PARTE II

 

Storia Antica

 

CAP. I

 

Il tempo adombrato sotto il nome di Saturno, padre di ogni utile ritrovato, di ogni disciplina, di ogni arte, di ogni scienza ed in una parola di tutte le verità; Saturno divorava spietatamente i proprii figli.

Ed invano l’industria umana la pietosa Rea vuol sottrarre al suo furore le invenzioni che andava mano mano dando alla luce, invano tentò di difenderle con i marmorei monumenti, perché il vorace Saturno divorava ancora i sassi.

Fu il torchio di Guttemberg che spezzò la falce del tempo; fu l’invenzione della stampa che rese immortale la civiltà su la terra.

Da ciò si comprende bene che noi nel parlare della Storia antica di questa contrada, cioè de’ primi uomini che ne presero possesso abbiamo contro di noi il tempo a cui non possiamo assegnare un epoca determinata da cui partire e con ordine cronologico poscia descrivere le avventure che han dovuto succedere a’ primi abitanti di questa penisola per tanti secoli.

Noi adunque dobbiamo camminare all’oscuro e ci dobbiamo approfittare di alcuni barlumi che somministra la storia antica de’ popoli, non che di alcuni monumenti ancora in parte esistenti.

Ed in prima dobbiamo dire che l’antico nome di questa contrada non era certamente quella di Massa, ma bensì di Promontorio di Minerva.

Quelli che gli diedero tal nome furono Fenicii, i quali si stabilirono nella Punta della Campanella, sito così denominato, ma un tempo tutto veniva compreso sotto la denominazione di Promontorio Minervino.

Questo sito che ora è alpestre, al segno che sembra un dirupo, fa d’uopo con ragione credere che ne’ vetusti tempi era un sito piano, spazioso e allegro: il tempo tutto cambia e rinnova e l’uomo perché vive molto poco non si avvede di queste lente mutazioni; vi è ancora ragione da credere che in quei tempi che in Massa giunsero i primi uomini a prenderne possesso quel sito della Campanella come il più distante da’ volcani, che forse erano da poco estinti, era libero da cenere, lapilli e scorie volcaniche.

I Fenicii adunque furono i primi abitatori di questa Penisola: essi si stabilirono nel suddetto sito e vi fondarono un Tempio famoso dedicato a Minerva ad una grande abitazione detta Ateneo per un accademia ove accorrevano letterati e poeti, e serviva di istruzione a tutte le popolazioni vicine giacché pare che nella medesima epoca in Sorrento esisteva una forte colonia greca, e forse tutto il restante del Cratere di Napoli era stato già occupato da colonie estere, come lo fu tutta l’intiera Italia, giacché gli Etruschi ci vennero dalla Germania ed occuparono l’alta Italia; i Fenici ed i Greci l’Italia meridionale.

Il culto della dea nel Promontorio di Minerva si rese generale in tutto il Mondo noto di quei remotissimi tempi, e poi sappiamo dalla Storia antica che gli Egiziani, i Fenicii o Tiri ed i Greci, passando per lo stretto di Capri, alla vista del Tempio di Minerva facevano libazioni col vino puro in onore della dea.

Ed in tutto il lungo corso dell’Impero Romano questo Tempio fu sempre in grande venerazione.

Noi siamo portati a credere col Conte Milano che i primi abitanti di questa Contrada fussero stati Fenicii e non Greci, come si potrebbe credere, e le ragioni sono le seguenti.

Si crede generalmente che, dopo la guerra di Troja, Ulisse si portò in queste coste ed edificò tale Tempio di Minerva e Sorrento: l’idea è stata presa da alcuni antichi scrittori che adottata l’avevano.

Intanto Omero cantore delle vicende di Ulisse narra che questo si fece ligare all’albero della nave allorché si avvicinò all’isola delle Sirene, ora detti i Galli, memore degli avvertimenti di Circe, e che dopo diresse il suo cammino verso le isole volcaniche, Ischia e Procida, escludendo così Omero qualunque dimora del suo Eroe nella Penisola Sorrentina.

Pare dunque che remotissima fondazione ebbe il castello del Promontorio di Minerva e fu fondazione Fenicia.

Aristotele, Strabone, Plinio asseriscono essere stato tal Promontorio sacro alle Sirene, e Dioniso Petriagete lo chiama Petrasirenia, e difatti il sito era opportuno per gente fenicia, uomini a corseggiare inclinati.

Due golfi laterali, lido aspro, cale nascoste, isolette vicine, tutto si offriva all’uopo.

Nella favola di Ulisse il pericolo si simboleggiava delle navi che passavano per le acque di quella colonia, e la seduzione delle Sirene a’ pregi del Cratere o al canto de’ poeti nell’Ateneo si deve rapportare.

Vennero in appresso i Greci ed il culto della Luna che questi adoravano divenne culto di Minerva Tirrena, Minerva di Tiro, cioè Minerva Fenicia.

Negli inni di Orfeo alla Luna se gli dà il titolo di Onnipossente, che è di Minerva attribuito; né vi ha dubbio che la Minerva dei Greci era la Luna.

Questi stessi Fenicii fabbricarono un altro piccolo Tempio a Fontanella, cioè nella marina di Massa e lo dedicarono a Ecate.

Da’ Fenicii primi abitatori di questa contrada, passiamo a’ Greci i quali vennero secoli dopo a fissarci la loro dimora.

E come che questi ritrovarono il suolo già reso coltivabile, le lave volcaniche decomposte, sorta orgogliosa la vegetazione bella, amena e comoda la situazione, l’elessero per loro stabile dimora.

Questa seconda Colonia, la quale aveva il centro di Massa ed in conseguenza possedeva terre più fertili della prima, ed un mare ricco di pesci, ad imitazione de’ Fenicii fabbricò ancora essa il suo Tempio, ma con più magnificenza di quello di Minerva.

Questo tempio fu quello di Apollo, di cui ancora vi son rimaste alcune colonne di marmo alzate; esso era in Crapolla, nome che ha preso quel sito da Apollo; questo tempio era magnifico, sostenuta la volta da grandiose colonne di marmo formando due ordini ed avendo il pavimento a mosaico. Quando parleremo della Storia moderna ce ne dobbiamo di nuovo occupare.

Ma questi Tempii erano sempre fabbricati in siti eminenti, onde si potessero vedere da distante; e ne’ paesi marittimi venivano fondati o in vicinanza del mare o alla vista di esso; e questa fu la ragione che in Massa uno fu fabbricato alla Campanella l’altro a Crapolla, affinché i bastimenti li potessero vedere e così avere i marinari l’opportunità di fare libazioni col vino, e spesso ancora approdavano a terra ed offrivano de’ sagrificii; ciò che arrecava dell’utile a’ sacerdoti e promuoveva il commercio e la civilizzazione.

In seguito noi faremo conoscere il sito ove questi greci avevano il loro cimitero, ma ora fa d’uopo conoscere il luogo della loro residenza: ma questo è oscurissimo, perché né la tradizione, né la storia hanno mai fatto parola di questo; però si può congetturare con qualche probabilità che questa prima Città greca esistesse nel territorio di Sant’Agata nel sito denominato ora la Pigna, contrada prossima al Tempio d’Apollo, da cui, calando dolcemente nel prossimo Vallone che resta all’oriente della Pigna, si poteva tirare una comoda strada che direttamente conduceva a quel Tempio e così si evitava la discesa del Monte; e poi è ragionevole il credere che forse quel vallone formato dal corso delle acque allora non esisteva e che con una via comoda e breve i greci si portavano al loro Tempio.

Per testimonianza di tutti gli abitanti di Sant’Agata, si sa che in quel sito in tutti i tempi si son dissotterrate antiche e grandiose fabbriche, si son rinvenuti aquedotti, tubi di metallo ec.

La sua situazione anche è migliore di Sant’Agata, perché riparata da’ venti del Nord, esposta a mezzo giorno e meno umida.

Molti sono stati i Scrittori che di questo Tempio hanno fatto parola e tra questi Strabone dice: Ex parte vero promontorii quae est Syrenum versus Templum quoddam monstratur et donaria vetusta eorum, qui vicinum locum veneratur. Non dice, è vero, a qual Nume era dedicato il Tempio, ma si comprende bene che lo era ad Apollo, avendo prima detto che il monte che l’era al di sopra dedicato era ad Apollo.

Per la località di questo Tempio militano le stesse difficoltà di quello di Minerva: mentre alla Campanella i secoli hanno tutto fatto cadere nel mare, né più ivi si ravvisa vestigio dell’antico Tempio, né delle fabbriche annesse; qui in Crapolla esiste, è vero, gran parte del Tempio, ma la località ha sofferto maggiori cambiamenti e difatti questo grandioso Tempio non poteva essere fabbricato sull’orlo di un dirupo perpendicolare al mare, come ora si ravvisa, ciò non è secondo la retta ragione ed in conseguenza è forza credere che fu costruito su di un piano spazioso e comodo e che le due marine che gli sono laterali, una cioè di Crapolla e l’altra di Recommone, dovevano allora formare due comodi porti per bastimenti sottili e piccoli come sono stati quegli degli antichi navigatori. Bisogna credere che quel piano ove fu fabbricato questo Tempio sporgesse molto a mezzo giorno, ed allora si comprende volentieri che le due marine formavano due comodi porti.

Ed in comprova di quello che asseriamo fa d’uopo riflettere che nella parte occidentale del detto Tempio vi è la bella isoletta dell’Ischia, la quale è prossima al continente e tutta piana; e subito dopo di questa esiste uno scoglio in forma di alta piramide che si innalza dal mare, separato dalla terra, e nel suo ristretto apice si ravvisano antiche fabbriche: ora è impossibile che gli uomini avessero concepito mai l’idea di fabbricare in quel sito: dunque bisogna credere che tanto l’isoletta quanto lo scoglio piramidale un tempo formavano parte del Continente; ma che poi essendosi rotte delle caverne che erano nell’interno siensi abbassati notabilmente e staccati dal Continente; ed avendo il mare ingojato buona parte di quella pianura, Crapolla e Recommone, che un tempo formavano due porti, sono rimaste queste marine esposte a’ venti ed a’ mari e segnatamente di scirocco e mezzo giorno.

I greci dunque ebbero tutta la ragione di fondare ivi questo famoso Tempio di Apollo per essere in mezzo a due comodi porti e richiamare ivi il concorso di ogni Nazione.

Ed i Fenicii, o Tiri, dovettero molto frequentarlo perché essi avevano in quell’epoca esteso la loro dominazione nell’Africa, ove avevano per Capitale Cartagine; ma poi avevano Colonie in moltissime isole del Mediterraneo e segnatamente in Sicilia, per cui si stabilirono ancora in Massa, nella Campanella, ad oggetto di avere un porto in questa contrada.

Dopo di aver parlato de’ primi abitatori di Massa Lubrense, e de’ Tempii che essi eressero nel Promontorio di Minerva, è prezzo dell’opera che ci occupiamo adesso de’ monumenti che ci han lasciati i quali si van scovrendo da tempo in tempo in questa contrada.

Persico asserisce che in varii tempi su le vicinanze del tempio di Minerva si son ritrovate medaglie di bronzo, di argento ed oro, vasi artificiosamente fabbricati e varii marmi: il nostro Gargiulli, nativo di Vico Equenze, uomo dotto ed erudito, nel suo Poema delle Sirene, nelle note annesse al Poema dice che se si istituissero dei scavi sul declivio meridionale del Monte di San Costanzo si ritroverebbero oggetti antichissimi perché quel sito fu il bosco sacro di Minerva.

Son circa trenta anni indietro che in Acquara, e segnatamente in un podere de’ Signori Maresca, fu scoverto un antichissimo cimitero in cui si rinvennero de’ vasi antichi, ma di una creta ordinaria e quasi tutti privi di figure, la vernice era poi lucida e bella, come a tutti i vasi etruschi, o antichi greci, se ne abbandonò la ricerca, per essere tombe spettanti a povera gente.

Ma nel 1837, essendo state inibite le sepolture nelle Chiese a causa del Colera, in Massa si dovettero fare tre Campo santi essendo troppo vasto il paese e le abitazioni disperse; ora uno di questi si fece nella parte settentrionale del Deserto e precisamente da dentro del muro nella selva cedua, ma che! appena si giunse alla profondità di otto palmi che si incontrarono urne di Cemento che contenevano alcune ceneri, altre l’intiero scheletro, queste urne erano nell’esterno circondate da vasi, e ne’ piedi ciascuna aveva una scodella di rame; in talune si trovarono ornamenti di donne consistenti in smaniglie, in anelli e collane, ma tutte di bronzo.

Le urne erano ben chiuse: i scheletri che contenevano alcuni, nel venire a contatto dell’aria atmosferica, si riducevano in polvere, altri rimanevano intatti; nel aprirsi la tomba ne sortiva una puzza terribile, per cui quelli che l’aprivano erano obbligati di tirarsi molto spazio indietro, ma questo inconveniente durava pochi minuti; tra quelle che furono scoverte ve ne fu una che nel suo interno aveva una vernice lucidissima, al segno che richiamò l’attenzione de’ numerosi astanti ivi accorsi; e ritrovandosi in ogni urna ne’ piedi un vaso di rame, fu avvertito quanto più grande era questo, tanto di più inferiore qualità erano gli altri vasi che circondavano l’urna; nella testa poi, e precisamente a destra, si ritrovava un altro vaso con poca cenere ed in alcuni si ravvisavano de’ pezzetti d’osso che sembravano appartenere ad un agnello; e da questo sino a’ piedi dell’urna, sempre però alla destra, vi erano molti vasi di varie grandezze, qualità e figure; in alcune tombe si rinvennero dentro di esse de’ vasi bellissimi che contenevano vasetti artificiosamente lavorati; nel sinistro lato vi si rinvenne costantemente una scodella di rame con la bocca che riguardava la terra; ed in una tomba una lancia situata sul lato destro esterno, questa era di ferro, e si era ben conservata, della figura delle nostre bajonette, ma un poco più lunga.

Un altra meraviglia avvenne sul Deserto in quei pochi giorni che si seppellirono in quel luogo da circa cinquanta cadaveri di colerici: fu aperta un urna che conteneva uno Scheletro di un gigante che si era ben mantenuto e, misurato col passetto prima di levarlo dalla tomba, era di otto palmi ed un quarto: ora si deve considerare in vita che figura doveva fare!

Non molto distante dal luogo ove si eseguivano questi scavi, alcuni giovinotti mossi dalla curiosità fecero eseguire un altro scavo di ricerca e si imbatterono nel cimitero de’ bambini, essi ritrovarono una quantità di piccole tombe dentro cui vi era cenere e dei bellissimi vasetti.

In questa circostanza si seppe da un colono, il quale coltiva una masseria al disotto del muro del Deserto, nel sito denominato Vadabillo, che quella sua masseria è piena di queste tombe e che egli anni indietro, coltivando un campo, aveva ritrovato una quantità di tali vasi e che i piccoli li aveva gittati via, dei grandi poi ne aveva conservati più di quaranta, che poi se li comprò un forastiere per otto ducati; prezzo che gli fu offerto ed aveva questo villano creduto di aver fatto un gran negozio.

Ed ecco quali erano i simboli religiosi di questi primi abitanti di Massa: e bisogna credere che questo era il cimitero dei Greci, mentre i Fenicii si dovettero formare il loro prossimo alle abitazioni, giacché trasportare i morti dalla Campanella fin al Deserto, la distanza sarebbe stata grandissima.

La notizia di questa scoverta si diffuse ben presto, per cui il Governo vi mandò della forza, elasso tre giorni de’ scavi, onde mantenere il buon ordine e per conservare tutto quello che ivi di antico si ritrovava; più inviò il direttore de’ scavi e questi, avendo esaminati i vasi, disse che erano greci ma di un alta antichità, bellissimi e simili a quelli di Nola.

Questa scoverta porta all’evidenza che nelle vicinanze di Sant’Agata in tempi remotissimi vi fu una colonia greca e che questi greci erano molto avanti con la civilizzazione, altrimenti non avrebbero saputo costruire sì belli vasi e formare quei ornamenti di bronzo e quei vasi di rame etc. più che essi con gelosia custodivano i loro ceti, mentre in Acquara sotterravano i plebei ed i nobili nel Deserto.