uomo onestissimo e dotto legale, egli fu Giudice supplente in Massa ed esercitò questa carica con zelo ed onestà.

Nelle Scienze astratte si distinse Aniello Turbolo, gran Matematico, del quale scrive il Capaccio. Aniello Turbolo di Massa Lubrense fu un matematico insigne.

Nella medicina si distinse Marco Cangiano, il quale esercitò la Professione in Napoli con sommo decoro e stima universale, e Capaccio ne fa lodevole menzione.

Oltre di Cangiano vi sono stati altri dottissimi Medici, e furono Bartolomeo Persico, Francesco Antonio Amitrano, Cesare di Martino questi illustri Professori hanno esercitato la professione nella Capitale: Geronimo Cangiano ed Andrea Fontana furono dotti Medici ed esercitarono la professione nella loro Patria. Ha avuto questo paese due illustri Chirurgi denominati Giovanni Andrea e Pietro di Martino, e nel passato secolo è fiorito in Napoli un dottissimo uomo nativo del Casale di Torca, denominato Vincenzo de Simone e noto generalmente sotto il nome di Zerobabel. Egli era Professore di medicina, ma si distinse generalmente per le sue profonde cognizioni in varii rami di letteratura; era versatissimo nella lingua greca e latina; egli era eziandio un buon poeta ed abbiamo di lui varie composizioni stampate in italiano, latino e greco, tutte in lode della Santissima Vergine; compose ancora un completo trattato di Materia Medica scritto in versi esametri e pentametri; i versi erano felici e belli, per cui acquistò il titolo di Virgilio di Massa Lubrense. Un inglese versatissimo nella lingua del Lazio si comprò a caro prezzo questo manoscritto per stamparlo in Londra.

Vi sono stati de’ Magistrati: Giovanni Vincenzo Cangiano fu prima avvocato e poi Consigliere, e Cesare suo fratello fu Presidente del Colleggio de’ dottori.

Ottavio Beltrano trattando di Massa Lubrense numera tra i titolati: li Caputi, i Turboli, i Martini, i Vespoli ed altri.

Hanno alcuni Massesi tenuti banchi publici in Napoli, prima che si istituissero quelli che vi sono, e questi furono Berardino Turbolo e suo fratello Prospero, Giovanni Alfonzo Liparulo, Mario de Mari e Caputo. Capaccio nel libro intitolato il Forestiere, dice nella giornata decima, che alcuni Massesi hanno contratto matrimonii con nobili di Sedile.

I cittadini di Massa sono stati celebri anche nell’arte militare.

Il Re Roberto nell’anno 1333 a’ 9 di Gennajo da’ un onorata patente a Tesselino Fontana, nella quale asserisce di conferirgli la Cappella Reale di San Pietro ad Curtim in Salerno si per i suoi meriti che per quelli di suo fratello Federico il quale, come uffiziale superiore, aveva prestato nella milizia grandi servizii allo stato, in unione de’ suoi paesani che erano Giacomo Persico, Giuseppe Fontana, Giacomo Liparulo, Giovanni Caputo, Pietro Monforte ed altri da esso dipendenti. La Badia fu rinunciata da Tesselino allorché fu creato Vescovo di Vico.

Nel secolo decimo quinto vi sono stati nell’esercito di Carlo V molti valorosi uffiziali Massesi, e tra questi si acquistò gran gloria Pietro Monforte, Bernardino Monforte poi ammirato per il suo coraggio; Cesare Cacace Capitano il quale militò per 47 anni e si ritrovò in molte guerre; Tommaso Fontana fu un gran guerriero e Giuseppe suo fratello fu Capitano valoroso e si distinse nel Portogallo sotto a Filippo secondo e morì nella battaglia navale di D. Giovanni d’Austria contro i Turchi e fu celebre per i suoi talenti militari e per valore. In Sant’Agata anni sono è trapassato il Tenente Colonnello Scoppa, il quale era valorosissimo, fece la guerra in Spagna per molti anni, ove riportò moltissime ferite, e per il suo coraggio e cognizioni militari fu decorato di varii ordini.

Capaccio asserisce che i Massesi si sono sempre distinti nella milizia: lib: II Cap: XIII. Massa Lubrense ha avuto ancora de’ cittadini pii e virtuosi: Capaccio nella giornata decima asserisce che alcuni cittadini hanno fondate Chiese: cioè i Bozzaotra, che edificarono la Chiesa della Santissima Trinità in Napoli, de’ frati minori riformati di San Francesco d’Assisi.

I Turboli edificarono in Napoli la Chiesa di Santa Caterina da Siena.

Nardo Palma diede principio al Monte della Pietà in Napoli: si riscontri Capaccio.

I cittadini di Massa hanno fondato un Monte per i maritaggi delle figlie povere di questo paese, e due secoli sono aveva più di cento mila ducati di capitale; oltre degli altri monti delle famiglie particolari come quello de’ Pisani, Cangiano, Pasteni, Maggi, Mari, Caccaviello, Severino, Festinese, Maldacea e Salvatore di Pastini nel suo monte lasciò rendite addette per vitto e libri da somministrarsi a’ giovani che studiavano di sua famiglia, e ducati cento per la laurea; dippiù lasciò in Massa quattro scuole gratis delle quali una di umanità con lo stipendio di 80 ducati annui e tre nelle quali si insegnava a leggere, scrivere e la Dottrina Cristiana con lo stipendio di ducati venticinque annui per ciascuna.

Di queste scuole ora ne esistono due: una in Sant’Agata, l’altra nella Città in cui si insegna a leggere e scrivere.

La città di Massa, dice Persico, ha molte famiglie le quali da 100 anni vivono nobilmente; e Beltrano nella descrizione di Massa Lubrense foglio 131 dice che alcune famiglie sono più di 500 anni, come quella de’ Liparuli, Cangiani, de Martino, Vespoli, de Fontana, de Turri, Persico, de Mari, Maggio, Pisani, Tizzani, de Maria, Scoppa, Maldacea, Perrella, Palumbi, Pulcharelli, Aveta, de Palma, Bozzaotra, Monforte, de Gennaro, Muscetta, Parascandoli, Vicedomini ed altre.

Che queste famiglie sieno vissute nobilmente si deduce dalle fondazioni di luoghi pii, di jus patronati e da monumenti che esistono.

La famiglia de’ Cangiani fondò la Chiesa di Santo Nicola nella Città di Santa Maria e la fece consacrare nel 1172 e fu poi riattata nel 1354 da Aloisio Cangiano.

Notar Giovanni Coppola di Castellamare nell’istrumento che fece della divisione di Massa e Sorrento riferisce che Giovanni Maldacea aveva in Massa in feudo la Gabella di detta Città e quella della Bagliva, concessagli dal Re, e ciò apparisce dall’istrumento fatto l’anno 1167 a’ 14 luglio per mano di Notar Andrea de Turri della Città di Massa e sotto scritto dal Giudice annuale Leone Palumbo, anche esso nativo di Massa.

Da ciò si rileva che tanto Giovanni Maldacea quanto Andrea de Turri e Leone Palumbo ne’ secoli indicati vivevano da nobili, e segnatamente Andrea de Turri giacchè si sa che in quell’epoca i Notari erano nobili, e poi questa famiglia de Turri possedeva de’ feudi fin da’ tempi di Carlo II d’Angiò nell’Abruzzo Citeriore.

Si rileva dal registro della Mensa Vescovile al foglio 3 che nell’anno 1330 Giovanni Serio Fontana ed Eleonora Edua de’ Duchi di Burgundi fondarono la Chiesa di San Giovanni Battista nel Casale di Casa, e poi fu abbellita dal Vescovo Tesselino, come dicemmo.

L’antica famiglia de’ Caputi fondò la Chiesa di Sant’Andrea Apostolo in Massa, come appare dall’istrumento fatto per mano del Notaro Pietro Parascandolo.

Lo stesso si deve dire di molte altre famiglie come de' Tizzani e de’ Persici; de’ quali uno di questa famiglia Persico fondò la Chiesa vecchia di Santa Maria della Misericordia.

Giovanna II dichiarò nobile la famiglia Massese di Martino, a cui apparteneva il suo segretario.

La famiglia Vinaccia è fra le nobili di Massa; essa era nobile Amalfitana anche nel secolo XV ed ivi fu onorata di cospicue cariche come di Eletti, Sindaci, Giudici, ec. e contrasse parentele colle nobili famiglie Proto, Crisconio, Pagliaminuta, Ancora, Casabona ec.; anzi si ha dalla scheda di N. Silverio Venartia Amalfitano alla pag. 68 che nel 1567 uno di detta famiglia sostenne in Amalfi la carica di Luogotenente e Governatore. In seguito acquistarono dei beni in Massa dove furono sempre tenuti per nobili, come rapporta Persico. Questa famiglia ha avuto in Massa una cappella gentilizia sotto il titolo dell’Immacolata, ed un territorio alla Rolella che, unito ad altri beni, alienarono stabilendosi in Napoli fin da più generazioni dove han contratto parentele con nobili famiglie. Vi fu D. Vincenzo Vinaccia Dottor Teologo il quale fè stampare un libro in lode della B. V..

Filippo IV a’ 4 di luglio 1633 concesse a Marco Antonio Maldacea un privilegio col quale lo riceveva fra i suoi familiari delle Corte e gli concesse ancora varie esenzioni.

Non è mancato questo paese di uomini morti in concetto di santità.

Leonardo de Turri Canonico del Vescovado di Massa fu 22 anni Vicario di due Vescovi e Parroco della Cattedrale: esso esercitò tali cariche con gran zelo e carità, e segnatamente si distinse per il grandissimo amore e carità che aveva con i poveri; egli trapassò lasciando gran desiderio di sé, ed in concetto di Santo.

Giovanni Battista Simeoni Massese dell’Ordine de’ Predicatori fu moltissimi anni Maestro de’ Novizii nel Monistero della Sanità in Napoli ed ivi morì lasciando di sé il nome di Santo.

Mattia Spano prete nella Congregazione del Padre Paone in Napoli, ove dimorò molti anni; poscia si portò in Nocera de’ Pagani, ove con le sue esortazioni e con la carità e santità della sua vita giunse ad istituire una Congregazione di Preti i quali vivevano in comunità ed attendevano agli esercizii spirituali; esso riformò tutta quella Città ed ivi morì in concetto di Santo a’ 12 Gennajo del 1632.

Nella fine del passato secolo è morto in Torca un Sacerdote nativo di quel Casale, denominato Tommaso de Simone, il quale fu Parroco di quella Parrocchia, uomo dotto e molto versato nella lingua latina; era Maestro de’ Clerici in tutti i studii che convengono allo stato ecclesiastico, ma le virtù che veramente lo distinsero furono la sua pietà, la carità ed umiltà che usò con tutti e segnatamente con i suoi figliani.

Son pochi anni che è trapassato Luigi Cacace Canonico Teologo di Massa uomo dottissimo, e versato molto nella lingua latina, fu gran Oratore sacro, e uomo di esimia morale.

 

C A P.  VI

Disgrazie di Massa

 

Fin ora parlando di Massa Lubrense abbiamo esposto un quadro del suo stato fisico; indi abbiamo fatto conoscere quali furono i primi abitanti di questa amena contrada; la loro maniera di vivere, la loro religione, i loro monumenti; poscia abbiamo fatto parola del cambiamento della loro antichissima idolatria con la Religione Cristiana, i beni che in essi ridondarono ne’ costumi, nelle leggi, nella loro civilizzazione, i progressi che fecero e gli uomini illustri che da questa società di Cristiani ne sortirono.

Ma per dar termine a questa istoria di Massa fa d’uopo parlare delle disgrazie che l’una dopo l’altra son piombate su di essa per cui ha perduto il suo antico lustro e le sue ricchezze, essa è stata abbandonata da’ suoi migliori cittadini, né può più produrre quei bei frutti de’ secoli passati.

Il principio delle disgrazie cominciò allora quando i pirati intrapresero a percorrere il Mediterraneo, giacché a quell’epoca ricevé il commercio un grandissimo detrimento, ed i Massesi furono costretti di fabbricarsi le torri che ora si vedono ancora in ogni Casale; che anzi delle famiglie comode ne eressero delle particolari, per sicurezza di sé stessi e de’ loro amici: tanto era lo spavento che i Saraceni avevano arrecato in questi due Regni! Posto ciò, si deve paragonare lo stato opulento di quell’epoca con lo stato presente; mentre allora ogni casale, con le sovvenzioni di tutti quei che lo componevano, poterono erigere torri e poterono eziandio fabbricare quelle grandi e belle Chiese Parrocchiali, allorché furono i Casali costituiti Parrocchie; nel mentre che ora non si potrebbe da essi fabbricare neppure una Cappella: tanto è diverso lo stato presente di questo paese dall'antico! Ed a scanzo di equivoco diciamo qui che le Torri, dette di guardia, che si vedono d’intorno al littorale di Massa, queste furono fatte dopo l’invasione de’ Turchi, a spese del Governo allora Viceregnale: esse avevano pochi vecchi soldati che dovevano nella comparsa de’ nemici avvisare i Massesi con fare fuoco di notte e fumo di giorno.

I Massesi non contenti di aversi erette le Torri, le quali formavano una ritirata pronta che i cittadini di ciascun Casale potevano avere in caso di uno sbarco di Turchi su la costa, essi si fabbricarono quella bella Città di Santa Maria, la quale era sicurissima, mentre all’epoca non vi era ancora il cannone.

Ma per fatale disgrazia di questa Città si risvegliò una guerra tra Ferdinando I d’Aragona Re di Napoli e Giovanni d’Angiò francese nell’anno 1459; allora Castellamare, Vico e Massa si ribellarono contro il loro legittimo Sovrano e si diedero in mano de’ Francesi.

Questa guerra durò quasi due anni, ma nella fine il Re di Napoli cominciò a ricuperare le Città e le terre del Regno ribellate, di cui avevano preso possesso gli Angioini.

Ma la Città di Massa non volle sottomettersi al suo legittimo Sovrano, fidandosi al suo Castello che era molto forte e difficile da espugnarsi per la sua altezza; difatti sostenne l’assedio per lo spazio di due anni e si arrese solo perché gli mancò l’acqua e le provvisioni da bocca.

Pontano dice che il re Ferrante nella fine dell’anno 1464 aveva già ricuperato tutto il Regno e nello spazio di circa cinque anni, mentre girava per le Provincie onde organizzarle, lasciò la Regina Isabella sua moglie alla testa del Governo, perché era una donna molto savia, prudente, benigna e liberale, questa Regina a’ 20 di Settembre del 1465 emanò un indulto generale a tutti i cittadini di Massa e gli concesse ancora alcune grazie. Ma poi essendo ritornato il Re vittorioso, per tema che la piccola e forte Città di Massa Lubrense in altra circostanza non si fosse di nuovo ribellata, fece intimare a tutti i cittadini di sortire dalla Città con tutti i loro effetti e senza replica: né valsero sottomissioni e preghiere, tutti indistintamente furono costretti di abbandonare piangendo i patrii lari e cercare ricovero altrove.

Il Vescovo trasportò gli arredi sacri nella Chiesa della Lobra, ove fissò la sua dimora; il Governatore occupò l’antico palazzo della Regina Giovanna a Quarazzano; ed il resto de’ cittadini si dispersero per i Casali, ma i più ricchi abbandonarono per sempre la loro infelice patria e questa fu una rovina incalcolabile per Massa; mentre perdé in un punto i proprietarii delle terre, il commercio, e si vide sempre più esposta ad un invasione per parte del mare.

Abbandonata la Città di Santa Maria, questa fu intieramente demolita e ciò avvenne non senza pianto di tutta questa costiera: i Casali allora si ingrandirono dippiù.

Ma non fu contento il re Ferrante di demolire la Città, ma per castigare i Vicajuoli e Massesi, e per tenerli anche più in freno, donò questi due paesi a Giovanni Sangez Consigliere Regio, col titolo di Barone; e come che si dovevano fissare i nuovi confini di questo feudo tra Massa e Sorrento, fu ordinato a Raniero d’Apruzzo di Castellamare di condursi in Massa Lubrense e dividere i confini secondo il piano ricevuto; ciò fu eseguito ed è questo l’introduzione dell’atto Invenimus primo Civitatem Massae dirutam, et ad Terram prostratam cum fortilitis, seu Castello ad Terram prostrato. ecc.

Ma questo Barone non ne prese mai possesso, né mai Massa Lubrense è stata soggetta a Barone.

Nell’anno poi 1518, avendo il Generale Lotrech prese molte Città del Regno, in cui vi mandava de’ Governatori, i Massesi prevedendo ciò che gli poteva avvenire, fecero sapere al Governo, per mezzo del Sindaco, il quale in quell’anno era uno della famiglia Liparulo, ed il primo Eletto della famiglia Accietto, che Massa non avendo più una Città fortificata era obbligata a ricevere chiunque il quale con forza si presentava.

Questa protesta si conserva ne’ protocolli del Notaro Antonio de’ Turri, ed a questa antica famiglia siamo ancora tenuti di averci conservata una storia dettagliata della terribile invasione de’ Turchi, come anderemo a dire.

L’uomo spesso è presago di quello che deve avvenire: difatti i Massesi da tanti anni temevano di essere invasi da’ Turchi, e finalmente poi sotto al Governo Viceregnale si verificò e noi non possiamo meglio descriverlo che con rapportare quello che ne lasciò notato il Notaro Cesare de Turri, il quale fu testimonio oculare di questa tragedia.

Egli dice che nell’anno 1558 nel far del giorno venne l’armata Turca contra la Città di Massa e Sorrento con cento e più galere e saccheggiò questa Città al segno che non vi lasciarono cosa alcuna: si presero l’oro, l’argento, le gioje e le stoffe ricche; sturarono le botti del vino, ruppero i ziri dell’Olio e fecero tutto il male che era in loro potere.

Furono prese le Torri ancora, a riserba di tre dentro delle quali si salvarono moltissimi individui.

Scrive lo stesso Notaro che esso, come a tutti gli altri, fu saccheggiato e gli fu levato tutto, gli fu presa la moglie con tre figli maschi e tre femmine e solo si salvò lui con un piccolo figlio denominato Antonino. Fu grandissima la strage e le crudeltà che i Turchi usarono con questi disgraziati Massesi e Sorrentini giacché oltre de’ schiavi che fecero in numero di quattro mila tra Massa e Sorrento, uccisero ancora molti uomini e donne e segnatamente i vecchi, ed a questo Notaro uccisero la Madre ed il suocero; né solo usarono crudeltà contro degli uomini, ma contro ancora degli animali, mentre ammazzarono tutte le vacche che incontrarono, i cani, i muli, i majali ec. e da questo terribile eccidio si contaminò l’atmosfera purissima di Massa in modo che per molto tempo non si poteva respirare; dice ancora de Turri che le case non si potevano più abitare perché i barbari ruppero e fracassarono tutte le porte e finestre.

Cesare Molignano ragionando di Sorrento dice che Pialì Pascià con 120 galere a’ 13 di giugno avanti alla Capitale saccheggiò Massa e Sorrento e ne portò via in Costantinopoli due mila Sorrentini; né in Sorrento rimase casa che non fosse spogliata e distrutta.

Lo stesso asserisce Cornelio Vitigliano nella cronica del Regno di Napoli nel cap. V ed aggiunge che fra i presi in Sorrento vi fu un gran numero di Monache.

Il Signore de Turri ci fa ancora sapere che l’armata turca avvicinandosi di notte sulla marina del Cantone, senza esser veduta, gli fu facile sbarcare due mila uomini bene armati, con ordine che se incontravano resistenza se ne ritornassero nelle galere e per questo fine lasciarono nella marina di Nerano o Cantone molte galere ed il resto della flotta attraversando lo stretto di Capri venne alla marina di Massa e Sorrento.

Gli abitanti nel vedersi assaliti fuggirono verso le colline credendo che solo dalla marina del Golfo di Napoli fussero venuti i turchi, ignorando quello che già era accaduto a Nerano; e così rimasero ingannati perché i due mila sbarcati in Nerano non avendo ritrovata resistenza si erano inoltrati su le colline di Termini e si diressero verso Sant’Agata e Torca, mentre quei che erano discesi in Massa si avanzavano verso il centro del paese; altronde i Massesi vedevano l’armata turca che aveva invaso anche Sorrento, per cui si ritrovarono chiusi da ogni parte; pur non ostante molta gente si sarebbe salvata, la quale per diverse vie era giunta alla pezza della vela, collina al di sopra di Sant’Agata, e da tal luogo essi potevano facilmente prendere Vico, ma per colmo di disgrazie sorse tra loro una voce che i turchi avendo fatto uno sbarco a Vico da quella parte gli venivano all’incontro, per cui presi da novello spavento ritornarono indietro; ed ecco che anche questi si imbatterono con i barbari i quali avevano invasi i Casali di Torca e Sant’Agata e trascinavano seco loro tutti i Schiavi, o sieno i miseri Massesi, di unito al bottino; e così tutta l’intiera popolazione di Massa venne nelle mani de’ Turchi e solo si salvarono quei che ebbero più astuzia, che per altro non furono pochi, e si nascosero in mezzo alla campagna e tra le macchie delle colline; mentre questa era una scorreria, né i Turchi potevano molto restare nella Penisola, ed in quella circostanza unirsi molta gente e correre le strade battute era pessimo consiglio.

I Turchi dopo di avere devastata Massa e Sorrento partirono portando quattro mila e più infelici in Costantinopoli lasciando tante famiglie desolate e tutti privi di quello che avevano di migliore; partiti, D. Matteo Pisani Canonico di San Giovanni Maggiore si portò in Massa ed andò per tutti i Casali notando i nomi e cognomi di quelli che erano stati fatti schiavi e ritrovò che ascendevano a 1493 oltre di moltissimi di cui non se n’ebbe più notizia.

Di quelli portati in Costantinopoli, dopo lungo tempo se n’ebbe notizie e si seppe ancora che una buona parte era morta in viaggio per i pessimi trattamenti ricevuti.

Il Segni parla della spedizione Turca che da Costantinopoli venne in Marsiglia in soccorso di Francesco I comandata dal famoso Barbarossa; questa armata navale, egli dice, nel ritirarsi fece varii sbarchi su le marine di questo Regno ed allora furono rovinate le isole di Ischia e Procida, e che da Ischia ne menarono schiavi da due mila persone ed in tutto ascesero i prigionieri a dodici mila; soggiunse lo stesso Storico, che di questi una gran parte morirono soffocati nel fondo delle galere, che anzi arrivò a tanto la barbarie e crudeltà de’ turchi che gittarono in mare i morti e i moribondi; da questo fatto il lettore può considerare come dovettero essere trattati quei poveri Massesi e Sorrentini; e se la Provvidenza non avesse a quell’epoca salvata Malta dalle mani di Solimano oh! Quanto più grandi sarebbero stati i nostri mali! Il riscatto de’ loro parenti fu un altra rovina per Massa e Sorrento.

Tutte le torri costruite con tanta cura, in quella circostanza non valsero nulla, che anzi fu maggior rovina, perché essendo stati assaliti all’impensata, i Massesi fuggirono in queste Torri senza armi e spaventati, per cui costò poco a’ Turchi il gittare in terra le porte: solo tre non furono prese e tra queste una fu quella del signore D. Nicola de Turri in cui vi si era chiuso il suo fratello con tutti i suoi figli e tutta quella gente che potette guadagnarla; intanto un turco, che giunse sotto alla torre prima degli altri, salì sopra di una quercia per poter tirare un colpo di fucile a quei di dentro, ma un Massese dalla torre fu più sollecito di lui nel tirargli una fucilata, per cui cadde morto; al colpo giunsero molti Turchi e vedendo il loro compagno morto se ne fuggirono.

Da questo fatto si conosce bene che se i Massesi e Sorrentini avessero opposto una lieve resistenza a’ Turchi, questi si sarebbero subito imbarcati ed andati via.

Intanto avendo veduto i Massesi che solo in quelle Torri si erano salvate da circa seicento persone cominciarono ad erigere Torri in ogni luogo, di modo che quasi ogni casa aveva la sua Torre. Ed il Governo in quell’epoca ne fabbricò dieci lungo l’estesa costa di Massa.

Ma le disgrazie non sono finite: altre ve ne restano niente inferiori alle precedenti.

Nel 1656 Massa Lubrense soffrì una fiera peste, e fu tale che in breve tempo morirono due mila cittadini, in guisa che prima della peste il numero de’ Cittadini ascendeva ad otto mila e dopo di tal flagello non ha potuto più giungere a tale cifra, e tra i danni che questo malore produsse vi fu quello de’ libri parrocchiali i quali in molte case ove erano conservati furono bruciati alla rinfusa con tutti gli altri mobili. Questi libri in cui allora in essi solamente era registrato lo stato civile di ognuno, corsero grandi disgrazie; giacché prima i Turchi ne distrussero molti e poi la peste compì l’opera; gli uomini vedendosi la falce mortale ruotare sul Capo ognuno pensava alla propria salvezza, nulla curando l’avvenire, per cui ove moriva un appestato bruciavano tutto quello che era soggetto a contagio. Ed oh! Quanti danni son derivati alle famiglie dalla perdita di questi libri!

La soppressione del Collegio de’ Gesuiti in Massa apportò nello stato civile e morale di quella popolazione danni incalcolabili; Massa è priva di un Seminario, per cui questi Padri erano ivi gli istruttori generali della gioventù.

Finalmente nel 1836 Massa Lubrense soffrì ancora essa il Colera Asiatico, come accennammo e perdé circa 200 individui, perdita non indifferente per quella popolazione.

 

FINE