PARTE I

 

Storia geologica

 

CAP. I

 

Il Sole con i benefici suoi raggi che incessantemente diffonde su la Terra la rianima e la vivifica, e senza della luce solare l’uomo non avrebbe potuto esistere, né vi sarebbe stata vegetazione, né animali; ma questa luce per il moto annuale della Terra d’intorno al Sole non in tutti i luoghi è la stessa, né la sua direzione è la medesima, per cui ne derivano climi freddissimi e tra questi de’ temperati; l’Italia fortunatamente si rattrova situata in un clima temperato e segnatamente la sua parte meridionale.

Ora Massa Lubrense possiede queste ottime prerogative: mentre essendo un triangolo Scaleno la cui base aderisce con Sorrento, si ritrova sotto al grado quarantesimo e minuti quaranta di latitudine settentrionale, e trentesimo secondo di longitudine.

E’ distante da Napoli 24 miglia per mare e 30 per terra; la sua circonferenza è di miglia sedici.

Essa intanto all’occhio dello storico si presenta sotto a tre diversi aspetti: mentre il suolo indica marche indelebili impresse dal fuoco: monumenti, che risvegliano idee di antichissimi popoli: finalmente lo stato civile in cui oggi si ritrova.

La Geologia prima di Warner e di Cuvier era Scienza, per così dire, di congetture: vero è che nel secolo XVI un Vasajo in Parigi, il quale non sapeva né il greco né il latino, ardì dire che le conchiglie fossili erano vere conchiglie deposte un tempo dal mare e che la figura di alcune pietre calcaree l’era stata impressa da queste; e sfidò tutta la scuola di Aristotile a rispondere alle sue pruove; questo fu Bernardo Palissy.

Un secolo dopo un nostro Italiano, Anton Lazzaro Moro, pruova nella sua opera che il diluvio non fu prodotto da cagioni naturali e confuta il sistema di Burnet e di Wardwart ed in tale modo prepara il terreno della sua teorica.

Nel secondo libro espone la sua dottrina; egli comincia dalle osservazioni storiche su l’isola nata nell’Arcipelago l’anno 1707 denominata Cameni che continuò a crescere fino al 1711 e giunse a dugento piedi di altezza, una lega inglese di lunghezza e circa due di circonferenza; poscia parla del Monte Nuovo nato presso Pozzuoli l’anno 1538 ed a queste osservazioni ne aggiunge non meno interessanti sul Vesuvio e sull’Etna: da siffatte osservazioni deduce quindi il suo sistema.

Cioè che tanto nell’isola nuova nell’Arcipelago, quanto sul Monte Nuovo a Pozzuoli si contengono de’ prodotti marini, come ne contengono i maggiori monti del Globo, e da questi fatti ne dedusse che quei corpi marini erano stati generati nel fondo del mare, ma che poi per mezzo di sollevamento furono trasportati a quelle altezze in cui ora si veggono.

Omero parlando del suo Eroe, Ulisse, dice che questo a vista delle isole delle Sirene diresse il suo cammino verso le isole volcaniche, cioè Ischia e Procida, e difatti queste isole sono volcaniche e piene di concrezioni marine e segnatamente in Ischia ne’ mesi estivi i naturali di quell’isola cercano delle conchiglie fossili, che ivi sono in gran quantità, e le vendono a’ forestieri che là capitano.

Ora come mai potrebbero esistere su l’apice del Monte di Santo Nicola prodotti marini se quell’isola un tempo non si fusse levata dal fondo del Mare?

Ed in conferma di tale verità noi ne abbiamo un fatto avvenuto sotto a’ nostri occhi, per dire così, pochi anni sono su le coste occidentali della Sicilia, a molte miglia distante dal lido si elevò dal fondo del Mare l’isola di Sciacca, spinta dalla forza di un volcano; questa divenne bastantemente grande e molto elevata dal livello del mare, per cui vi si saliva sopra da’ curiosi, che anche da Napoli vi accorsero; estinto poi il volcano e crollate le caverne che erano nel suo seno cadde sopra sé stessa e scomparve a poco a poco lasso pochi mesi.

Ma se la forza del volcano fusse continuata, in questo caso si sarebbe gradatamente ingrandita e divenuta un isola, come a tante altre che n’esitano di origine volcaniche, ed allora avrebbe offerti gli stessi fenomeni di cui ora si fa parola.

Intanto questa teorica de’ monti elevati dal fondo de’ mari appartiene di tutto dritto al Moro il quale la corroborò con l’autorità di Erodoto, di Plinio, di Polibio e di altri antichi scrittori i quali parlano della comparsa delle isole Thera Therasia, Delo, Hiera e Thia, sulle quali come è noto si esercitò la fantasia de’ porti in mille guise.

Elia di Beaumont scrisse un secolo dopo dell’Italiano, si approfittò di tutte le idee di Anton Lazzaro Moro, ed è divenuto nella repubblica letteraria il primo autore della Scienza Geologica ed il nome del Moro è andato in obblio.

Ora bisogna sapere che nel 1835, nel rompersi le pietre calcaree su la falda del Monte Gauro per costruire la nuova strada rotabile che da Castellammare conduce a Sorrento, si rinvennero gran quantità di pietre con l’impronta de’ pesci che sono in quel mare; e pare poi che tutta quella contrada sia stata un tempo coverta dall’acqua e segnatamente Massa, che è una stretta lingua di terra che sporge in mezzo al mare.

Ed a questo si deve aggiungere che è circondata da isolette, non che da uno stretto di mare formato da una grande Isola che sembra staccata con forza del continente.

All’occhio del Geologo poi questo suolo lubrense presenta l’idea di un generale sconvolgimento: qui non vi sono pianure, ma una generale irregolarità; là un monte che sorge dal mare, isolato e senza aderenze, qui uno stretto di mare formato da un isola, coste elevate dal mare ed aspre, colli e valli da per ogni parte.

Ma però tutto questo disordine non si deve attribuire tutto a quella forza che forse un giorno la elevò dal fondo del mare; mentre vi è stata un altra forza, il fuoco, di cui ci dobbiamo occupare. Vi è stata un epoca in cui buona parte del territorio lubrense fu coverto di cenere, lapilli e lave volcaniche.

Il detto Breislak scrivendo della Campania in generale, non che di quello che ha osservato in Sorrento e le sue adiacenze, dice nel tomo primo della sua opera pag. 35. Il piano di Sorrento, quantunque circondato di Colline calcaree, non è meno formato da sostanze volcaniche fino ad una profondità ignota e nella pag. 41, dopo di avere dato conto delle sue osservazioni dalle quali risulta che il tufo di Sorrento è originariamente lava così conchiude:

Una ricerca, egli dice, assai difficile sarebbe quella che portasse a far conoscere il Cratere da dove è sortita questa immensa lava di fuoco, mentre tutte le colline che circondano Sorrento son di pietra calcarea.

Questo dotto Geologo ha formato anche una carta Topografica intitolata: Topografia fisica della Campania, e l’oggetto fu di fissare con precisione i confini de’ tanto rinomati Campi flegrei, ciò che tra noi non si era ancora fatto.

Si vede in questa carta che gli Appennini calcarei formavano un arco le cui estremità sono il Promontorio di Gaeta ed il Promontorio di Minerva, bagnati amendue dal mare, mentre che la curvatura dell’arco se ne allontana molto, e tra quest’arco ed il mare sono situati i campi flegrei di una grande estensione che i volcani han tolto al mare.

Si determinano in questa carta ancora tutte le bocche ignivome o crateriche che la parte settentrionale della Campania, compresa tra il Garigliano ed il Volturno, è stata formata da un grandissimo volcano, che è quello di Roccamonfina.

Questa carta ne presenta il piano ed il suo antico Cratere, non che due altri crateri formati posteriormente nel recinto del primo.

Le colline nate da questo terribile volcano han tagliato il monte Marsico dalla catena degli Appennini a cui apparteneva. Tra il Vesuvio poi e la spiaggia di Cuma vi sono state ventisette bocche ignivome, alcune delle quali più grandi del Vesuvio.

Ora da quello che abbiamo asserito ne risulta che questi campi flegrei degli antichi esistevano nella Campania felice, che giusto vien compresa tra gli Appennini ed il mar Tirreno, ed in conseguenza Sorrento e Massa si rattrovano in questo spazio.

Ma questo Geologo si limitò ad esaminare la base ove è poggiata la Città di Sorrento ed i Comuni che sono nel suo piano, non che i colli che da vicino gli fan corona senza sormontarli per esaminare l’antico Promontorio di Minerva, mentre se questo avesse eseguito si sarebbe imbattuto in una meraviglia assai più grande nel vedere Massa e segnatamente ne’ Valloni di Pastena e Turro il Cemento incastrato con la pietra calcarea e con lapilli, e forse esaminando bene l’irregolarità del suolo Lubrense ed il corso che tiene il Cemento gli sarebbe stato facile venire in cognizione di quello che tanto cercò in vano ne’ contorni di Sorrento: cioè il Cratere donde era sortita sì immensa quantità di lava.

Ma ciò era riserbato ad un nostro illustre e dottissimo concittadino.

Il Signor Conte Milano è stato molti mesi in Massa ed ha esaminato tutta questa contrada del suolo Lubrense; egli ha istituiti de’ profondi scavi in varii siti ed ha benanche analizzato questo cemento.

Il Signor Milano nel 1820 poi diede alla luce un Opera intitolata: Cenni Geologici sul Tenimento di Massa Lubrense.

Ed in questa egli si applica di proposito del Cementaro di Massa e porta a dimostrazione che il Cratere da cui sortì la lava era nelle colline del Deserto e della Neve.

Sotto la denominazione di monti Sorrentini il lodato Autore comprende il circondario di Massa e Sorrento uniti per l’uniformità del suolo ch’è di roccia calcarea coverta in parte di roccia marno-sabbiosa.

 La sua superficie egli dice è in parte di questa natura: nudo calcareo è l’acuto vertice che in forma di gran rupe si innalza dal Mare; la roccia calcarea della contrada è, dove più dove meno, compatta, ha il color bigio, ora chiaro, ora tendente al livido, ora giallognolo: non manca di vene spatiche che l’attraversano in varii sensi, contiene strati di sabbia quarzosa e di breccia calcarea, gli uni e gli altri cementati di marna, ed in qualche parte sente di Petroleo.

Per riguardo alle pietre che sono in Massa, ne distingue quattro specie, e sono:

Roccia bigia giallognola

Roccia bigia micacia

Roccia a bande di bigio rossastro-bruno con miche minutissime

Roccia bigia con larghe miche.

Tutta la roccia marno sabbiosa della Penisola nel trarsi dal banco è più o meno fragile ed esposta all’aria acquista durezza.

La varietà seconda e quarta si adopera per arrotare le armi, e queste son pietre che solo si trovano nel circondario di Massa: di queste se ne fa uso anche per ornati, per scale, per pietre di balconi e se ne lastricano le strade. Dalla base di questo triangolo scaleno diretto da levante a ponente, partono due serie di colli nei quali termina il deposito marno-sabbioso della Penisola.

Questi ciascuno ha il suo nome, ma Milano, per evitare la confusione de’ nomi, l’ha saviamente ridotti a due serie ed ha denominato la prima serie Deserto, l’altra la Neve.

La base del Deserto egli dice è della prima varietà, ed il resto della seconda e quarta.

La Neve è quasi interiamente della prima varietà; intanto questa serie del colle della Neve è arrestata dal monte calcareo, detto San Costanzo, vertice del triangolo.

La regione è volcanica, gli strati del Deserto sono in disordine e pare che la Neve ed il Deserto un tempo formavano un sol monte, ma che poi un profondamento li divise in due, formandosi fra essi un gran vallone.

Indi parte de’ frammenti di rocce interne nella catastrofe fu dissepolta dall’azione de’ tremuoti, de’ torrenti, de’ secoli; altra si scropue alla giornata.

Il Sajone, nome corrotto da sabbione, è la roccia marno-sabbiosa disfatta, che ora forma la parte terrosa della contrada.

Il materiale delle colline fendesi giornalmente e precipita e così poderi spesso rimangono sotto altri poderi, ed il Deserto e la Neve al mare che diede loro origine fanno giornalmente ritorno.

Le marche dell’azione del fuoco qui sono evidenti: la valle interposta tra il Deserto e la Neve ha il fondo di rocce calcaree ed i lati per la maggior parte di roccia sabbiosa interrotta da alcuni banchi volcanici.

Il vallone è diviso nel banco di Pastena, di Turro, e di Jerche, più piccolo de’ primi e prossimo al mare.

Il materiale si denomina volgarmente Tufo e gli abitanti lo chiamano cemento, ed il Vallone cementaro.

Ne’ banchi di Pastena e di Turro anche a cento piedi di profondità non si è rinvenuto fondo, ma sempre gli stessi materiali della superficie, e solamente nella fine del Vallone si è ritrovato che il cemento alla roccia calcarea sovrastava ed al lapillo.

Nel rivo che da Canale conduce alla Pedara, che è profondissimo relativamente alla superficie di quelle terre, si vedono sulla base strati di sabbione, di lapillo e di cemento, ma di quanti secoli han dovuto scorrere per formarsi un cumolo di tanta terra sopra a questi strati volcanici! e chi poi può sapere a quale profondità giungeranno; intanto è certo che quei strati un tempo formavano la superficie.

“Tanto mutar può lunga età vetusta!”

Il cemento Lubrense ha color bigio ed è poco compatto, friabile, ha la consistenza del tufo, muove alquanto l’ago calamitato, è arido, sonoro alla percossa, sparso di vetrificazioni della stessa sostanza, nereggiante, scoriforme, filamentoso, reticolare, ed inumidito col fiato manda odore argilloso; contiene feldispati fusi nelle vetrificazioni scoriformi, e contiene altresì qualche lucida particella di ferro oligisto; ed è simile alla pietra di Sorrento, che si credeva anche tufo, ma che poi Thomson e Breislak furono i primi a giudicarla lava, ma di una formazione particolare.

Per dimostrare poi ad evidenza che in Massa realmente vi sia stato un gran vulcano, Milano la prova con le seguenti ragioni.

Cratere volcanico, egli dice, invano cercasi in Massa, e tanto i lapilli quanto i pezzi di lava potrebbero trovarsi colà per una causa esterna, ma non così il materiale del Cementaro: giacché se fusse una concrezione di cenere volcanica spinta dal vento dovrebbe presentare leggieri strati, anzi che di grande profondità, e non mai nel solo interno di una valle, ma bensì ritrovar lo dovremmo nella valli e nelle circostanti pianure e colline; e se poi fusse stato trasportato dal mare dovrebbe di oggetti marini dar pruova; e queste ragioni del Milano sono molto convincenti. Sorrento è una ferace estensione di terreno uguale, formato sopra ammassamento di lave volcaniche; questa contrada è molto superiore al livello del mare, ed il lido è rotto in direzione presso che perpendicolare, mentre che il mare sottoposto cuopre un fondo di natura volcanica; tanto basta a dimostrare che la contrada Lubrense sia stata vicina ad un gran volcano, ma il cratere non si ravvisa, crollò forse nel mare, o pure cadde sopra sé stesso.

Son queste le congetture del Professore Breislak.

La distanza poi che passa tra la pianura di Sorrento ed il Cementaro di Massa è in linea retta di circa mille e cinquecento tese: le lave dell’uno e dell’altro paese somigliano molto tra loro, la Sorrentina però è più consistente, la Lubrense meno; ciò dipende, secondo Milano, dall’avere le lave Sorrentine ricevuto graduali raffreddamenti, e la Lubrense un raffreddamento improvviso.

Il Deserto e la Neve, dice il dotto Milano, componevano un monte solo a rocce cavernose appoggiato, ma nel Deserto esisteva un grandissimo volcano che mandava lave nella sottoposta pianura Sorrentina e ne correvano eziandio nel declivio meridionale dell’istesso monte.

Ma avvenne che una seconda bocca si aprì nell’altra estremità del monte, che ora si chiama la Neve, ed allora, ritrovandosi il centro di detto Monte in mezzo a due forze ed essendo la sua base cavernosa, si sprofondò ed allora l’estremità della Neve e del deserto rimasero divise avendo il vallone di Pastena e di Turro in mezzo di esse.

Intanto i volcani continuarono a versare lave in detto vallone, ma sopravvenuti tremuoti violentissimi ruppero e sprofondarono altre caverne verso la parte occidentale del monte; più migliara di moggi di terra si subissarono nel mare ed in quell’urto le acque dovettero ritirarsi e poi ritornare con maggiore impeto ad occupare lo spazio perduto; ma nel ritorno, spinte da una grande forza, penetrarono nel vallone e si alzarono tanto che giunsero fino al vallone di Pastena, e così improvvisamente smorzarono la lava Lubrense, e Capri, appendice del continente, divenne un isola.

Dopo i volcani si estinsero ed i secoli han distrutto i loro crateri.

Per confirmare sempre più l’opinione del dotto Conte Milano, il quale ha formato questa sua teorica appoggiata a’ fatti, noi aggiungiamo ciò che segue. In Santa Maria della Neve e precisamente dirimpetto alla cappella esiste una piccola collina di figura quasi sferica denominata Monte arso e si chiama così da tempi antichissimi; pare adunque che quel nome se gli sia dato per essere un cratere di un volcano, e che corrisponde all'idea del Milano, il quale ripone ivi la bocca secondaria del volcano del Deserto.

Nell’anno poi 1819 successe un fenomeno straordinario in Termini, casale sito alle falde di San Costanzo, su la collina che domina lo stretto di Capri.

Ai 28 di maggio verso le ore tre italiane della sera gli abitanti di detto Casale udirono un gran fragore a guisa di una tempesta, mentre l’atmosfera era in perfetta calma, per cui si agitarono non potendo comprendere da dove venisse sì gran rumore; ma elasso un quarto d’ora intesero una scossa di terremoto e nel tempo istesso viddero che dall’oliveto sito nella parte occidentale del Casale, a mezzo miglio distante da loro, incominciarono a sortire dal suolo dell’oliveto de’ terribili tuoni ed allora compresero che quel rumore veniva dal seno della terra; quindi essi fuggirono verso su la parte orientale della collina ed il fenomeno durò circa quattro ore vedendosi in quell’uliveto un denso fumo, de’ baleni e de’ tuoni, ma nell’albare del giorno tutto scomparve.

E fu allora che gli abitanti di Termini e de’ Casali prossimi si avvicinarono non senza qualche timore al detto oliveto, spettante al professore D. Antonio de Turris, e videro che la terra si era aperta in linea retta per più di cento passi, formando una voragine, ma che non in tutti i siti presentava la medesima profondità; mentre è da rimarcarsi che in alcuni siti non si ravvisava il fondo al segno che gittandovi delle grosse pietre non si avvertiva ove giungessero; in altri luoghi poi si vedeva il fondo della voragine.

E su questo fenomeno fa d’uopo sapere le seguenti circostanze: il terreno nell’aprirsi gittò fuori un enorme masso di pietra calcarea perfettamente calcinato e poi tutta la superficie di quel terreno era seminata di frantumi di calce viva: dalla voragine ne sortiva un fumo ed un vapore caldissimo, e quell’oliveto che era molto grande aveva la sua superficie mutata figura, giacché in alcuni siti si era elevata ed in altri molto depressa; più in un angolo si vedeva uno stagno d’acqua calda, bastantemente grande; si raccolsero ancora sparsi per quei contorni de’ pezzi di sostanze vetrificate di svariati colori.

Un altro fenomeno presso che simile, e che è a nostra notizia, avvenne nel 1829 in Pastena, nel luogo detto Cavone, questo è il banco di Pastena, così chiamato dal Milano; ivi a’ 17 di Gennajo anche di notte si intese un cupo rumore sotterraneo, gli abitanti del prossimo Casale furono risvegliati e scossi dal fragore che essi vedevano bene non derivare dall’aria, e sul fare del giorno videro che si era aperta una voragine nell’indicato sito, che scaturiva dell’apertura frammenti di cemento in volti in una sostanza cretosa, di unito e denso fumo; e la terra all’intorno aveva molte fenditure, si vedeva benanche che questi materiali erano spinti da una forza interna che l’alzava da uno a due palmi nell’aria.

A due ore del mezzo giorno cessò la forza di projezione e l’apertura ben presto si richiuse e tutto cessò.

Ma quel materiale melmoso misto al cemento che ne era scaturito in una enorme quantità era corso fin dal principio nel prossimo sottoposto rivo ed ivi si era formata una gran lava melmosa che si diresse verso il mare; e come questo rivo attraversa due terzi del paese, così quasi tutti i Massesi furono spettatori di questa novità. Questo fenomeno ha molta analogia con i volcani melmosi, o Salse, così dette da’ Fisici: se ne vede uno simile in Sicilia che è permanente nel sito detto Maccaluba, ve ne sono in Crimea ed in altre parti.

Oh! quanti di questi fenomeni han dovuto avvenire in ogni secolo in questa contrada volcanica senza che la tradizione o la storia ne avesse conservata memoria.

Prima intanto di terminare la storia Geologica di Massa Lubrense ci facciamo un dovere di far noto al nostro lettore che questo tufo, detto cemento, non è poi quella pietra privativa del suolo di Massa e Sorrento; mentre ne esiste in varii altri siti della provincia di Napoli ed ancora al di là di Capua, cioè tra il Volturno ed il Garigliano, ed ivi esiste in grandi masse di unito a strati di lapillo; vi è cemento ancora sopra Capodimonte su la strada dei Ponti Rossi.