Luigi Sigismondi

 1808. FORCHE ALLA VILLARCA 

La Croce - Il Torrione

Ai martiri di tutte le violenze

                                            

È troppo scadente e breve per essere un saggio, troppo laconico per essere un buon racconto. Il presente opuscolo è soltanto il semplice ricordo di un tragico accadimento.

Le forche innalzate alla Villarca il primo maggio del 1808.

Erano gli ultimi mesi del regno di Giuseppe Bonaparte, messo sul trono di Napoli dal fratello Napoleone due anni prima. La Repubblica Napoletana, alla quale Massa Lubrense aveva dato il suo contributo di partecipazione e di sangue, era stata una meteora. I Borboni erano tornati nel giugno del ’99, ma erano stati nuovamente cacciati nei primi mesi del 1806 dalle truppe francesi.

Come sempre succede nella storia e nelle vicende politiche di tutte le epoche, chi prende o riprende il potere esercita sulla parte che soccombe ritorsioni e vendette in nome della Giustizia. Nella gran confusione degli eventi dell’agitato decennio che vide anche la Penisola Sorrentina essere teatro di sbarchi, tentativi, congiure e tutto il resto, era il tempo della caccia ai partigiani borbonici. I poveracci di cui parliamo furono accusati di corrispondenza segreta con gli Inglesi e andarono ad arricchire la lunga lista delle vittime.

Massa Lubrense, aprile 2000

   L. S.


Era domenica il primo di maggio 1808.

Giovanni Buono, Bartolomeo Cozzolino, Raimondo Iovine, Alessandro di Maio e Natale Schiano furono condotti al supplizio. Presso la torre di Via dell’Arco, il Torrione cioè.

Era mattina o tardo pomeriggio? Non era l'alba. C’era il sole o tanta nebbia come oggi?(1) Piovigginava? Era una giornata mite o fredda come spesso accade in un maggio capriccioso?(2) Un cielo di pianto o di splendido azzurro?

Mi pongo innumeri domande perché non ero presente e perché i miei antenati di quell’epoca non vissero tanto da poter raccontarmi.

Quante forche erano state innalzate? Cinque, una per ciascun disgraziato? Forse tre? Una sicuramente no. Che tipo di palco era stato predisposto? Con botole, non penso. L’allestimento sarebbe costato una somma notevole.(3) E non si badava a certe raffinatezze. Più pratico ed economico un palo orizzontale inchiodato(4) in cima a due montanti, tenuti fermi a loro volta da pali obliqui di puntello. E un vecchio scannetto di abete da spingere via da sotto i piedi dell’incappucciato all’atto dell’esecuzione, ad opera di un assistente del boia subito dopo il cenno del mossiere.

Trascuriamo altri dettagli. Ognuno se li inventi.

Il popolo, la massa, la canea era lì. Non si pagava il biglietto. La partecipazione era scuola di vendetta e di pietà. Molto di vendetta, poco di pietà. Fossero state in uso le locandine, avrebbero annunziato: Giustizia esemplare collettiva alla Villarca in pubblico spettacolo da non perdere. Lo aveva gridato invece il banditore nei giorni precedenti sul sagrato della cattedrale e per le vie principali, mentre i condannati sotto adeguata scorta, com'era solito dirsi, erano in viaggio per Napoli provenienti da Capua, dove erano stati giudicati dalla commissione militare competente. Poi da Napoli a Torre del Greco, non sappiamo se per terra o per mare. Infine a Massa, molto probabilmente su una barca, considerato il disagio da affrontare venendo per terra, a causa dell’imperfetta viabilità che non consentiva un rapido trasferimento. O forse proprio per terra, perché un lasso di tempo piuttosto lungo serviva a rendere l’anticamera della morte più straziante per il condannato e più enfatica per la cornice.

Quando vi erano giunti? o meglio, quando vi erano tornati? essendo qui stati arrestati e qui da sacrificare. Il giorno stesso o la sera avanti? E se il giorno antecedente, dove avevano trascorso la notte? naturalmente senza chiudere occhio o già mezzo morti per le attenzioni ricevute da sgherri e secondini. Forse nei tetri sotterranei del Quartiere.(7) Forse in una stalla, incatenati alla trave della mangiatoia, per giaciglio la poca paglia distinta dal letame.

I Francesi erano il potere. I Massesi, i concittadini di Bozzaotra, Caputo e Pacifico, subivano anch’essi gli altalenanti eventi dell’ultimo decennio. I processati non erano massesi. Poveri uomini, giovanissimi, che per campare facevano contrabbando o spionaggio attraversando clandestinamente le Bocche per fornire notizie al presidio inglese che occupava Capri o per vendere generi alimentari di prima necessità agli isolani a corto di disponibilità per il blocco dalla terraferma, oggi si direbbe embargo.

Erano pescatori o marinari. Marinari erano i naviganti, ma il termine calzava anche ai pescatori. Il di Majo era contadino, parsonale (forma pulita di parzunaro, come si dice ancora ai nostri giorni in dialetto locale). Dimoravano a Massa o vi erano di passaggio? Il di Majo ci abitava con la moglie e due figli. A Campo? a Pipiano? a coltivare un terreno dei Maggio? o semplice bracciante giornaliero? Ipotesi, quest’ultima più valida, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di rischiare più di tanto. Colpevole forse solamente di aver offerto la sua stamberga come base o semplice luogo di incontro per le…turpi attività.

Erano stati scoperti, presi, torturati, ed ora li si appendeva perché erano dalla parte dei perdenti. Altri come loro si erano macchiati del medesimo…reato. L’avevano fatta franca, sfuggiti alla sorveglianza o…non visti dai sorveglianti. Pagano i meno fortunati. I rei e gli innocenti. Vittime del destino gli uni e gli altri. Ieri come oggi, come sempre. In ogni circostanza. Sotto ogni latitudine.

Crimini efferati, delitti ordinari, piccole colpe, nessuna colpa, errori giudiziari sono la letteratura anche della pena capitale. Era facile scrivere … furono afforcati. E’ facile telecomunicare … è stato giustiziato stamane con un’iniezione letale, oggi, ineunte il terzo millennio dell’era cristiana, oggi in un paese dove chi arriva dall’oceano trova una fiaccola puntata verso il cielo pesante da una dea chiamata Libertà.

Non c’erano ancora i basoli in Via dell’Arco. Le antiche pietre arenarie della bella strada costruita(5) da Giovanna II dalla Marina a Mortora non si macchiarono di sangue. Il capestro mozza il respiro, rompe le vertebre cervicali, non taglia le vene.

Nessuno descrisse la scena. Non erano personaggi quei miseri.

Sì, c’era molta gente. Debordava. Mobilitazione massiva di categorie mentali sollecitate dall’eccezionale avvenimento. Uomini tanti. Ragazzi. Contadini scalzi, qualcuno armato di bastone, così per niente. Artigiani in manica di camicia se il tempo era buono, un cappello a larghe falde in testa, i pollici infilati nello sgavaglio del gilet. Maniscalchi, ciucciari, marinari della flotta mercantile lubrana con gli zoccoli ai piedi e i calzoni di fustagno. Pescatori, qualcuno amico o complice di almeno uno dei condannati. E sfaccendati, sadici, curiosi. Barboni pieni di pidocchi. Qualche megera per ricavarne artifizi.

C’erano gli insensibili e i pietosi. Donne dalle lunghe gonne e con i corpetti allacciati in fretta per non fare tardi. Voglio credere nessuna fanciulla. La leggiadria di un’adolescente in fiore sarebbe stata di troppo crudele contrasto nel macabro trattenimento.

Erano venuti dai casali e dalle marine, e dagli altri comuni della penisola, affluendo da tutte le strade che portavano alla Villarca.

La prospettiva scenografica ricca, profonda e complessa. I muri del Torrione con il bell’intonaco rosa non ancora stinto dopo due secoli di sole e di pioggia. Il grosso edificio dell’ex Collegio, maestoso, sobrio, immenso, a fare da lunghissima quinta in direzione del Vescovado. Più su il grigiore del tufo della cinta perimetrale del vasto limoneto del Gesù, fiancheggiante la salita di Quarazzano, allora stretta e forse rigata da una serie di scalini, data la pendenza.(6) Di fronte, dalla parte del mare, sull’antico canneto convertito alcuni decenni avanti in villa e giardino di esperidi, la fila delle botteghe allineate, con i muri corrosi dalla salmastra.(7) A lato di libeccio l’elegante palazzo Barretta, dal portale di piperno a pochi passi dai patiboli.

I suoi balconi gremiti. Alle finestre del Collegio, divenuto da un paio di anni caserma, i soldati francesi fuori servizio quel giorno.

Odore acre di orina ed effluvi viscosi di sterco di asini e di muli, i più parcheggiati nella via del Rivo a Casa, il cui fondo non lastricato impregnavano dei loro puteolenti prodotti.

Un fuori programma per Massa, dove non si era mai assistito a un eccidio di gruppo. In tempi precedenti non lontani, nella piazza del Governo, vale a dire a Santa Maria, altri infelici avevano penzolato o erano stati uccisi con ancor più orrendi sistemi, ma mai tanti in una volta sola. Per loro la Madonna di quella chiesa era stata detta della Misericordia. Per gli afforcati della Villarca una croce ricordo?

C’era il Sindaco, accompagnato da qualche membro della Municipalità?(8) C’era qualche parente delle vittime? In incognito, si capisce, per non correre rischi trasversali. E dov’era la moglie del di Majo? Non di certo nella casa desolata. Verosimilmente a Piano, se non era massese, presso la famiglia d’origine, sua o del marito, stretta al petto i teneri figliuoli, inondando il loro visino di lacrime e di baci.

I soldati trattenevano la folla. Con non eccessiva severità, perché l’oltraggio ai morituri faceva parte del copione che gli spettatori erano tenuti a seguire al pari dei protagonisti e delle comparse.

Che cosa aveva detto il parroco nella prima Messa del mattino? Che cosa aveva o avrebbe detto il vicario capitolare(9) nell’omelia, se si usava, nella Messa solenne delle dieci?

Legati, scherniti, trascinati, “di panno lacero coperti”, i poveracci furono spinti sul palco, ammesso che ne fosse stato montato uno, rudimentale e traballante. È il momento culminante della tragedia fisica e psicologica dell’uomo che “deve” morire. Il dramma, il tormento, la disperazione di chi sta per essere ucciso in piena salute! di chi conosce l’ora della morte! di chi è tremendamente solo in quel “passaggio”, quando è una “cosa” da far sparire, un rifiuto da buttare!

Chi fu il primo a pendere nello spasimo estremo? Gli altri assisterono non ancora bendati allo strazio del compagno che li precedeva. E poi dondolarono anch’essi. Chi accertò l’avvenuto arresto del muscolo cardiaco, in tumultuosa agitazione fino a pochi attimi innanzi? Nessuno. Non era necessario. Non era di norma quando gli uccisi rimanevano appesi a lungo e non se ne faceva uno scrupolo quando venivano sganciati talora non ancora morti e finiti poi con altri mezzi.

Chi affrontò la morte con il coraggio che sovente è figlio dell’odio e della rabbia e più ancora dell’orgoglio e della dignità? Chi con la paura che è sgomento e orgasmo della ragione nell’inutile sforzo di spiegarsi l’ineluttabile?

Quanti sacerdoti per l’ultimo conforto? Non più di due. Secolari o padri francescani della Lobra? Altri guardavano confusi nella marea inquieta, le labbra biascicando una litania. Altri erano in chiesa a pregare per tutti i figli di Dio.

Delinquenti li dissero, e li dicono, alcuni. Rinnegati, traditori li dissero, e li dicono, altri. Chiaramente non testimoni di libertà e di giustizia a fronte dei martiri illustri e meno illustri della caduta Repubblica. Comunque uomini. Uomini già distrutti dall’intimo tormento, con l’animo devastato, sia che fossero pentiti, sia che fossero ostinati. Sventurati travolti dalle contingenze. Uomini la cui memoria non sarà mai celebrata. I loro nomi una scarna annotazione burocratica negli atti ufficiali e niente altro. A Massa li troviamo nelle scritture parrocchiali. Per soli otto mesi non entrano nei registri civili, i quali datano dall’anno seguente in applicazione della legge che non riconosce più le anagrafi ecclesiastiche.

Nella Storia di Massa Lubrense li cita il Filangieri attingendo dal Libro III dei Defunti, senza specificare altro se non il luogo di origine e quello della sepoltura dei primi quattro, la cappella Vinaccia nella cattedrale. Il di Majo fu arso (stavo per dire vivo) sullo spiazzo del castello della vecchia Città o sulla sommità del rudere stesso affinché il fumo se di giorno o le fiamme se di notte fossero visibili nell’intero arco del golfo. Monito a chi pensasse di congiurare contro il regime. Prova di forza del potere. Lezione per tutti .

Dove finirono le sue ceneri? Nel cisternone, già tomba di altri giustiziati? o affidate al vento di grecale che le soffiò fino a Capri a spolverare d’argento le uniformi dei soldati di Hudson Lowe che montavano la guardia sulla rupe di Tiberio?

Nel detto registro si legge che i medesimi ricevettero i sacramenti della Penitenza e della Comunione e “morirono veramente contriti”. Una precisazione convenevole, superflua, poco credibile.

Nei Registri della Compagnia dei Bianchi della Giustizia è indicata anche l’età. 24 anni aveva Iovine, sposato senza figli; 23 anni Cozzolino, entrambi napoletani; 25 anni di Majo, di Piano di Sorrento, sposato con due figli e residente a Massa. Non è indicata l’età di Giovanni Buono, ischitano, e manca nell’elenco Natale Schiano che il Filangieri dice Celiano, ingannato dalla non chiara grafia del documento consultato. Copiando da manoscritti è possibile confondere Sch iano con Cel iano. Del resto a Procida il cognome Schiano è comunissimo, mentre non esiste Celiano.

Lo storico dà per certa l’intesa segreta che i cinque avevano con gli Inglesi al fine di favorirli in un tentativo di sbarco a Massa e aggiunge che sul luogo delle esecuzioni la “civica pietà” fece sorgere un piccolo monumento, detto poi la Croce.

Occorre però ribadire che nessuna accusa specifica risulta fatta ai condannati. Ciò autorizza a pensare che essi furono capri espiatori di una situazione politica preoccupante che andava affrontata con rigida determinazione.

Grande impressione dovette quindi suscitare nell’animo dei massesi quell’orrido avvenimento, se a distanza di 25 anni lo si volle ricordare con un cippo per trasmettere ai posteri la singolare quanto memorabile emozione. Ma non siamo del tutto convinti che la Croce sia stata eretta per questo. Nessun riferimento all’eccidio nei pannelli maiolicati che ne rivestirono i lati, nessuna data. Tra l’altro non si conoscono (almeno io non li conosco) atti riguardanti l’iniziativa e la deliberazione della spesa.

Non oso descrivere la Croce, per il semplice motivo che lo a fatto in maniera egregia, e con alta competenza per quanto concerne le maioliche, Eduardo Alamaro in uno dei due saggi che formano la pregevole pubblicazione Memoria di un eccidio, edita nel 1990 dalla sezione lubrense dell’Archeoclub d’Italia. L’altro saggio è di Atanasio Mozzillo e contiene riferimenti storici e politici dell’avvenimento, nonché notizie varie, tra cui l’annotazione riportata nei registri della citata confraternita .

 Per i massesi la Croce è la Croce. Non tutti se ne sono mai chiesti il significato o la funzione. Non tutti sanno che a quel posto si consumò una strage. Intorno alla Croce da ragazzo ho giocato a nascondino con i miei compagni la sera, nella scarsa luce delle lampade allora mascherate da un gonnellino di stoffa blu per l’oscuramento del tempo di guerra. Non sapevo e non mi chiedevo che cosa rappresentasse quel blocco di tufo con quattro disegni di immagini sacre. Ricordavo solo che fino a pochi anni addietro Aurelio(10) ci costruiva tutt’intorno il presepio nel periodo natalizio. La sera del 17 gennaio lì vicino si accendeva un mucchio di fascine per il tradizionale fucarazzo in onore di Sant’Antonio Abate.(11)

Mio padre, che tante cose mi narrava per darmi una cultura del passato, non mi aveva mai parlato delle esecuzioni per non turbare la sensibilità del mio animo di fanciullo. Con analoga prudenza, da insegnante, agli alunni di quinta davo appena la notizia storica, guardandomi bene dal rappresentare loro la scena del massacro.

Da la Croce, simbolo di cristiana pietà, volemmo far partire la Marcia per la vita, la pace e il disarmo, organizzata per la celebrazione del 25 aprile 1979 da tutti i gruppi politici presenti in Consiglio Comunale, a significare speranze di civiltà e solidarietà alle vittime di tutte le brutalità degli uomini e della sorte.(12)


NOTE

(1)   Sto scrivendo il primo maggio 1999. Mai vista, a mia memoria, una nebbia così fitta nelle ore pomeridiane a Massa e alla Marina.

(2)    Una violenta grandinata si abbatté sul nostro territorio il dieci maggio di oltre un secolo fa, con gravi danni alle semine, agli agrumeti e alle altre colture. È tradizione orale.

(3)   A Napoli nove anni prima, ai tempi dell’uccisione dei martiri della Repubblica, il solo tavolato di un palco mediocre costava circa 10 ducati.

(4)   Anche i pali dei pergolati degli agrumeti si inchiodavano. Non si adoperava ancora il ferro filato, che sostituì i chiodi tra le due guerre mondiali, nella prima metà del nostro secolo

(5)    Realizzata intorno al 1430, la strada fu rifatta due volte. Dopo la distruzione operata da Ferrante d’Aragona nel 1465 (quando l’intera città fu rasa al suolo) fu ricostruita dai Gesuiti nel sec. XVIII; sconvolta poco dopo da un’alluvione, fu ripristinata nel 1779. Suppongo però che il danno abbia maggiormente interessato il tratto Torrione-Marina (oggi Via Cristoforo Colombo), invaso da un’enorme quantità di acqua defluente con impeto dal Rivo a Casa.

(6)    Il tratto dalla Villarca al Vescovado fu allargato e reso carrabile nel 1881, pavimentato contestualmente o qualche anno dopo con pietre vesuviane (basoli) dall’innesto di Via Campo alla chiesa di Santa Teresa. Gli attuali cubetti di porfido sostituirono i basoli nel 1981.

(7)   La salmastra (sostantivo nel nostro dialetto) è detta l’umidità che impregna i muri costruiti a diretto contatto con il terreno. Un’idea strana, ma non troppo, di mio nonno Luigi senior, contadino illetterato, suggeriva l’abbattimento di quei negozi per creare davanti al Quartiere  (così cominciò a chiamarsi il Collegio con l’arrivo dei soldati francesi che vi presero alloggio), una piazza di ampio respiro che esaltasse l’imponenza dell’edificio, facesse spazio per il mercato e permettesse la visione del mare. La recente apertura del varco di accesso al parcheggio pubblico avvalora quell’idea non tanto malvagia.

(8)     Il sindaco era Tommaso de Turris (1807-09). Che non sia quello del famoso proverbio Scerocco e casa ’e Turro arruinarono Massa, in riferimento a una violentissima sciroccata che rovinò il territorio e alla cattiva amministrazione di un sindaco di casata De Turris ?

(9)    La sede vescovile era vacante dalla morte dell’ultimo vescovo di Massa, Angelo Vassallo (1797). Tale restò fino alla soppressione della diocesi avvenuta nel 1818, quando insieme con quelle di Capri e di Vico, fu incorporata nell’archidiocesi di Sorrento.

(10)  Aurelio Persico, popolare personaggio, abitava nei pressi e gestiva una macelleria lì di fronte, al civico 66.

(11)  Questa consuetudine si interruppe negli anni ’50.

(12)  Vedi articolo del ROMA del 27 apr. ’79, riportato ne “l’oglietto” – ediz. V. L. – maggio 1995